Gianni Fucci, la memoria che batte l’indifferenza umana nelle pagine di “Témp e tempesti”
La recente scomparsa dell’attore Ivano Marescotti di cui già ha parlato Onide Donati su queste pagine va sottolineata anche per quanto accaduto durante i funerali: concentrarsi esclusivamente sulla mancanza di stelle del cinema come fatto da alcune testate nazionali non rende onore alla persona che è stata Marescotti oltre la maschera dell’attore. Innanzitutto per la forte e costante presenza durante i giorni del lutto delle sezioni non solo locali dell’Anpi, con la presenza ad esempio della sezione di Marzabotto: per intenderci quella del luogo degli eccidi che tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 coinvolsero la popolazione civile con un esito di 1830 vittime, compiuto per ordine di Albert Kesseiring ed eseguito dai soldati delle forze armate tedesche.
Marescotti figlio di partigiano a sua volta fortemente vessato durante gli anni della guerra lascia un patrimonio non solo culturale, ma anche morale, difficile da dimenticare nei rapidi tempi in cui oggi si consuma la memoria sui social. Questo perché le recenti dichiarazioni prima della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e in seconda battuta del Presidente del Senato Ignazio La Russa obbligano a considerare il prossimo 25 aprile un chiaro spartiacque culturale. Giusto quindi un 25 aprile di memoria, ma soprattutto un momento di presa in carico, ognuno per la propria parte di un pezzo di strada per evitare un silenzio che permetta di riscrivere pagine anche tragiche del nostro recente passato, rivedendo i protagonisti, mischiando come in un mazzo di carte le vicende.
In questo senso ci viene in soccorso un altro poeta dialettale: non quel Raffaello Baldini di cui Marescotti è stato interprete privilegiato, ma un altro autore della stessa Santarcangelo di Romagna, ovvero Gianni Fucci e un testo inserito nel suo Témp e tempesti.
Te lêmp ad Hiroshima
Adès che t guèrd distràt
l’areclàm dla tvù
indvè ch’é córr un chên e u s férma e’ mònd,
che trenéin a vapòur de Marcadéin
ch’e’ pantiévva tra ‘l sìvi ad marugòun
e’ córr par sémpra, alà, ti tu dis an.
Podês tal mêni t pòsa ardéus la grêzia,
da memória la distênza ch’u i è
tra la zèndra e la rósa;
mo par e’ bén de cór l’è piò impurtênt
e’ strimuléi d’una fòia te vént
o una bulêda ad sòul sòura e’ tapàid.
U n t’impórta ‘d luté!
véita par véita
l’è mèi e’ sprài d’una luzlìna ad fugh.
Fê cmè che giapunàis
che te lêmp d’Hiroshima
l’è dvént un’òmbra te cimént d’un pòunt.
Ora che guardi distratto / la reclame della televisione / dove corre un cane e si ferma il mondo, / quel trenino a vapore di Novafeltria / che ansimava tra le siepi d’acacia / corre per sempre, là, nei tuoi dieci anni. // Forse nelle mani potrai radunare la grazia, nella memoria la distanza che c’è / fra la cenere e la rosa, / ma per il bene del cuore è più importante / il fremere d’una foglia nel vento / o una bolla di sole nel tappeto. // Non t’importa durare ! / vita per vita / è meglio il bagliore di una favilla. / Fare come quel giapponese / che nel lampo di Hiroshima / è diventato un’ombra nel cemento di un ponte.
Santarcangelo di Romagna, come sottolinea Franco Brevini nell’introduzione, è un paese di ventimila anime che andrebbe studiato per l’incredibile densità di autori e in particolare poeti fondamentali per il secondo Novecento fino ai giorni nostri. Stride nell’immaginario l’idea che questo Comune si trovi poi a due passi dalle discoteche più note alla fine degli anni Novanta e da quel divertimenificio che sono tutt’ora Rimini o Riccione. Eppure Santarcangelo e i suoi abitanti, scrittori, poeti, comici, attori è il perfetto contraltare a tutto quanto sopra raccontato. Molto significativo è anche quello che soprattutto racconta questo testo dove il protagonista in qualche modo sente la necessità con il passare degli anni e degli eventi di dovere essere come individuo in qualche modo protagonista, con un proprio agire e soprattutto un proprio splendore.
Ecco: è allora il sonno, il torpore umano a generare i mostri. Come sottolineava Goya, come vediamo ogni giorno. L’indifferenza, il disinteresse nelle idee, ma anche negli atti compiuti, porta inevitabilmente a nuove riscritture imprecise, a nuove modalità perfino disumane. Certo. questo non significa essere eroi, ma almeno protagonisti per un infinitesimo momento, per la possibilità di dire ad una sola nefandezza che un giorno, non troppo lontano, potrebbe anche essere rivolta a noi o alle persone che amiamo.
Gianni Fucci, Témp e tempèsti, Archinto 2003.
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