Allargamento NATO, ritorno di guerra fredda o spiragli di disarmo?

Che partita si sta giocando davvero nell’area del Baltico da quando la Finlandia e la Svezia hanno cominciato a preparare le carte per il matrimonio con la NATO? E come può influire sul corso degli eventi di guerra l’altra novità delle ultime ore: la road map verso la pace individuata dal governo italiano ed esposta dal ministro degli Esteri Di Maio al Segretario generale dell’Onu Guterres?

Per provare a rispondere alla prima domanda cruciale conviene partire dalle reazioni  di chi ha più da perdere dalla nuova situazione che si va creando lassù: la Russia. L’osservazione più banale, ma anche più vera, che è stata fatta in proposito è che per una infausta (per Mosca) eterogenesi dei fini l’avventura militare di Putin in Ucraina, che venne giustificata agli occhi del mondo anche, se non soprattutto allora, come risposta alla determinazione occidentale a ottenere l’adesione di Kiev alla NATO, stringerà ancor di più il cerchio dell’alleanza avversaria intorno alla Russia. Quando i giochi saranno fatti, organizzare un blocco navale nel golfo di Finlandia e chiudere San Pietroburgo, la città natale dell’ultimo zar, in un cul de sac sarà un gioco da ragazzi.

Il Baltico visto dal satellite

Eppure è parso agli osservatori che la qualità e il carattere delle reazioni di Mosca alla “provocazione” siano stati, tutto sommato, ragionevolmente moderati: toni duri, certo, dichiarazioni forti, ma contromosse nulla, neppure simboliche. Vediamo.

“Scordatevi un Baltico senza armi nucleari”

Quello che si è spinto più in là è stato Dmitrij Mevdedev, l’ex presidente della Federazione nella staffetta che Putin gli impose per “tenergli il posto” dal 2008 al 2012 quando il padre padrone dello stato russo fu costretto dalla Costituzione di allora ad accontentarsi del posto di capo del governo, un “fedelissimo” forse non più tanto “issimo” da quando, da vicepresidente del Consiglio di Difesa, gli è capitato di tanto in tanto di fare qualche distinguo dalla linea del Gran Capo, almeno nei toni. Ancor prima che le aspirazioni di Helsinki e Stoccolma venissero formalizzate, Mevdedev aveva già messo le mani avanti affermando che dopo la svolta la situazione non sarebbe più stata la stessa e che “ci si può scordare di un Baltico denuclearizzato”. Insomma, che la Russia avrebbe risposto con l’installazione di armi atomiche nell’area. Minaccia forte sulla carta, ma forse un bluff sul terreno, giacché è opinione diffusa che già ora il Baltico non sia affatto denuclearizzato, visto che nella exclave russa di Kaliningrad sono installati i missili Iskander il cui raggio d’azione comprende Berlino, Varsavia e le capitali baltiche e che missili simili sono presumibilmente montati sui sommergibili che fanno capo alle basi della exclave. Questi vettori possono essere armati di testate nucleari, specialmente quelle tattiche da utilizzare sul teatro delle operazioni e molti particolari fanno pensare che le testate stesse si trovino già stoccate nei magazzini della regione. Una supposizione degli esperti che è già una certezza per la prima ministra lituana Ingrida Šimonytė.

Bellicoso è stato anche il ministro degli Esteri Sergeij Lavrov, nella cui dichiarazione gli osservatori più attenti hanno però còlto un particolare curioso e probabilmente significativo: la durezza della nostra risposta – ha detto il capo della diplomazia di Mosca – sarà proporzionale al grado di pericolosità delle conseguenze militari dell’adesione alla NATO dei due paesi. Come dire: dipenderà dalla qualità delle armi e dal luogo dove i finlandesi le dispiegheranno quando saranno a tutti gli effetti parte del dispositivo dell’alleanza. Voce dal sen fuggita? Non proprio, visto che più o meno lo stesso concetto è stato ribadito dal Gran Capo in persona: la mossa di Helsinki e di Stoccolma – ha detto testualmente Putin – “non rappresenta un problema (“una minaccia”, secondo altre versioni) per noi”, ma se essa dovesse comportare lo sviluppo di infrastrutture militari (minacciose per noi russi, è sottinteso), “troverebbe una risposta adeguata”.

Che cosa si può dedurre da queste reazioni?

L’idea dello “spazio russo”

La prima considerazione è che l’ingresso di Svezia e Finlandia nella “alleanza nemica” viene giudicata da Mosca meno grave dell’ingresso dell’Ucraina per evitare il quale si è fatta la guerra. Questa minore gravità è fondata non soltanto su considerazioni strategico-militari ma, molto di più, sulla particolarità della natura dei rapporti tra la Federazione russa e l’Ucraina. Ovvero: il fatto che l’Ucraina nella visione putiniana appartiene allo “spazio russo” e che è abitata in molte regioni (non solo la Crimea e il Donbass) da popolazioni che, sempre nella concezione di Putin, sono russe ma staccate dalla madrepatria e represse dal governo di Kiev. Né la Finlandia né tanto meno la Svezia hanno queste caratteristiche: non ospitano minoranze russofone (per la Finlandia è vero semmai il contrario, giacché un’esigua minoranza finlandese vive ancora nella regione di San Pietroburgo e finlandese era anche il villaggio in cui Caterina I fece costruire il grande palazzo estivo di Carskoe Selo) e pur se il paese dei mille laghi è stato a lungo dominato dagli zar, non appartiene all’area culturale russo-slava. Quanto alla Svezia, pur essendo stata per molti secoli un nemico atavico dei russi, dalle guerre napoleoniche fino al governo in carica oggi la sua neutralità è stata un punto fermo per tutto il nord-nordest dell’Europa.

Missile iskander
Missile Iskander a Kaliningrad

La seconda considerazione è che l’unica cosa che veramente pare interessare ai russi è il pericolo che può essere costituito dalla presenza di sistemi d’arma tanto vicini da rappresentare una minaccia concreta per il proprio territorio. Da anni svedesi e finlandesi fanno esercitazioni militari congiunte con i norvegesi e con i militari di altri paesi della NATO, compresi gli americani, e condividono con gli occidentali le informazioni di intelligence e di controllo dello spazio aereo (esigenza molto sentita dagli svedesi i cui cieli sono frequentemente violati da velivoli russi), ma la cosa non è mai stata oggetto di contenziosi troppo duri con Mosca, se non in qualche rara occasione da parte di Stoccolma. Diverso, molto diverso, sarebbe il caso se in uno dei due paesi, o in tutti e due, venissero installate batterie di missili in grado di minacciare la Russia, oppure venissero ospitate basi per aerei armati di ordigni nucleari o venissero dislocate forze di intervento rapido del tipo di quelle che la NATO dispiega nei paesi baltici e che il Cremlino giudica potenzialmente molto pericolose.

Relativa souplesse

Non sapremo mai se le cose sono andate veramente così ma, data la situazione, è anche possibile che nelle settimane scorse Mosca abbia ricevuto da Helsinki e Stoccolma, oppure da Washington o dal quartier generale della NATO assicurazioni credibili sul fatto che nei due paesi non verranno installate armi di quel tipo. Questo spiegherebbe la relativa souplesse con cui, pur in una situazione di gravi tensioni e di confronto durissimo con l’occidente, è stata accolta la notizia. In fondo, a meno non si voglia pensare che Putin avesse in mente veramente di aggredire la Finlandia o la Svezia neutrali (cosa che non è proprio da escludere considerati i precedenti), è vero che – come ha detto lui stesso –  l’adesione alla NATO “non è un problema” per i russi se non comporta un aumento delle minacce militari sul loro territorio. È stato invece un problema, e continua ad esserlo, agli occhi di Mosca l’aderenza al meccanismo integrato dell’alleanza atlantica dei tre stati baltici, in cui si configurano rapporti di tipo “ucraino” con le minoranze russofone, che sono molto consistenti in Estonia e Lettonia (oltre il 25% della popolazione complessiva) e rimarchevoli in Lituania (5-6%) e che, specialmente da parte del governo di Tallinn, sono sottoposte a discriminazioni che sarebbe bene fossero scoraggiate con più decisione dagli alleati nella NATO e dalle istituzioni dell’Unione europea.

Missile USA Patriot in Polonia

Il compito di chi vuole evitare il consolidarsi di nuove pericolose tensioni determinate dalla pretesa di Putin di “tutelare” i russofoni ovunque si trovino dovrebbe essere in primo luogo quello di non offrirgli appigli e di contrastare gli argomenti nazionalistici che esibisce, con un evidente consenso, anche in patria. Non c’è dubbio che l’ennesimo allargamento della NATO sia destinato ad aggravare il clima generale delle relazioni tra la Federazione russa e l’occidente e, con ciò stesso, a rendere più difficile nell’immediato futuro la ricerca d’una via d’uscita dalla grave crisi ucraina. Ma, a voler essere ottimisti fino all’ingenuità, non parrebbe assurdo pensare che l’adesione dei due paesi nordici all’alleanza occidentale possa essere anche l’occasione per una ripresa del dialogo sul disarmo in tutta l’area. Un paradosso, giacché è proprio lì, specialmente in Polonia e nelle tre repubbliche baltiche, che le tensioni sono montate pericolosamente in conseguenza dell’aggressione russa all’Ucraina. D’altra parte, nonostante che già allora la situazione fosse difficile e inducesse al pessimismo, nei mesi immediatamente precedenti il precipitare della crisi, dei negoziati tra americani e russi erano già in corso sia pure a basso livello diplomatico e riguardavano i missili a corto e a medio raggio, la dislocazione di forze di intervento rapido, lo svolgimento di esercitazioni particolarmente pericolose o provocatorie. Non dimentichiamo, a questo proposito, che proprio dietro il paravento di esercitazioni ai confini i russi, nel febbraio scorso, prepararono uomini e mezzi per la guerra contro l’Ucraina.

L’equilibrio dei “due mari”

In passato, i sovietici prima e i russi dopo nonostante i loro atteggiamenti aggressivi hanno accettato il metodo dei negoziati. Ancora quindici mesi fa nell’incontro diretto tra il presidente americano Joe Biden e il capo del Cremlino è stato raggiunto un accordo sul prolungamento per cinque anni del Trattato START sulla riduzione delle armi nucleari strategiche e da quando si è insediato Biden l’amministrazione americana manda segnali sulla possibilità che gli Usa rientrino nel trattato sui missili a medio raggio (INF) dal quale Trump si era ritirato. Anche le discussioni su una moratoria delle armi nucleari tattiche potrebbero riprendere e sarebbe un’ottima cosa considerati i timori su un possibile loro uso da parte russa proprio sul teatro ucraino.

Naturalmente non è detto affatto che si realizzi quest’altra eterogenesi dei fini, stavolta positiva, per cui l’ennesimo allargamento della NATO porterebbe a un rinnovato interesse delle parti, e soprattutto dei russi, a una ripresa dei processi di disarmo, quanto meno regionale.

Dominio russo sul Mar Nero: è l’obiettivo di Putin?

È certamente possibile che si realizzi invece lo scenario, che gli analisti più pessimisti cominciano a profetizzare, di una nuova guerra fredda basato sull’equilibrio dei “due mari”: un ridimensionamento radicale dell’influenza russa nel Baltico, che renderebbe perfino non più sostenibile la situazione di Kaliningrad, contrapposto a una più pesante influenza russa nelle regioni del Mar d’Azov e del Mar Nero, secondo la storica tendenza che fu zarista ma anche sovietica a espandersi verso i mari del sud. Un equilibrio basato, come fu quello della guerra fredda, sulla tensione permanente e sulla deterrenza delle armi, a cominciare da quelle nucleari.

L’iniziativa italiana

Su questo ultimo aspetto potrebbe avere una qualche positiva influenza l’iniziativa italiana per una possibile mediazione tra Mosca e Kiev. Questa consisterebbe in quattro fasi. 1) Un cessate il fuoco con il “congelamento” provvisorio della situazione militare sul campo.  2) La convocazione di una conferenza di pace cui sarebbe affidato il compito di sancire e garantire per l’Ucraina uno status di neutralità che verrebbe dichiarata “pienamente compatibile” con una futura adesione all’Unione europea. 3) Un accordo bilaterale Mosca-Kiev sulle questioni territoriali che dovrebbe tendere – secondo chi propone il piano – al riconoscimento della sovranità ucraina sulle aree contese (Crimea e Donbass), ma con una loro totale autonomia garantita internazionalmente. 4) La creazione di un’entità istituzionale, sul modello dell’OSCE che derivò, con il passaggio dalla CSCE, dal Trattato di Helsinki del 1975. Questo organismo dovrebbe garantire la sicurezza reciproca di tutti i partecipanti, il disarmo dell’area europea, il controllo degli armamenti, la mediazione delle controversie, la prevenzione dei conflitti e le misure di rafforzamento della fiducia reciproca.

Le difficoltà che si parano davanti a questa road map sono intuibili. Vediamone alcune. La prima è che l’iniziativa viene da un paese che i russi considerano cobelligerante perché ha fornito e fornisce armi a Kiev. Poi c’è da considerare che proprio la compatibilità tra l’adesione all’Unione europea e la neutralità ha ricevuto un colpo notevole dalla decisione di Stoccolma e di Helsinki di chiedere l’adesione alla NATO. Inoltre è molto dubbio che la Russia accetti un qualsiasi riconoscimento della sovranità ucraina sulla Crimea, che dal referendum (illegale) del 2014 considerano parte indiscutibilmente integrante del territorio della Federazione, opinione peraltro presumibilmente condivisa dalla grande maggioranza della popolazione della penisola. Infine non sarebbe affatto facile individuare e mettere in funzione gli strumenti della garanzia internazionale sull’autonomia di regioni che comunque resterebbero parte dello stato ucraino. Il modello del Sud Tirolo che è stato tirato in ballo più volte è valido fino a un certo punto, non fosse che perché, a differenza di quanto avverrebbe nelle aree contese dell’Ucraina, è stato creato in una situazione di relativa pace tra i due paesi contraenti, l’Italia e l’Austria, e funziona in un contesto di quasi totale mancanza di ostilità. Circostanze che sono inimmaginabili in regioni che sono state devastate prima da una brutale aggressione e poi da una guerra sanguinosa.

Antonio Guterres

È sul quarto punto che si potrebbero, forse, concentrare le speranze, proprio sulla base delle considerazioni che si facevano sopra su una presumibile non indisponibilità della Russia a riaprire il dialogo con l’occidente sul disarmo, quanto meno regionale. Un organismo collettivo di sicurezza potrebbe essere una prospettiva allettante per il Cremlino, anche se occupato da un personaggio come Vladimir Putin, perché fornirebbe un quadro di certezza sulla intangibilità del territorio russo, che pare proprio essere la preoccupazione, quasi l’ossessione, dello spirito pubblico di quel paese.

Insomma, pure se può apparire come una generosa utopia nel momento in cui la scena è occupata da violenze, morti e distruzioni, la riapertura di un dialogo sul disarmo nel segno di quello che è stato definito come lo spirito di Helsinki sembrerebbe essere comunque la stella polare dell’iniziativa cui dovrebbe lavorare l’Europa. Va dato atto al governo italiano di averla proposta e a quelli francese e tedesco di averla fatta propria.