Giovani di città, gli elettori di Mélenchon che Macron deve conquistare

Com’era prevedibile l’esito del primo turno delle elezioni presidenziali francesi ha attirato l’attenzione delle diverse opinioni pubbliche europee. Un interesse destinato a crescere ulteriormente nei quindici giorni che ci separano dal 24 aprile. I due candidati qualificati al secondo turno, Emmanuel Macron e Marine Le Pen, si sono subito lanciati nella nuova campagna. Macron ha scelto il Nord del paese per la sua prima iniziativa. Una scelta non casuale, perché si tratta di una zona della Francia dove Le Pen è arrivata largamente in testa. Nel suo primo dialogo con gli elettori il presidente uscente ha dovuto giustificare le sue dichiarazioni sui non-vaccinati del gennaio scorso (“gli renderò la vita difficile”, ma in realtà aveva usato il verbo emmerder che ha un significato più volgare), le sue decisioni durante la crisi sanitaria e la sua proposta d’innalzare l’età minima per la pensione. Nessuna domanda sull’Ucraina o sul suo ruolo internazionale, una prova concreta, cioè, di cosa significa dimostrare di non essere un candidato lontano dalle preoccupazioni quotidiane dei francesi.

Macron: correzioni in corsa

Macron ha ribadito la volontà di rivedere e correggere il suo programma e ha annunciato l’intenzione d’incontrare i candidati esclusi, che hanno dato indicazione di voto in suo favore al secondo turno, per discutere con loro le novità da introdurre nella sua proposta. L’esercizio difficile, a cui è chiamato, consiste nel riuscire a mobilitare la maggioranza dell’elettorato di sinistra senza però dare l’impressione di fare proposte che sembrino strumentali e non credibili. Un compito certamente complicato per chi ha scelto due Primi ministri provenienti dalla destra francese e che non ha mai instaurato un vero dialogo con l’ opposizione di sinistra.

L’elettorato decisivo da mobilitare è quello che ha votato Jean Luc Mélenchon, una delle grandi sorprese del 10 aprile. La distanza finale da Le Pen è di circa 400.000 voti e non vi è dubbio che sul mancato sorpasso abbia pesato la scelta dei comunisti di presentarsi autonomamente, a differenza che nel 2017. Mélenchon, domenica sera, in quello che è stato uno dei discorsi più interessanti del dopo voto, ha scandito con forza quattro volte la frase: “nessuno voto deve andare all’estrema destra”. Ma così come aveva fatto nel 2017 non ha dato un’indicazione di voto esplicita in favore di Macron e i dirigenti del suo partito, presenti nelle diverse tribune televisive, hanno insistito sul fatto che le scelte degli elettori dipenderanno dalla capacità di quest’ultimo a introdurre novità significative nel suo programma.

La sorpresa Mélenchon

Mélenchon ha ottenuto un ottimo risultato nelle grandi e medie città. Se si considerano tutti centri urbani con più di centomila abitanti arriva in testa con circa il 31% dei voti, superando nettamente Macron (26%) e Le Pen (16,9%). Un dato omogeneo in aree geografiche diverse: da Lille a Montpellier , da Toulouse a Grenoble.
Macron è stato invece il più votato nei tantissimi comuni tra i 20.000 e 100.000 abitanti, con un risultato omogeneo su tutto il territorio nazionale. Marine Le Pen, dal canto sua, ha confermato il suo radicamento elettorale nei numerosi piccoli comuni isolati e nelle città con meno di 20.000 abitanti.

Mélenchon è arrivato primo anche nei territori francesi di oltremare ( la Réunion, Guyana, Martinique, Guadalupe) e , soprattutto, in Ile de France, la regione parigina. Qui ha superato di poco Macron (30,2% contro 30,1%), trionfando nei comuni che storicamente hanno costituito il bastione rosso della sinistra francese: con il 61% a Saint-Denis o il 60,14% a Bobigny. Si tratta di centri urbani in cui si è registrato un forte astensionismo, superiore al 30%, ed è quindi evidente come Mélenchon sia stato l’unico candidato capace di proporre una prospettiva politica convincente a un elettorato deluso dalle politiche di tutti i governi degli ultimi decenni e che avrebbe potuto scegliere o di non votare o di premiare l’estrema destra.

Per quanto riguarda la distribuzione regionale del voto, la carta elettorale francese presenta delle zone omogenee: Macron conquista tutte le province dell’Ovest, da nord a sud, e buona parte del centro-est. Marine Le Pen conferma il suo radicamento sia nel Sud-est (un bastione dell’estrema destra che ha ereditato dal padre) sia nel Nord, che è invece un territorio che ha saputo conquistare da sola negli ultimi 20 anni. Anche lei deve affrontare una sfida complessa: attrarre voti di sinistra conservando il suo elettorato di destra fedele ai contenuti più reazionari del suo programma.

La sua strategia è certamente quella di unire l’elettorato anti-Macron, ma per realizzarla dovrà al contempo ribattere in maniera convincente alle accuse che il suo avversario ha cominciato a rivolgerle – cosa che non aveva fatto durante la campagna del primo turno – da domenica sera: il suo legame politico con Putin, la questione del prestito ricevuto e non ancora rimborsato da banche russe e più in generale il suo appartenere “ a una internazionale populista” che rappresenta una minaccia per il futuro dell’Europa.

La galassia degli astenuti

L’altro elemento che avrà un peso decisivo saranno le dinamiche elettorali all’interno della galassia dell’astensionismo. Il voto del primo turno è stato caratterizzato da una forte differenziazione legata alle diverse fasce di età: Macron è stato il più votato da coloro che hanno più di 60 anni. Tra i 59 e i 35 anni ha prevalso Le Pen. L’elettorato più giovane (18-34 anni) ha invece premiato Mélenchon. Sono dati di grande interesse: la Francia di Macron è una Francia più anziana, tendenzialmente più conservatrice. Mélenchon ha convinto i più giovani, un risultato non banale se si considera che, al contempo, la metà dei francesi tra i 18 e i 34 anni non hanno votato.

I giovani si confermano essere i più restii a partecipare al voto, malgrado il forte interesse in questa fascia di età verso i temi e le emergenze ambientali. La metà che ha votato al primo turno, in prevalenza Mélenchon, parteciperà al secondo turno? Si tratta di un interrogativo che può influire molto sul risultato finale.

Lo studio dei flussi elettorali ha anche dimostrato come un lavoratore su tre non abbia votato e dunque il mondo del lavoro e quello giovanile sono due settori della società in cui emergono con più forza gli elementi di crisi della democrazia francese. Nella campagna elettorale dei prossimi quindici giorni, dunque, precipitano tante questioni spinose da tempo aperte nel sistema sociale francese e che peseranno non poco anche sulle successive elezioni legislative e, più in generale, sulla ormai non più rinviabile riforma di un sistema politico seriamente destabilizzato dai risultati di domenica scorsa.

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