Germania, la Spd vota sì alla grande coalizione

La Spd sceglie di negoziare con la Cdu e la Csu la formazione di una nuova groβe Koalition. Con 362 sì, 279 no e un astenuto i 642 delegati del partito convocati a un congresso straordinario a Bonn hanno dato il via all’apertura di negoziati formali con i due partiti democristiani. A quattro mesi (meno tre giorni) dalle elezioni che segnarono un grave arretramento dei socialdemocratici e l’ascesa inquietante dell’estrema destra di Alternative für Deutschland l’impasse politica, determinata prima dal fallimento dei tentativi di formare un governo sostenuto da Cdu/Csu liberali e Verdi e poi dalle forti remore della base Spd nei confronti di una riedizione dell’alleanza con Frau Merkel, sembrerebbe essere stata superata.

Il condizionale è obbligato, però. Nella mozione che è stata approvata a Bonn la maggioranza dei delegati chiede che le trattative con i futuri, eventuali alleati riprendano da zero. Il pre-accordo che era stato raggiunto qualche giorno fa è stato praticamente ripudiato e dall’andamento del dibattito è emerso chiaramente che la richiesta di ricominciare tutto da capo, formulata dalla sinistra del partito, è stata alla fine condivisa anche dalla variegata maggioranza che si esprimeva a favore del sì. Bisogna vedere, ora, quali saranno le reazioni di Angela Merkel, dei dirigenti della Cdu e soprattutto della Csu, i quali consideravano già l’intesa dei giorni scorsi troppo condiscendente verso le pretese socialdemocratiche.

È realistico pensare che la seconda tornata di negoziati sarà ben più difficile della prima, al termine della quale, un po’ troppo superficialmente, l’accordo per la formazione del governo era stato dato per praticamente già fatto. I punti su cui sarà più difficile raggiungere un nuovo accordo dovrebbero essere, da quanto si può prevedere, la politica fiscale e l’immigrazione. Sul primo punto – come si è capito anche dagli interventi nell’assemblea di Bonn – la Spd dovrebbe tornare ad insistere per un riequilibrio delle aliquote che colpisca più severamente i redditi e i patrimoni più alti in modo da correggere il preoccupante trend che sta facendo della Repubblica federale uno dei paesi europei con le più elevate diseguaglianze di ricchezza.

Sul secondo punto, che prevede ora la fissazione di un limite (a 220mila l’anno) dell’accoglimento di nuovi profughi e il contenimento a mille dei ricongiungimenti familiari, nella base del partito si sono espressi molti malumori e, anche di questi, si sono sentiti chiari gli echi a Bonn. Un punto critico piuttosto delicato riguarda anche la correzione che di fatto la nuova disciplina introdurrebbe nei confronti delle disposizioni che in materia di rifugiati vengono da Bruxelles e dei rapporti bilaterali con l’Italia e con la Grecia. I tetti previsti dal pre-accordo, infatti, potrebbero essere raggiunti solo con il ritiro di Berlino dall’accordo europeo in materia di redistribuzione degli immigrati e la cosa, com’è noto, ci riguarda. C’è da considerare che nelle restrizioni delineate nel pre-accordo ha pesato moltissimo il proposito della Csu di fronteggiare in qualche modo l’offensiva che in materia di immigrazione viene da AfD, che nelle elezioni federali di settembre ha sottratto moltissimi voti al partito di Horst Seehofer e ancora di più gliene potrebbe sottrarre, fino a metterne in discussione l’egemonia, nelle elezioni regionali previste per quest’anno.

Più semplici dovrebbero essere, invece, i negoziati in materia di politica europea. E non a caso il presidente socialdemocratico e candidato sconfitto alla cancelleria è proprio su questo aspetto che ha insistito nel suo discorso ai delegati. Se dovessimo rifiutare di formare l’unica coalizione possibile e si dovesse andare di nuovo alle urne – ha detto – perderemmo l’occasione di far fare un passo avanti all’integrazione europea che ci è offerta in questo momento storico dall’alleanza con la Francia di Emmanuel Macron. È stato l’unico passaggio sul quale Schulz ha ricevuto un po’ di applausi. Per il resto il suo è stato un discorso piuttosto modesto, secondo gli osservatori, un atto di resa al grigiore della Realpolitik, con il quale, come ha scritto la Suddeutsche Zeitung on line, non è proprio riuscito a “entrare nel cuore dei delegati”. D’altronde, il presidente partiva da una posizione molto difficile: quella di dover convincere i suoi compagni ad accettare un’ipotesi che lui stesso, all’indomani delle elezioni, aveva rifiutato con molta chiarezza e altrettanta durezza. Non negozieremo assolutamente per una groβe Koalition ed io farò il capo dell’opposizione in Bundestag: non era per niente facile scordarsi di queste parole da parte dei delegati a Bonn. Né è difficile prevedere che la carriera di Martin Schulz come presidente del più antico e (ancora) più forte partito socialdemocratico d’Europa dovrà scontare prima o poi (forse prima che poi) questa clamorosa conversione.

Sulla strada della groβe Koalition c’è, inoltre, un’altra incognita. Lo statuto della Spd prevede che se una certa quota di iscritti lo chiede venga indetto un referendum sulle scelte dei vertici in materia di alleanze. A prima vista non c’è motivo di pensare che l’eventuale consultazione degli iscritti debba portare a un risultato difforme da quello registrato al congresso di Bonn. Ma vanno considerate le dinamiche che l’andamento dei negoziati potrebbe determinare. Il fronte degli iscritti contrari alla GroKo, come viene definita l’alleanza con un’abbreviazione un po’ sprezzante, è abbastanza forte e va ben oltre la sinistra interna del partito, guidata, com’è tradizione da sempre, dall’organizzazione giovanile, gli Jusos. Il più duro, a Bonn, è stato proprio il presidente degli Jusos Kevin Kühnert, ma anche negli interventi di diverse federazioni del partito e persino di alcuni dirigenti storici favorevoli al sì, come Andrea Nahles, ex presidente degli Jusos, ministra del Lavoro ed eterna candidata in nuce alla presidenza del partito, è stato espresso un impegno appassionato a non svendere le buone ragioni del programma socialdemocratico nel compromesso con i conservatori.