Google a processo negli Usa, Apple rischia in Cina: la politica sfida il capitalismo digitale

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Il capitalismo digitale occupa mercati, spazi, consumi e coscienze come mai avvenuto nelle rivoluzioni economiche del passato. È efficiente, profittevole e invasivo a livelli mai visti prima. Proprio per la sua forza e la sua capacità di espansione e d’influenza, è anche considerato una minaccia, un pericolo per la stabilità politica, per la tutela della concorrenza, per la difesa della privacy e del diritto all’informazione. Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Google e molti altri come Musk e Airbnb sono i protagonisti di una cavalcata senza limiti verso la massimizzazione dei profitti, la conquista di milioni di consumatori, la creazione di valori enormi in Borsa dove superano il Pil di molti paesi al mondo.

Però anche i potenti protagonisti di questa industria, che alimenta ricerca, innovazione e occupazione, devono fare i conti con ostacoli, inchieste, interventi che diventano rilevanti perché sono promossi dai governi, dagli organi di controllo che gli Stati creano per disciplinare le attività imprenditoriali. In questo ambito la politica, spesso vituperata e svalutata, ha ancora qualcosa da dire. In questi giorni ci sono alcune coincidenze significative e la politica pare prendersi una rivincita sui campioni delle piattaforme.

Fronti aperti

Vediamo alcuni fatti. A metà settembre Apple ha lanciato il suo iPhone 15, un’operazione importantissima, così come ogni battesimo dei modelli precedenti, perché il colosso fondato da Steve Jobs punta a raggiungere il primato di vendite di smartphone nel mondo superando la sudcoreana Samsung. Da pochi giorni, poi, negli Stati Uniti è iniziato il processo istruito dal Dipartimento di Giustizia contro Google, il formidabile motore di ricerca creato appena venticinque anni fa e diventato padrone assoluto del sistema. Le accuse sono relative alla violazione delle normative antitrust e il procedimento americano anticipa un’inchiesta avviata dalla Direzione per il mercato e la concorrenza dell’Unione Europea che potrebbe portare a sanzioni significative. Il terzo elemento è la decisione del comune di New York di intervenire per arginare gli affitti brevi gestiti dal gigante Airbnb. Sono tre casi interessanti, con la politica protagonista come si può individuare dalle cronache.

Comunisti cinesi senza iPhone?

I giorni che precedono il lancio di un iPhone sono solitamente dominati dall’euforia e dall’attesa di milioni di consumatori che si mettono in coda per acquistare il nuovo smartphone. Questa volta, invece, è accaduto un fenomeno strano. A New York le azioni Apple hanno perso il 6% in due giorni, con quasi 200 miliardi di dollari di capitalizzazione volatilizzati. Un colpo tremendo anche per un gigante come Apple. Cosa è accaduto di grave? Il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo in cui ipotizzava che la Cina avrebbe tagliato drasticamente l’utilizzo degli smartphone Apple. La notizia, non confermata, attribuiva al Partito comunista cinese la volontà di vietare ai funzionari del governo e con responsabilità pubbliche l’uso degli iPhone. Il provvedimento sarebbe ispirato a motivi di sicurezza nazionale, per prevenire ed evitare possibili tentativi di spionaggio occidentale.

Questa direttiva di Pechino rientrerebbe nella strategia cinese di ridurre la dipendenza dalla tecnologia straniera oltre che rispondere con un colpo efficace alla guerra commerciale in atto con gli Stati Uniti, dove il presidente Joe Biden intende colpire l’espansione cinese. La prospettiva è terribile per Apple perché la Cina assorbe un quinto circa delle vendite globali e una riduzione imposta dal governo di Pechino avrebbe un impatto sensibile su fatturato e profitti. Bisogna ricordare, però, che la Cina è la grande fabbrica di Apple, e di molte imprese Usa e occidentali, che produce proprio gli iPhone nelle linee produttive controllate dal gruppo Foxconn e questo primato è sempre stato motivo di orgoglio per le autorità cinesi.

Google, un giudizio storico

Il processo promosso dal governo Usa contro Google, accusato di aver violato le leggi contro il monopolio, di aver compiuto violazioni e abusi sul mercato della pubblicità, può diventare un precedente storico, uno di quei contrasti tra politica e multinazionali che può determinare grandi cambiamenti. Il processo, che dovrebbe durare circa tre mesi, si presenta come un confronto durissimo tra un nome prestigioso del capitalismo digitale e le leggi degli Stati Uniti, la patria stessa del capitalismo. La sentenza Google rappresenterà probabilmente una pietra miliare per la giurisdizione americana e avrà un impatto anche al di fuori degli Stati Uniti.

La questione Google è centrale. Manca, infatti, nel sistema un’effettiva regolamentazione del mercato delle aziende digitali. Finora l’America ha fatto scuola per il giudizio su monopoli e oligopoli classici come l’acciaio, lo zucchero, i telefoni, le ferrovie, ma non ci sono applicazioni nell’ambito dell’economia digitale. C’è solo un precedente, un caso simile, quello di Microsoft, ma risale al 1998 e molte cose sono cambiate.

Airbnb, affitti brevi e “overtourism”

L’ultimo caso riguarda la città di New York e la battaglia della sua amministrazione contro gli affitti brevi. Dopo la decisione restrittiva del comune, il numero di abitazioni Airbnb a breve termine disponibili a New York è sceso del 70%. Il comune ha imposto una procedura di trasparenza e ha richiesto agli operatori che offrono affitti brevi sul mercato di registrare gli alloggi presso l’amministrazione della città. Il calo, riscontrato tra il 4 agosto e il 5 settembre (il giorno in cui è entrata in vigore la legge), equivale alla scomparsa di circa 15mila annunci a breve termine dalla piattaforma. On line, tuttavia, si trovano alloggi con affitti di breve durata, con le stesse modalità del passato. La scomparsa di molte abitazioni dal circuito di offerta Airbnb dopo l’intervento del comune può far trasparire la volontà dei proprietari di non volersi svelare.

Il problema è denunciato anche da molti sindaci italiani, soprattutto delle città vittime dell’overtourism, un eccesso di visitatori, che vorrebbero una stretta sugli affitti brevi e la possibilità di individuare e controllare i proprietari. La prima ipotesi di decreto del ministro del Turismo Daniela Santanchè è stata una delusione per i sindaci. Ora il suo collega Matteo Salvini, leader dei condoni e delle sanatorie, difende gli affitti brevi perché i proprietari di case devono poter fare quello che vogliono.