La biodiversità sparisce mentre celebriamo le giornate dell’ambiente

Anche un paio di quotidiani nazionali si sono tinti di verde il 5 giugno per ricordare che in questo giorno, ormai da quasi cinquant’anni, si celebra la “giornata mondiale dell’ambiente”, il World Environment Day. Era il 1972 quando le Nazioni Unite organizzarono a Stoccolma la Conferenza internazionale sull’ambiente umano inauguratasi proprio il 5 giugno. (seguita, poi, da quelle di Rio de Janeiro 1992 e Johannesburg 2002). Due anni prima, il 22 aprile, c’era stato il primo Earth day, la Giornata della Terra. E due anni dopo, il 5 giugno 1974, questo World Environment Day.

Di celebrazione in celebrazione ormai è passato quasi mezzo secolo e le preoccupazioni che alimentavano questi eventi sono anche aumentate.
Quell’anno il tema o, meglio, lo slogan dell’iniziativa fu Only One Earth (un sola Terra). Era un avvertimento che invitava a tener conto delle preoccupazioni alimentate dai rapporti del MIT al Club di Roma riassumibili nella crescente consapevolezza di vivere (in tanti e in sempre di più) su un pianeta non espandibile. Il quale, come si disse in anni successivi, è l’unico che abbiamo e che essendoci stato dato in prestito dalle generazioni successive alla nostra, dovrebbe essere loro restituito per lo meno nelle condizioni in cui l’abbiamo avuto.

La scomparsa della biodiversità

Abbastanza coerentemente con questo principio i temi che hanno caratterizzato le  giornate dell’ambiente hanno sottolineato la preoccupante presenza di problemi la cui mancata soluzione mette seriamente in discussione la sopravvivenza dell’umanità. Per esempio, negli ultimi anni si è parlato di scomparsa delle foreste, di inquinamento marino, di lotta alla plastica, del mutamento climatico…

Friday for FutureQuest’anno tocca al “Ripristino degli Ecosistemi”, duramente e pericolosamente sfruttati. Un tema che fa ricordare il paleontologo keniota Richard Leakey e lo scrittore di Scienze Roger Lewin autori di La sesta estinzione. La vita sulla Terra e il futuro del genere umano, (Bollati Boringhieri 2015) i quali considerano la distruzione degli ecosistemi alla base di una crisi paragonabile alle peggiori catastrofi del passato prevedendo la scomparsa della metà della biodiversità globale sulla Terra entro il 2025. “Ci sono andati vicino” ha scritto Telmo Pievani (Tutte le minacce di un’altra estinzione “La lettura”, 24 maggio 2020) dal momento che “più di 350 specie di vertebrati terrestri si sono estinte dal Cinquecento a oggi e moltissime altre (un terzo del totale) sono in via di estinzione.”

È a tutto questo che bisognerebbe cercare di porre un freno ripristinando gli ecosistemi o, almeno, frenandone la distruzione. Perché, come conclude Pievani, l’estinzione è senza ritorno: il danno è per sempre e lo paghiamo anche noi. Dalla biodiversità dipendono infatti servizi essenziali per il nostro benessere come la dispersione dei semi, la fertilità dei suoli, la qualità dell’acqua e dell’aria, “senza contare che tre quarti delle colture alimentari nel mondo dipendono dagli insetti impollinatori”.

Ciò che ci sta intorno

È in questo contesto che si è celebrata nel 2021 l’ennesima Giornata mondiale dell’ambiente. Quanti si rendono conto come sia possibile darle un senso non solo “festosamente” celebrativo, ma seriamente preoccupato e impegnato a cercare di frenare una tendenza i cui risultati possono essere paragonati alle peggiori catastrofi del passato? Quanti? E chi?

Non dimentichiamo che quando diciamo ambiente parliamo di ciò che ci sta intorno. Di uno spazio “naturalmente” percorso e occupato da esseri umani per decine e decine di migliaia di anni. Uno spazio che circa dodicimila anni fa è stato “territorializzato” con la rivoluzione agricola che ha trasformato raccoglitori e cacciatori in agricoltori e allevatori. Una trasformazione che da allora consente di parlare di ambiente. Di usare questo termine che, dal participio del verbo latino ambire, significa, appunto, ciò che sta intorno.

Quello spazio/territorio/ambiente è stato “naturale” per 4,5 miliardi di anni. Fino a quando le posizioni si sono ribaltate e l’ambiente che è sempre “ciò che sta intorno” è diventato sempre meno natura e sempre più quello costruito in seguito al crescente inurbamento della crescente popolazione terrestre.  E  costruito sottraendo spazio all’ecosistema naturale e alle sue specie.

Far rivivere gli ecosistemi

Con questa annotazione non intendo assolutamente auspicare un ritorno alla terra e agli insediamenti rurali (peraltro abbastanza irrecuperabili). Ma solo realisticamente indurre a riflettere che se non si interviene drasticamente a porre i freni dei quali dicevo c’è il realistico timore  che Giornate dell’ambiente e altre celebrazioni di questo o altro genere, resteranno non molti altri 5 giugno per celebrarle.

L‘attuale Giornata del 5 giugno ha lanciato ufficialmente il Decennio delle Nazioni Unite per il Ripristino dell’Ecosistema, introdotto “con la missione globale di far rivivere miliardi di ettari, dalle foreste ai terreni agricoli, dalla cima delle montagne alle profondità del mare.” Spero proprio di poterne scriverne fra un anno raccontando che almeno per qualche migliaia di ettari tutto ciò sta avvenendo.