Governo, la sceneggiata napoletana

Vietato disturbare la sceneggiata napoletana, nobile arte del rappresentare sulle tavole del palcoscenico la realtà a volte tragica, spesso felice, di persone, di famiglie, di un intero popolo, per raccontare la grottesca messa in scena che le forze politiche semi vincitrici il 4 marzo hanno eseguito senza vergognarsi sul sontuoso proscenio di palazzo Giustiniani.
Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i rappresentanti delle speranze degli italiani stando ai voti che hanno ricevuto, hanno dato vita ad un tira e molla vergognoso nel corso della seconda giornata del mandato esplorativo che il presidente della Repubblica ha affidato due giorni fa alla seconda carica dello Stato confidando nella capacità di mediazione di Maria Elisabetta Alberti Casellati, che aveva sulla carta dalla sua una maggiore possibilità di dialogo schietto con la maggior parte degli interlocutori dato che, tranne i Cinque Stelle, i politici che si è trovata di fronte sono esponenti della parte cui anche lei appartiene.


Non è andata così. Il tentativo è fallito e ora bisognerà spiegarlo per bene a Mattarella che ora avrà bisogno di un po’ di tempo per decidere i passi successivi. Intanto con dovizia di particolari la presidente dovrà illustrare al Capo dello Stato il perché degli alti e bassi, dei malumori e delle minacce, dei veti incrociati tra squadre capitanate da due giovani uomini che non intendono rinunciare alla poltrona più importante. Che è una sola, quella di premier. Ma che devono fare i conti con una base, vale per Di Maio, che rumoreggia davanti all’ipotesi di entrare a Palazzo Chigi accompagnati dall’inquietante presenza di Berlusconi. Che in panchina non vuole sapere di starci. Che padre nobile non lo è mai stato. E, quindi, è diventato la palla al piede di Matteo Salvini che non ha esitato ad affermare che a questo punto “o la va o la spacca”, di essere pronto a correre anche da solo, non si capisce bene come dato che il presidente della Repubblica l’ipotesi di un pre-incarico finora non l’ha finora presa in considerazione. Men che mai se dovesse incrinarsi la coalizione di centrodestra, cosa che però appare più una minaccia che un’ipotesi verosimile. E dove va Salvini con il suo 17 per cento se rompe con gli alleati con cui è arrivato primo, cosa che rinfaccia in continuazione al leader pentastellato che però, da solo, ha fatto un bel bottino. Che non manca di ricordare.
L’anteprima della giornata sembrava scritta sul copione del giorno precedente.

Un altro giro di consultazioni per Casellati e poi il dover fare i conti con la difficile realtà di non riuscire a dare un governo agli italiani. Lo schieramento di centrodestra ricevuto per primo a Palazzo Giustiniani è uscito dallo studio della presidente con una gamma di umori degna della commedia dell’arte. Salvini sorridente, che lui con Di Maio ha fin dall’inizio un filo diretto. Berlusconi molto nervoso, che lui il ruolo di spalla proprio non lo digerisce ma non ha proposto nessun siparietto. Meloni relegata al solito ruolo di comparsa. Il leader leghista ha preannunciato un possibile accordo con i pentastellati, in estrema sintesi prima gli impegni poi i nomi. Un contratto sottoscritto e poi quelli che dovranno realizzarlo. Non ha escluso però nessuno dei componenti della coalizione. E’ stato chiaro che intorno al tavolo sarebbero stati più di due.  ‘O zappatore nun s”a scorda ‘a mamma.

Allarme. Quando la delegazione Cinque Stelle ha ritardato più di un’ora, quando l’ex cavaliere ha rinunciato al tour elettorale in Molise perché rinchiuso furibondo a palazzo Grazioli con i suoi, è stato chiaro che l’ottimismo di Salvini era stato almeno prematuro. O un tentativo goffo di accontentare il competitor senza farlo. E Di Maio uscendo dallo studio di Casellati è stato esplicito. “Non possiamo andare oltre. Per la tenuta di una forza politica come la nostra ci sono passi che non possiamo fare”. Non c’è posto in un governo Cinque Stelle-Lega per l’uomo di Arcore. La pregiudiziale su Berlusconi non è caduta. E non poteva. Se vuole può dare un appoggio esterno ma niente posti in paradiso. Il patto dovrà essere solo tra i due. Insomma, ancora una volta, la quadra non è stata trovata nonostante gli opposti ed esibiti ottimismi.
Il cerino continua a girare. Mentre il Pd, che aveva conosciuto un inusuale protagonismo quando sembrava che un incarico analoga a quello di Casellati sarebbe andato a Roberto Fico proprio per aprire un dialogo con le forze del Parlamento finora escluse, è ritornato in balconata. Ma l’ipotesi presidente della Camera non è ancora da accantonare. Aspettando l’evolversi di una situazione tanto difficile quanto dannosa per un Paese che non ha grandi riserve. E che avrà bisogno per essere risolta di tutta la saggezza di Sergio Mattarella.