Governo Meloni, la reazione al potere con ministri inadeguati

L’alto profilo si è perso nei meandri degli equilibri difficili di una coalizione forte solo nei numeri. I tecnici di rango hanno scelto di restare dove sono in attesa di proposte più interessanti. Giorgia Meloni, prima donna alla guida di un governo, e questo è certamente l’unico dato di novità da sottolineare anche se, perché si verificasse, si è dovuto aspettare la débâcle dei leader di destra, non ha potuto mantenere le promesse di un governo tale da poter essere paragonato a quello appena archiviato.

meloni 1Gli equilibri interni, in una situazione resa esplosiva dagli audio di Berlusconi e dalle insofferenze di Matteo Salvini, hanno avuto la meglio. Così quello che si appresta a giurare è un piccolo governo, nostalgico, familiare, di scambio, decisamente di destra, come forse è logico che sia anche se le premesse erano altre. Senza un guizzo che lo collochi fuori di una reazionaria nostalgia. Nove ministri a Fratelli d’Italia, cinque a Forza Italia, cinque alla Lega con il contentino dell’incarico di vicepremier a Matteo Salvini, così come ad Antonio Tajani, che il posto se lo è dovuto andare ad assicurarselo a Bruxelles. E con sole sei donne su ventiquattro dicasteri, nell’evidente convincimento che se la guida è al femminile basta e avanza. Il soffitto di cristallo una l’ha rotto, alle altre possono bastare i cocci di ministeri per lo più senza portafoglio.

In un tempo breve, sottolineato in chiusura di giornata dal presidente Mattarella che l’aveva cominciata chiedendo “la maggioranza c’è” ai dodici rappresentanti del centrodestra che per undici minuti aveva ricevuto prima di conferire l’incarico, si è arrivati ad un esecutivo i cui nomi Meloni aveva già in tasca quando è tornata al Quirinale per accettare l’incarico senza riserva. In buona parte nomi concordati, qualcuno pare deciso in solitudine. Dato che deve aver capito molto bene in questi giorni che per fronteggiare il fuoco amico degli altri due titolari della coalizione a volte bisogna rischiare e affidarsi, oltre che al “magistero” del Presidente della Repubblica alla garanzia degli esponenti del suo partito, che si sono guadagnati un ministero assicurando fedeltà. Di cui potrebbe trovarsi ad avere gran bisogno prima del previso dato lo sguardo sornione, sopra la sua testa mentre parlava della “sottoscritta” come premier incaricata, che Berlusconi e Salvini si sono scambiati al Colle a favore di telecamere. Anche se poi il fai da te ha portato persino ad una clamorosa inversione di ministeri, corretta con un ritardo che qualche sospetto lo può ingenerare, tra Pichetto Fratin dato alla pubblica amministrazione e Paolo Zangrillo, il fratello del medico personale di Berlusconi, all’ambiente e sicurezza energetica. È invece il contrario. Qualche insoddisfazione dell’ultima ora o solo un errore?

I nomi del nuovo governo

L’innovazione c’è solo nella definizione di alcuni ministeri. Si scopre che la nazione, così ama chiamarla la premier, aveva bisogno di un ministro del mare e del Sud affidato a Nello Musumeci; c’è una sovranità alimentare abbinata al Ministero dell’Agricoltura che è toccato a Francesco Lollobrigida, capogruppo per poche ore e cognato di Meloni da tanto. C’è la famiglia, natalità e anche pari opportunità che segna il ritorno dell’integralista Eugenia Roccella, già in un governo Berlusconi, e nel 2007 portavoce del Family Day. A Daniela Santanchè è andato il Ministero del Turismo, che è l’ideale per una imprenditrice titolaremeloni di stabilimenti balneari di lusso. I detentori di concessioni a costo zero possono fare sogni tranquilli. C’è anche Imprese e Made in Italy per Adolfo Urso, quello della disabilità affidato ad Alessandra Locatelli, nota come la sceriffa della famiglia tradizionale e quello al Pnrr che è di Raffaele Fitto assieme agli Affari europei. C’è poi un ministro al merito accorpato all’Istruzione, affidato a Giuseppe Valditara, che fu relatore della legge Gelmini.

La compagine di governo che si appresta a giurare, con successivo scambio della campanella tra l’uscente Draghi e l’entrante Meloni, ricalca le anticipazioni dei giorni scorsi. Tajani agli Esteri, Salvini non si guadagna il Viminale ma ci mette un suo uomo, il prefetto Piantedosi. Per lui le infrastrutture e l’incarico di vicepremier da ricoprire con Tajani. L’Economia è andata a Giancarlo Giorgetti che può farsi forte dell’aver fatto parte del governo Draghi. Il fedelissimo Guido Crosetto, cofondatore di Fratelli d’Italia, va alla Difesa e alle Riforme approda l’ex presidente del Senato Elisabetta Casellati, che non ce l’ha fatta ad assicurarsi la Giustizia, nonostante la sponsorizzazione di Berlusconi, andata a Carlo Nordio.  Una nomina imprevista è quella di Gennaro Sangiuliano, direttore del Tg2, nominato ai Beni Culturali. Una vita a destra, indipendentemente dalla denominazione, uscito allo scoperto durante la convention milanese di FdI. Al Lavoro una tecnica vicina alla destra, Marina Elvira Calderone, consulente del lavoro e presidente dell’Ordine dei consulenti. Un clinico universitario è Orazio Schillaci, nuovo ministro della Salute. Un altro ritorno, Alfredo Mantovano per l’incarico di sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

Giuramento, campanella e poi via al lavoro. Il Paese o come preferisce Meloni la nazione ha troppi problemi che vanno affrontanti rapidamente e bene. Bisognerà vedere come si metteranno d’accordo in consiglio dei ministri i rappresentanti di partiti che quasi su tutto la pensano diversamente. Si vedrà presto.