Giorgia Meloni: come ammazzare l’Europa assieme ai polacchi

Non c’è solo il presidenzialismo nelle furie revisioniste della nostra Costituzione che agitano la destra. C’è qualcosa di altrettanto pericoloso, ma più subdolo, che nel programma in 15 punti concordato tra Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi è presentato con la formula volutamente vaga della “tutela degli interessi nazionali nella discussione dei dossier legislativi europei”. Detta così, significa poco o nulla, ma dietro la bolsa retorica pseudopatriottica della “tutela degli interessi nazionali” si nasconde un disegno politico che la leader di Fratelli d’Italia persegue da anni e che, se portato a compimento, porterebbe dritta dritta l’Italia fuori dall’Unione europea. Vediamo perché.

Nel marzo del 2018 Meloni presentò una proposta di legge che mirava a modificare l’articolo 11 della Costituzione nella parte che recita: “L’Italia consente…alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni” nel modo seguente: “Le norme dei Trattati e degli altri atti dell’Unione europea sono applicabili…in quanto compatibili con i principi di sovranità” dell’Italia. La proposta allora venne giudicata per quello che era: una professione di sovranismo velleitaria e del tutto propagandistica e morì nell’indifferenza generale. Ma in vista delle elezioni del 25 settembre il progetto è stato ripreso e, per quanto è dato capire, è diventato uno dei punti qualificanti del programma di tutto il centrodestra. Compresa Forza Italia, a dispetto delle accorate professioni di fede europeista di Berlusconi, che probabilmente è stato convinto con la prospettiva di un premio adeguato alla sua senile ingordigia di cariche: la nomina a presidente del Senato oppure – chissà – a inquilino del Quirinale come primo capo in testa della nuova Repubblica presidenziale.

Via l’Unione dalla Costituzione

Stavolta, rispetto a quattro anni fa il disegno è più complesso: oltre all’articolo 11, altri tre passaggi della Costituzione andrebbero modificati. Sono l’articolo 97, che attribuisce alle pubbliche amministrazioni l’obbligo di assicurare l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico “in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea”; l’articolo 117, in cui si legge che “la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali” e l’articolo 119 che prescrive che gli Enti Locali “concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea”. In tutti e tre gli articoli i riferimenti agli “obblighi internazionali” e all’”ordinamento dell’Unione europea” dovrebbero scomparire.

Il senso delle modifiche è chiaro: è la negazione del principio in base al quale la legislazione europea è preminente rispetto a quella nazionale. Le norme dei Trattati e gli atti delle istituzioni europee sarebbero applicabili solo in quanto fossero “compatibili” con i princìpi e le leggi dell’ordinamento sovrano dell’Italia.

Prima di vedere quali effetti pratici in Europa e in Italia avrebbero queste modifiche costituzionali, bisogna ricordare che il principio della preminenza della giurisdizione nazionale su quella europea è stato già affermato in uno stato dell’Unione, la Polonia. Qualche mese fa la Corte costituzionale polacca, largamente sottoposta al controllo politico del governo che si è arrogato il diritto di nominare i giudici, ha prodotto una sentenza in cui si affermava esattamente questo. Paradossalmente, la sentenza riguardava il rigetto di un pronunciamento della Corte di Giustizia europea che censurava proprio le interferenze e le forme di controllo del potere esecutivo su quello giudiziario e invitava il governo di Varsavia a rispettare l’indipendenza dei giudici. Tra la fine dell’anno scorso e l’inizio di questo, le istituzioni di Bruxelles hanno reagito con molta durezza alla mossa sovranista del governo di Varsavia. I fondi del Next Generation EU destinati alla Polonia sono stati bloccati, sono state aperte varie procedure di infrazione e la stessa erogazione dei fondi europei “normali” è stata messa in discussione, mentre lo stato polacco è costretto a pagare a Bruxelles milioni di euro di ammenda. Il conflitto è stato tanto duro e le posizioni del presidente della Repubblica Andrzej Duda, del governo di Mateusz Morawiecki e del partito che ne è il dominatore, il PiS del campione del sovranismo polacco Jarosław Kaczyński, così determinate nella guerra a Bruxelles che nell’autunno e l’inizio dell’inverno si è cominciato a parlare apertamente di Polexit.

Ma quali “conservatori”…

La guerra scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina ha cambiato tutto. Il ruolo crescente di Varsavia nello schieramento NATO, fortemente sostenuto dagli Stati Uniti ma anche dai vertici di Commissione UE, Consiglio e parlamento europeo, ha fatto passare in secondo piano la ribellione polacca contro Bruxelles. Senza clamore i fondi sono stati sbloccati e i dirigenti polacchi sono stati “perdonati”. Ma il problema resta e, a meno di una (improbabile) resipiscenza di Kaczyński and company o di un cambio di governo a Varsavia – le prossime elezioni parlamentari si terranno nell’autunno dell’anno prossimo – si riproporrà alla prima vertenza in cui il diritto polacco e quello comunitario entreranno in conflitto.

Giorgia Meloni e Jarosław Kaczyński

Giorgia Meloni è molto legata al PiS che, insieme con altri partiti e partitini, costituisce con Fratelli d’Italia la componente più forte del gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei al parlamento di Strasburgo ECR). L’italiana è anche presidente del partito corrispondente al gruppo, che lei spaccia agli italiani colpevolmente piuttosto digiuni di questioni europee, come una formazione “conservatrice” e non di estrema destra, come invece Identità e Democrazia cui aderisce, con altre formazioni di estrema destra, la Lega di Salvini. In realtà, dopo l’uscita dei conservatori britannici a seguito della Brexit, ECR è diventato ricettacolo di partiti e partitini che, come la spagnola Vox, gli xenofobi razzisti di “Soluzione Greca” e il partito tedesco della famiglia, in fatto di estremismo non hanno nulla da invidiare ai cugini-rivali di ID. L’appartenenza allo stesso gruppo europeo determina un rapporto speciale tra FdI e il PiS che, costretti a rinunciare alla terza gamba del sovranismo europeo rappresentata dal Fidesz di Viktor Orbán a causa dell’innamoramento per Putin del leader di Budapest, sembrerebbero intenzionati a fare fronte comune nel progetto di ridimensionamento dell’Unione europea, che proprio nella predominanza dei diritti nazionali su quello europeo troverebbe la sua più pura e dura ragion d’essere. Da notare, a questo proposito, che la posizione più dura, fra i due “ribelli”, sarebbe proprio quella italiana perché, mentre per la Polonia il ribaltamento è stato provocato da una sentenza di tribunale, in Italia sarebbe addirittura sancito nella Costituzione riformata.

Addio mercato unico

Non accadrà, ma per avere un’idea di quali pericoli potrebbe far correre all’Europa – nel senso dei paesi d’Europa e non solo dell’Unione – l’idea che il diritto comune vale meno di quello dei singoli stati, basti pensare che il primo effetto sarebbe la scomparsa del mercato unico, giacché in fatto di circolazione delle merci e delle persone ciascun paese avrebbe il diritto di far prevalere le proprie norme su quelle comuni. E poi non esisterebbe alcuno spazio giuridico europeo, alcuna collaborazione giudiziaria, alcuna regola sui trasferimenti e sui trasporti interstatuali, alcun riconoscimento di titoli di studio…Chi ha più fantasia si dedichi a immaginare i dettagli di quale disastro si celi dietro L’Europa “più forte (sic) ma diversa dall’attuale, rispettosa della sussidiarietà e delle sovranità nazionali” proposta nel programma comune della destra.