Giornata Mondiale della Decrescita? Invece pensiamo al benessere

Fossi stato tra gli organizzatori quest’anno la giornata della decrescita me la sarei risparmiata. A dire il vero non l’avrei mai organizzata, ma quest’anno in modo particolare. Tuttavia s’usa farlo e, legittimamente, anche quest’anno si celebra il Global Degrowth Day “Giornata Mondiale della Decrescita: per una buona vita per tutti”.

Cura, sostenibilità, giustizia

Io cerco di essere attento a queste ricorrenze. Non c’è quasi giorno dell’anno che non se ne proponga una. Quando mi viene da scriverne e non sono personalmente bene informato provo a documentarmi per sapere da quando, chi e perché si fa questa celebrazione. Ma la giornata della decrescita mi lascia abbastanza disinformato rispetto a come ero prima della ricerca. E ho il dubbio che l’uso inglese del termine della sua celebrazione sia soprattutto un modo per internazionalizzare un evento che è soprattutto d’origine italiana e che non mi pare abbia radici lontane nel tempo. Certamente c’è stata una giornata della decrescita lo scorso anno, ma il 6 giugno. Quest’anno è stata anticipata di un giorno e si è sovrapposta alla giornata mondiale dell’ambiente il 5 giugno.

Insomma, temo per gli organizzatori che la notizia non abbia avuto ampia diffusione e che il festeggiamento sia rimasto tra pareti domestiche.
Magari è solo una mia impressione e se è errata mi scuso. Comunque l’obiettivo era contenuto in questo invito che ricavo dal sito decrescitafelice.it: “Invitiamo tutte le persone che si sentono ispirate dalla decrescita a organizzare attività ed eventi online che richiamino il tema della Cura per la Giornata Mondiale della Decrescita 2021. Come sempre, in occasione della Giornata Mondiale della Decrescita siete invitati a esplorare le diverse vie d’uscita dalla dipendenza dalla crescita e a mettervi in contatto con stimolanti iniziative (locali) impegnate su nuovi paradigmi riguardanti la sostenibilità e la giustizia (giustizia climatica, giustizia globale, giustizia sociale…). Quest’anno suggeriamo di aggiungere una particolare attenzione al tema della Cura.”

Una decrescita davvero felice?

Decrescita, dunque. Ma di che si tratta? A questa domanda mi piace rispondere con le parole di Valentino Parlato che qualche anno fa in una bella e lunga chiacchierata con Carla Ravaioli (“il manifesto”, 4 febbraio 2007) definì la decrescita “una scemenza totale”. Lo faccio con queste parole non perché consideri una scemenza gli obiettivi di questo movimento, ma perché considero tale l’uso di questa parola e a me non piace giocare con le parole. Specialmente quando si usano per farne slogan lontani dal loro originale significato. Mentre, come rispondeva Carla Ravaioli a Valentino Parlato “Il movimento della decrescita riflette su un tipo di vita che non continui a mettere a rischio l’ecosistema e la nostra stessa sopravvivenza. Perché questo bisogna fare: ripensare radicalmente il nostro vivere.”

Come sa chi segue queste vicende il “padre” più recente di questo concetto è il filosofo ed economista francese Serge Latouche che ho sempre avuto modo di stimare per le cose che scriveva e per come le scriveva. Non altrettanto per l’uso di questo termine. Ma in realtà, direi per l’uso che ne hanno fatto in Italia i più realisti del re. Mentre parecchio è da attribuire al ruolo che molti, soprattutto in Italia, hanno inteso di dare a questo concetto sino ad aggettivarlo come “felice”. In tal modo costringendo Latouche a dissociarsene già nel 2019 in una intervista a Francesco Manacorda (La mia decrescita? No che non è felice, “Robinson” 4 marzo 2019): “Mi succede spesso di essere descritto come un fondamentalista della decrescita felice, anche se non ho mai usato questa espressione”. Un anno dopo, sempre in un’intervista su “Robinson” ad Antonio Gnoli (Sogno un mondo che impari dalla decrescita, 21 marzo 2020) spiega ancora meglio la sua posizione e che cosa intende. E alla domanda “Se la parola decrescita implica diminuzione e ridimensionamento crede davvero che ci sia gente disposta a rinunciare al sogno dell’illimitato?” ha risposto che “I nostri attuali modelli di consumo si servono di un immaginario colonizzato dalla pubblicità. Il pubblicitario sollecita un desiderio perché sa che questo è insaziabile”. Insomma c’è da intendersi e molto sui concetti di crescita e sviluppo e su come realizzare l’una incidendo positivamente sull’altro.

Benessere interno lordo

Ma dicevo che quest’anno non avrei organizzato una giornata della decrescita. In un periodo, cioè, in cui non c’è stato quasi Paese che non abbia dolorosamente risentito della imperante pandemia non solo per gli effetti sulla salute, ma anche per quelli sulla economia in termini di crollo dei posti di lavoro. Per recuperarne il più possibile si invoca inevitabilmente il ricorso ad una crescita sostanziosa. Col rischio che si investa comunque e dovunque pur che sia crescita. Di conseguenza più che mai si auspica la crescita del PIL che ne è il misuratore indipendentemente dal “bene” che possa fare alla qualità della vita.
Allora, approfittando di “transizione ecologica” e di PNRR, l’obiettivo dovrebbe essere come orientare la crescita per dare un significato reale alle parole. A parole cioè, come transizione, ecologica, ripresa, resilienza. Insomma si potrebbe provare ad utilizzare anche un altro misuratore che potrebbe essere il BIL cioè il benessere interno lordo. Per il resto, qualunque cosa si produca si tratta sempre di crescita.
Ma credo che non ci si debba vergognare di usare questo termine. Avendo sempre ben chiaro che la crescita, in termini di incremento del PIL, la si può ottenere costruendo e vendendo armi o anche mettendo fiori nei cannoni per evitare che sparino proiettili. Perché, come diceva Totò, è la somma che fa il totale e, dunque, è sugli addendi che bisogna intendersi.