Gli eventi estremi non sono un’eccezione, non c’è più tempo per l’eco-indifferenza

Dall’inizio dell’anno più caldo di sempre si sono verificati in Italia un centinaio di eventi meteo particolarmente violenti secondo l’Osservatorio CittàClima, con conseguenze meno gravi di quelle che abbiamo visto nelle Marche, ma egualmente indicative di una situazione molto preoccupante. Peraltro, siccità e caldo soffocante sono diventanti un elemento fisso della nostra estate e da anni il clima figura come il rischio sistemico più importante nelle analisi di prestigiose istituzioni internazionali.

È perciò indiscutibile che nelle Marche si sia verificato un evento “estremo”, ma dovremmo davvero smettere di considerarlo “eccezionale”. Perché sono anni che gli scienziati ci dicono e ci ripetono che uno dei modi attraverso il quale il cambiamento climatico si manifesterà sarà (anzi già è) con eventi sempre più estremi, troppa poca pioggia alternata da troppa, troppo vento alternato con troppo poco, eccetera eccetera.

La necessità di misure di adattamento

È per questo che da anni a livello europeo si cerca faticosamente di definire regole (sempre troppo blande) e si erogano fondi (sempre troppo pochi) per da una parte ridurre le emissioni climalteranti che provengono dai combustibili fossili, compreso il gas che ancora in molti pensano di potere estrarre dal Mediterraneo o rigassificare per i prossimi dieci o vent’anni a prezzi esorbitanti; e dall’altra, per “adattarsi” ai cambiamenti climatici. Perché è sempre più evidente che anche se domani stesso non dovessimo più emettere nulla (e ne siamo ancora lontani), comunque se ne sono accumulate talmente tante di emissioni climalteranti che per smaltirle ci vorrebbero decenni; quindi dobbiamo investire in modo prioritario in tutte quelle misure che possano limitare gli effetti distruttivi di eventi che non cadono dal cielo, ma hanno cause ben precisa e per i quali per fortuna ormai abbiamo a disposizione un vero e proprio arsenale di soluzioni diverse e che impongono scelte spesso difficili, e che per questo dovrebbero rappresentare il cuore del dibattito e azione politica.

Alluvione nelle Marche, immagine dei Vigili del fuoco

Purtroppo così non è. Il piano di adattamento ai cambiamenti climatici attende da cinque anni e quattro governi di essere finalizzato (fu lanciato dal ministro Galletti, se qualcuno lo ricorda..). Stessa cosa peraltro per quanto riguarda il Piano Clima ed energia fermo ai modesti obiettivi del 2019 e che attende di essere rivisto dopo il lancio del pacchetto legislativo Fit for55 e i suoi nuovi obiettivi di riduzione di emissioni. E’ interessante notare, peraltro, che questo importante documento che sarebbe già dovuto uscire da mesi, è semplicemente scomparso dai radar e nessuno si aspetta che sia fatto a breve.

Nel caso della Regione Marche, peraltro, la morte delle 13 persone suona come una tragica beffa perché dopo l’alluvione a Senigallia nel 2014 era stato fatto un piano con una serie importante di soluzioni, che se fossero state tempestivamente realizzate avrebbero sicuramente ridotto la portata tragica di questo temporale di fine estate all’ennesima potenza.

Tre ragioni dietro all’eco-indifferenza

Perché è stato fatto così poco e perché il territorio italiano è tra quelli messi peggio in Europa? Ci sono tre ragioni fondamentali a mio modo di vedere. La prima è la colpevole mancanza di consapevolezza e comprensione di buona parte di politici, amministratori, media, imprese e sindacati rispetto alla sfida del cambio del clima e dei suoi effetti. Non solo dopo pochi giorni dalla tragedia di turno si passa ad altro. Ma chi si occupa da anni non solo di denunciare ma anche di portare soluzioni viene sbeffeggiato è considerato “ideologico”, parolina magica usata in questi anni per delegittimare ogni proposta e per evitare ogni discussione di merito. In sostanza, nei luoghi dove si decide davvero vige una sovrana eco-indifferenza, che naturalmente si riflette nell’opinione pubblica.

Sviluppo verdeDi conseguenza, ed è il secondo punto, non si vuole proprio capire che il sostegno al Ponte sullo Stretto, all’autostrada Pedemontana piuttosto che l’idea di un rigassificatore permanente, o di nuovi gasdotti, di un grande inceneritore o i sussidi miliardari ad attività ambientalmente dannose, come il “tutto-gomma” nel trasporto merci, trivelle e nuovi centri commerciali o villette sul greto di fiumi e torrenti sono tutte scelte che preparano 100, 1000 tragedie come quelle che si sono prodotte a Senigallia, sulla Marmolada e in tanti altri luoghi. Quindi si continua imperterriti a perdere tempo, si chiacchiera, ma non si fa nulla per sbloccare davvero le rinnovabili o spingere il risparmio energetico al di là delle virtù di sobrietà ora richieste a tutti noi; insomma non ci si attrezza sulle reali priorità, che sono quelle derivanti dall’urgenza di preparare la società, l’economia, le nostre città e campagne, il nostro modo di lavorare e consumare all’enorme trasformazione in atto. E dunque se ne perdono anche di vista le grandi opportunità.

La terza ragione è che la ormai vasta schiera di ecologistə che comunque sono attivə in Italia in tutti i settori, dalla società civile, all’economia alla politica non sono (siamo) riuscitə in questi anni a lavorare insieme e a dimostrare che la trasformazione ecologica non deve necessariamente essere un “bagno di sangue” o una privazione: è la premessa per affrontare il futuro con una prospettiva realistica di vivere e lavorare meglio, grazie anche a un cambio culturale che porta già moltə a preferire una bella bici elettrica a un’auto a benzina e a darci la voglia di mettere in piedi una comunità energetica invece che chiedere sussidi per pagare il gas; già oggi sono evidenti, nonostante gli investimenti ancora troppo scarsi, straordinari progressi tecnologici, ma anche esempi di organizzazione della vita e del lavoro che sono davvero il segno che si può fare della transizione ecologica la frontiera di un progresso molto diverso da quello che riuscirono a realizzare i nostri padri e madri, più rispettoso del pianeta, più equo è giusto.

Un progresso diverso

Nel 2018, una ragazza svedese riuscì dopo una estate torrida a smuovere le coscienze di milioni di giovani e meno giovani portando per la prima volta alla ribalta a livello globale non solo il grido della scienza, ma anche le soluzioni possibili e la necessità che tuttə si prendano la loro responsabilità per metterle in atto. Con il COVID, la spinta di quella mobilitazione si è indebolita soprattutto in Italia, per ciò che riguarda la capacità di incidere nel dibattito pubblico; secondo me questo è successo anche a causa di una certa riluttanza del movimento a “sporcarsi le mani” con la politica e con il mondo economico e sociale organizzato. Soprattutto in vista di un risultato elettorale che segnerà una netta regressione della politica rispetto al clima, è secondo me necessario ritrovare quella grande energia ripensando a forme di  mobilitazione più unitaria e ampia intorno alla priorità climatica, che riesca a mettere insieme e a rendere più efficace l’azione di quella parte della politica, delle istituzioni, dei media, dell’impresa, del lavoro e dell’associazionismo, che ha capito che non si può più aspettare e che non è più davvero possibile accettare la morte di tante persone innocenti e la devastazione del nostro territorio quando si potrebbe fare moltissimo per evitarlo.