Gli errori e i voltafaccia
sulla legge Zan
Allarme nel centrosinistra

Sarà anche vero – come ha detto di recente Enrico Letta – che gli elettori qualche volta sono più avanti delle forze politiche che li rappresentano. La legge che punisce le violenze e le discriminazioni omofobiche, così come quella sullo ius soli, a giudicare da tutti i sondaggi di opinione, rientrano a pieno titolo tra questi casi. Ma il compito della politica non è quello di evocare l’elettorato o la cosidetta “società civile”, anche perché da qui a cadere nel populismo il passo è breve. Il compito della politica è di fare leggi, le migliori possibili, e di trovare le alleanze, le più larghe possibili, per approvarle.

La questione delle alleanze

Lasciamo da parte il merito della legge Zan, le sue opportunità e i suoi limiti, su cui ha scritto su Strisciarossa Oreste Pivetta. Approfondiamo la seconda questione, quella delle alleanze. La nuova leadership del Pd sta giocando molto, quasi tutto, su questa scommessa, tra “campo largo” e “Nuovo Ulivo”. Ma l’affidabilità dei suoi possibili alleati nel centrosinistra sembra tutt’altro che a prova di bomba. Per restare alla vicenda parlamentare della legge Zan, l’atteggiamento di Italia Viva è stato a di poco sconcertante. Anche ammesso – e non concesso – che i suoi senatori abbiano compattamente votato contro la “tagliola” sul provvedimento, basterebbe l’assenza ostentata del suo capo Matteo Renzi per far venire meno ogni credibilità. Per di più dopo le invettive – lanciate dall’Arabia Saudita, cioè da un Paese agli ultimi posti del mondo in fatto di diritti civili – non contro l’esultanza della destra che aveva appena affossato la legge contro l’omofobia, ma contro i suoi supposti alleati del Pd e dei 5 Stelle, che – al netto di dissensi interni e franchi tiratori – quella legge hanno sostenuto.

La destra applaude l’affossamento della legge Zan

Più d’uno ora si interroga sullo “scivolamento a destra” del partitino personale nato dall’ultima scissione democratica. Davvero Renzi ha deciso che il suo futuro politico è da quella parte? Riesce francamente difficile immaginarlo “vassallo” di Meloni e Salvini, visti i rapporti di forza con la piccola Italia Viva. Ma è un fatto che la sua spregiudicatezza non favorisca affatto una ricomposizione del centrosinistra: anzi sembra indirizzata a far saltare definitivamente l’alleanza.

Il problema per Letta e il Pd è che volgendosi dalla parte opposta – quella dei 5 Stelle – le cose non sono affatto migliori. La spregiudicatezza di Giuseppe Conte non ha nulla da invidiare a quella renziana. La questione non riguarda solo il passato – il governo con Salvini, all’insegna del populismo e della lotta feroce agli immigrati su cui il leader pentastellato, a differenza di Di Maio,  non ha mai fatto retromarcia- – ma anche quello che è venuto dopo. Per fare solo pochi esempi, alle recenti elezioni amministrative il M5S ha sistematicamente evitato le alleanze con il centrosinistra nelle realtà considerate in bilico, mentre vi ha acconsentito solo dove la vittoria era sicura (Bologna, Napoli) con un apporto peraltro risultato ininfluente. Il nuovo gruppo dirigente – partorito dopo mesi e con un profilo assai modesto – non sembra mosso da grande spirito unitario verso la sinistra mentre  i nostalgici di Di Battista sono ancora influenti: lo stesso Conte ha evitato al riguardo uno scontro aperto e chiarificatore. Nella maggioranza attuale, l’ex premier si è contraddistinto finora per la battaglia tutt’altro che garantista contro la riforma della giustizia e per rivendicazioni di scarso spessore come il superbonus per le villette unifamiliari, il cashback (e magari la lotteria degli scontrini..). E naturalmente si è ben guardato dall’affiancare i democratici nelle battaglie più scomode, come quella sullo ius soli. Nella stessa vicenda della legge Zan, Conte ha evitato il più possibile di esporsi. E se fossero fondate certe ricostruzioni giornalistiche, nella imminente “battaglia del Quirinale” si rivedrebbero i segnali di un pericoloso ritorno al peggior populismo, come la votazione in rete tra i militanti sui possibili candidati alla Presidenza della Repubblica.

Legge elettrorale: la partita-chiave

Matteo Renzi in Arabia

Se questo è il quadro, la prospettiva per il centrosinistra appare tutt’altro che incoraggiante. Ma l’alternativa per il Pd e la sinistra di fronte a possibili alleati poco affidabili non può essere la solitudine o l’isolamento: la sconfitta sarebbe certa. E allora? La partita-chiave resta quella della riforma elettorale, finora mai intrapresa seriamente da nessuna forza politica. Se prevale una logica maggioritaria, di coalizione, accordarsi preventivamente con questi alleati produrrebbe magari un programma di centinaia di pagine dove c’è tutto e il contrario di tutto, come ai tempi dell’Unione di Prodi, ma apparirebbe poco credibile agli elettori, tanto più alla luce dell’esperienza di questi anni. Se al contrario si scegliesse il proporzionale, magari con una significativa soglia si sbarramento per semplificare il sistema politico, ognuno potrebbe presentarsi all’elettorato con le sue idee e proposte e le coalizioni di governo si formerebbero solo dopo, come avviene in Germania, in Spagna e in mezza Europa. E magari si rivedrebbero finalmente dei partiti al passo con i propri elettori e chissà anche un po’ più avanti