Gli attacchi a Speranza
un segnale insidioso
per il governo

È tra i ministri più popolari con uno tra i compiti più gravosi e nel governo rappresenta il più piccolo dei partiti della maggioranza. La somma dei tre avverbi “più” ha reso Roberto Speranza di Liberi e Uguali il nemico perfetto della destra, l’anello “strano” della catena costruita da Draghi e Mattarella per la “salvezza nazionale” dalla pandemia. Speranza è anche il “continuatore” della linea Conte e dunque il nemico designato di Salvini (sempre alla ricerca di un pretesto per deviare l’attenzione dal disastro Lombardia). Ha fatto e sta facendo bene un lavoro difficilissimo che, giustamente, è stato apprezzato da tutto il Pd e sottolineato da Letta. È stato ed è – sempre d’accordo con Draghi – il più deciso ostacolo all’irresponsabile ed avventuristico “riapriamo tutto” di Salvini, che prescinde dai dati reali dell’emergenza sanitaria per cercare il facile consenso nella rabbia delle categorie più penalizzate dalle chiusure. Proprio per la sua coerenza Speranza è diventato il capro espiatorio predestinato, soprattutto dopo l’apertura dell’inchiesta della Procura di Bergamo sul caso Ranieri Guerra/Oms e il mancato aggiornamento del piano pandemico dell’Italia.

Peraltro, il fuoco concentrico che si è abbattuto negli ultimi due giorni contro il ministro si inserisce nel solito canovaccio dei governi delle larghe intese, già ampiamente collaudato nell’epoca Monti, con la destra a svolgere le classiche e contemporanee due parti in commedia: di maggioranza e di opposizione. Nulla di nuovo sotto il sole. E ovviamente non c’è chi non sospetti che la destra farà saltare il banco al momento politicamente più conveniente da immaginare nel post pandemia, cioè non domani.

“L’ho voluto io nel governo”

Se si considera che Draghi ha speso parole chiare e in apparenza definitive sul suo ministro (“L’ho voluto nel governo e ne ho molta stima”), ribadite da Palazzo Chigi anche martedì per smentire le voci di sostituzione di Speranza per destinarlo a un incarico internazionale, la più logica delle conclusioni è che l’esponente di Leu al momento appaia dotato di una copertura politica solida. Oltretutto è anche un elemento di equilibrio complessivo a cui il presidente del Consiglio non può rinunciare se non a rischio di un effetto domino su tutta l’organizzazione antipandemia. In altre parole, al destino di Speranza pare essere legato il destino del generale Figliuolo i cui esordi – tra tanti annunci contraddittori, obiettivi mancati e qualche infelice soluzione – non sono stati esattamente brillanti e ora il suo lavoro non viene certo percepito dagli italiani come un cambio di passo rispetto alla precedente gestione Arcuri.

È comunque probabile che su Speranza il campionario di insulti e contumelie di questi giorni continuerà: ieri mattina su La7 nel programma di Myrta Merlino il vice direttore de La Verità Francesco Borgonovo l’ha invitato a trasferirsi a Londra “a fare il cameriere”, l’altra sera a “Di martedì” una allucinata Elisabetta Gardini davanti all’interdetto Bersani ha sciorinato battute da trivio degne dei raduni dei ristoratori di “Ioapro”, con tanti saluti alla solidarietà che si dovrebbe, almeno per un fatto di civiltà, a chi ha subito pesanti minacce di morte estese alla famiglia. Si tratta di capire se questo livello di tensione alimentato da tutta la destra di governo (e sommato a quello della destra di opposizione) sia stato messo nel conto dal “tecnico” Draghi e quanto lo condizioni nel suo operato.

In ogni caso il tiro al bersaglio contro Speranza non è un bel vedere. Sembra il tiro al bersaglio contro la sanità pubblica e probabilmente mescola la battaglia politica del momento con quella futura. Una sorta di prova generale per la sanità che verrà con la distribuzione dei finanziamenti dell’Europa. A questo proposito nei giorni scorsi è passata abbastanza sotto traccia la notizia che Renzi ha lasciato la commissione Difesa del Senato per entrare nella commissione Sanità: non è ordinaria amministrazione ma, forse, un segnale da cogliere.