Gorbaciov perse in economia ma vinse sulla riduzione delle armi nucleari

Il brindisi alzato da Marco Rizzo in morte di Michail Gorbaciov colpisce non soltanto per la meschina ricerca di visibilità, colpisce anche perché dà voce a un sentire comunista retrogrado, nostalgico e settario, minoritario ma presente nella sinistra italiana, che non ha nulla a che vedere (e non ha mai avuto nulla a che vedere) con il PCI e con l’originalità dell’esperienza del comunismo italiano come fu concepita dal pensiero critico di Gramsci e, dal 1944, dalla strategia di Togliatti. Né, tanto meno, con la sinistra libertaria e socialista che tanta parte ha nella nostra storia.

Quel sentire retrogrado attribuisce – in totale disprezzo dei fatti – ad un uomo solo, a Gorbaciov, l’implosione dello Stato Sovietico, quando è vero esattamente il contrario: il giorno del colpo di Stato del 19 agosto 1991, quando Gorbaciov veniva rinchiuso con la famiglia nella dacia di Foros in Crimea, doveva essere quello della firma di un nuovo patto fra le repubbliche sovietiche al quale aveva alacremente lavorato il costituzionalista del Cremlino Georgij Shakhnazarov.

C’è una frase mitica alle origini della perestrojka, una confessione che si scambiarono Michail Gorbaciov e Eduard Shevarnadze (allora segretario del Partito comunista georgiano) e, secondo alcune versioni, Jurij Andropov: “Così non si può vivere!”. Realmente pronunciata o meno, quella frase conteneva una verità profonda: il socialismo da caserma restringeva la libertà di milioni di persone in Unione Sovietica e nei paesi del Patto di Varsavia.

Tutti i soldi impiegati nel sistema militare

Gobarciov e Putin nel 1991 (Di Kremlin.ru da Wikipedia)

Negate le libertà di movimento e di parola, negata – mentre già si affacciava la rivoluzione tecnologica di internet – la libertà di fare fotocopie per impedire la diffusione dei samizdat (le edizioni clandestine dei libri proibiti), negata financo la possibilità di leggere “l’Unità”, organo di un partito comunista formalmente fratello, che veniva relegato negli scaffali speciali delle biblioteche, ai quali accedevano soltanto i funzionari autorizzati dell’apparato. Tutte o quasi le risorse economiche erano destinate al gigantesco sistema del complesso militar-industriale, in una corsa folle agli armamenti che, con lo scudo stellare di Reagan, era già persa, così come palesemente persa era la gara con l’Occidente sullo sviluppo economico: le famiglie custodivano enormi risparmi in rubli con i quali non potevano comprare praticamente nulla. “Tu fai finta di pagarmi e io faccio finta di lavorare” era lo slogan informale che si ripeteva nelle ospitali cucine di Mosca, intorno a un tavolo a bere tè e vodka fino a tarda notte, fino a stramazzare sotto.

Gennadij Gerasimov, il primo portavoce di Gorbaciov, era un uomo colto e spiritoso, amante di Shakespeare, quando gli chiedemmo lumi sulle voci di cambiamento del nome del partito, rispose: “Cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa anche con un altro nome conserva il suo profumo”. E quando gli chiedemmo di commentare il premio Nobel per la pace a Michail Sergeevich, il malandrino rispose: “Beh, non è il premio Nobel per l’economia”.

Gli oligarchi divennero i nuovi padroni

Gorbaciov fallì nelle riforme economiche, soprattutto lui che voleva muoversi dentro il quadro di una società socialista rinnovata, non capì che premeva una oligarchia, quella ai vertici del complesso militar-industriale ed energetico, per assumere il ruolo di nuova classe capitalistica, di nuovi padroni. Si espressero, infatti, i vertici industriali con la tessera di partito in tasca, in un attacco contro il segretario generale del PCUS, in un convegno del dicembre 1990. Contro la sua idea di riforme basate sulla democratizzazione, prendevano piede teorie opposte. Per esempio a Leningrado, la parte più conservatrice del PCUS studiava e propugnava esplicitamente le riforme monetariste di Pinochet, poi più pudicamente rappresentate come “la via cinese”.

A quel tempo, chi studiava o faceva giornalismo in Russia era abituato ad un sottofondo radiofonico noiosissimo: discorsi ufficiali dei membri del Politburò, statistiche fasulle sulla produzione agricola dei kolchoz. Poi improvvisamente capitò di sentire la voce di Pavel Lungin (il regista di Taxi Blues) commemorare John Lennon nell’anniversario della morte, e le note di Imagine, allora capivi che qualcosa stava cambiando. Al posto dei concerti di Pupo e al posto del Ballo del qua qua di Albano e Romina, dall’Italia arrivavano Zucchero e i Matia Bazar. Ma il grande scrittore cecoslovacco Bohumil Hrabal preconizzò in un’intervista a chi scrive la rapida caduta di Gorbaciov e di Raissa: “Sono troppo diversi – disse – dal russo medio. Raissa a Parigi, invece di andare a guardare, come tutte le donne sovietiche, le vetrine degli Champs Élisées, ha chiesto di visitare il Beaubourg, per vedere i quadri Braque e Picasso”.

Eduard  Shevarnadze (Di Robert D. Ward da Wikipedia)

Il bel documentario di Werner Herzog

Nonostante i limiti, gli errori, le incomprensioni e la lotta senza esclusione di colpi (e di golpe) che il suo programma di riforme suscitò, Gorbaciov fece una cosa straordinaria che è messa in luce dal bellissimo film documentario di Werner Herzog del 2019 (ritrasmesso da La 7 mercoledì scorso). Ha indicato e praticato l’obiettivo di liberare l’umanità dalla minaccia nucleare: “Si può avere una visione della società diversa ma avere a cuore la casa comune”.

L’eliminazione dei missili a medio e corto raggio ha significato la riduzione di un terzo degli arsenali nucleari. Si sarebbe potuto continuare su quella strada. E invece Putin percorre la strada opposta. Cosa abbia da guadagnare un paese che vive dell’esportazione delle materie prime, da questa strategia, è un mistero difficile da comprendere. Alla fine potrebbe finire nello stesso vicolo cieco in cui si trovò la nomenklatura gerontocratica degli anni ottanta, che cedette di botto con un golpe fallito.

Messo da parte Gorbaciov, furono Eltsin e i presidenti ucraino e bielorusso a firmare la dissoluzione dell’Unione sovietica. L’Occidente si affrettò a proclamare di aver vinto la guerra fredda. Una sciocchezza, dice l’ormai vecchio Gorbaciov a Herzog: “Con la riduzione degli armamenti nucleari avevamo vinto tutti”.