Governo, il Pd rischia di finire a pezzi

L’esploratore Roberto Fico ha concluso il suo mandato. Nessuna richiesta di proroga rispetto ai tempi previsti. Che poi nei fatti c’è grazie a diverse contingenze. “Esito positivo” ha annunciato il presidente della Camera lasciando il Quirinale dopo aver riferito al Capo dello Stato l’andamento dei colloqui di questi giorni con le delegazioni del Partito democratico e dei Cinque Stelle, forze politiche con cui “il dialogo è avviato”. Aggiungendo che “in questi giorni ci sarà il dialogo in seno alle due forze politiche, aspettando la direzione del Partito democratico che si terrà il 3 maggio” e sottolineando quanto sia “importante, responsabile e ragionevole rimanere su temi e programmi” che tengano conto delle necessità e delle aspettative del Paese e che sono “il centro vero del cambiamento nell’interesse di tutti gli italiani”.


Poche parole, un sorriso accennato, anche soddisfatto. Un ottimismo di fondo nutrito da quanto ascoltato in questi giorni dal segretario e dal leader dei due partiti con cui Mattarella lo aveva invitato a confrontarsi. Dopo il fallimento del tentativo della presidente del Senato, Casellati, che si era dovuta arrendere davanti ai veti incrociati del centrodestra, ora sembra aprirsi uno spiraglio. Quanto ampio sarà possibile verificarlo nei giorni fino alla direzione Pd, una settimana che in buona sostanza viene concessa alle forze politiche dal Capo dello Stato perché trovino una soluzione anche se la situazione che si è creata dopo il voto del 4 marzo è oggettivamente di complicata gestione.
Allo scadere di questo tempo, che i Cinque Stelle spenderanno per sondare la propria base con i loro metodi, appare evidente che il presidente della Repubblica prenderà in mano la situazione. E deciderà, tenendo anche conto di quanto gli è stato riferito in questi giorni, come procedere. In caso di una evoluzione positiva del dialogo annunciato, dopo un breve giro di consultazioni, potrebbe arrivare il pre-incarico. Altrimenti Mattarella potrà tentare la carta di un governo del presidente affidando il compito di formarlo ad una personalità oltre gli schieramenti in campo. Con all’orizzonte la possibilità di un nuovo voto, la soluzione che meno di tutte piace al Quirinale. Ma che sembra inevitabile dato che un governo istituzionale, balneare, del presidente che sia è prevedibile che non avrà i voti, almeno in parte, di Lega e Cinque Stelle ma anche di altri che durante le consultazioni e fuori da esse hanno già dimostrato la loro contrarietà a questa ipotesi. Un esecutivo per tornare al voto e con la stessa legge di cui il 4 marzo è stato decretato il fallimento. Non prima dell’autunno poiché se il fallimento non sarà decretato entro il 9 maggio la cosiddetta “finestra” di giugno per votare prima dell’estate non si potrebbe aprire. Ma c’è anche un’altra ipotesi che si sta facendo strada nelle stanze del Quirinale nel caso in cui ci sia il fallimento della soluzione Pd-M5S: lasciare Gentiloni premier per l’ordinaria amministrazione per il tempo necessario a fare una nuova legge elettorale e poi tornare alle urne.


Intanto ci sono davanti altri sette giorni. In cui ci sarà il voto in Friuli Venezia Giulia e poi bisognerà celebrare il primo maggio. Una settimana per rinsaldare un dialogo o interromperlo, e questa volta per sempre se prevarranno gli elementi di divisione rispetto a quelli di apertura pur registrati in questi giorni. Quei “passi in avanti importanti pur nelle differenze” di cui ha parlato Maurizio Martina al termine del secondo incontro col presidente della Camera ma rinviando ogni decisione al confronto in direzione. Che potrebbero portare a quel “contratto al rialzo” che il leader dei Cinque Stelle, Luigi Di Maio ha invitato il Pd a sottoscrivere nell’interesse del Paese nonostante le note differenze di approccio ai problemi tra le due formazioni politiche. Ma il leader grillino ha colto l’occasione del fine colloquio con Fico per un affondo contro Silvio Berlusconi tornando ad evocare la necessità di intervenire sul conflitto d’interessi, tasto dolente e rischioso. Una mossa che guarda ad un possibile dopo 3 maggio in cui potrebbe tornare d’attualità il dialogo con Salvini senza partner anche se il pentastellato ha di nuovo definita “chiusa” quella strada. Un affondo non gradito dall’ex cavaliere quell’iniziativa l’ha paragonata a “un esproprio proletario degli anni ‘70”.

L’ottimismo di Fico si è già scontrato con le diverse anime del Pd che, in attesa della direzione, non hanno mancato di farsi sentire con forza. Lo “sforzo” chiesto al Pd da Di Maio non è piaciuto ai renziani di stretta osservanza assolutamente contrari, ancora di più dopo le parole positive del leader grillino su Martina e le critiche neanche tanto velate sulle riforme del governo Renzi, a cominciare da scuola e lavoro. C’è chi non si oppone all’ipotesi di provare questo esecutivo così imprevedibile fino a poco tempo fa – Emiliano, Boccia – e chi chiude ma non del tutto – Pezzopane, Fiano. Ci sono i disponibili a vedere le carte – Franceschini, Fassino – e chi è assolutamente contrario come Orfini e Bonafè. Il punto resta che cosa farà Renzi, se proseguirà nella linea di opposizione manifestata durante il suo giro in bicicletta a Firenze il 25 aprile o deciderà di cambiare strada. Solo in sede di direzione usciranno allo scoperto le diverse posizioni. E si verificherà la disponibilità ad un percorso tutta da costruire da parte del segretario che si è dimesso e che per ora ha scelto di fare sondaggi sul campo con gli elettori del Pd. Un passaggio comunque complicato per un Pd diviso e lacerato dopo la sconfitta elettorale. Con il rischio che sul governo con i Cinque Stelle le spaccature aumentino e la frantumazione dei dem diventi del tutto ingovernabile.