Germania: il fantasma dell’inflazione
potrebbe far resuscitare l’austerity

“Attention: un train peut en cacher un autre”: il cartello che si legge davanti ai passaggi a livello incustoditi in Francia potrebbe essere messo anche davanti al passaggio molto delicato di fronte al quale si trova lo spirito pubblico in Germania. C’è il treno dal quale i tedeschi debbono evitare di essere travolti aspettando che passi prima di attraversare i binari: l’epidemia. Ma dietro ce ne può essere un altro pronto, ai loro occhi, a farli a pezzi una volta scampati al primo: l’inflazione. Come tutti gli altri paesi, anzi un po’ di più, la Germania dall’inizio di marzo del 2020 ha aperto i cordoni di tutte le borse per combattere la Grande Guerra contro il virus maligno, dimenticando i suoi scrupoli proverbiali di formica giudiziosa contro le cicale spendaccione. Non solo, ma l’establishment economico-finanziario e l’opinione pubblica hanno accettato senza fiatare, salvo qualche flebile eccezione, che proprio Frau Merkel, insieme con Emmanuel Macron, creasse le premesse per la rivoluzione copernicana con la quale a Bruxelles è stato abbattuto un tabù che a nord del Brennero e a est del Reno sembrava scolpito non nel marmo ma nel diamante: la mutualizzazione del debito.

Eppure non bisognava essere scienziati dell’economia per capire che un rovesciamento così radicale e così rapido dei fondamenti della politica di bilancio avrebbe portato con sé il rischio di tutte le politiche economiche espansive: la ripresa dell’inflazione. Cosicché chiunque abbia un po’ di dimestichezza con le virtù e i vizi del sentire economico teutonico avrà avuto motivo di stupirsi, nei mesi passati, della souplesse con cui s’è guardato al rischio del risveglio di quello che da almeno un secolo da quelle parti viene considerato il Mostro sempre in agguato, anche quando, come negli ultimi vent’anni, è sembrato dormire tranquillo. Fino a che gli istituti di ricerca non sono tornati sui titoli di testa dei grandi giornali con numeri che risvegliano antichi patemi d’animo: l’inflazione nella Repubblica federale è al 4,5%, o forse al 5, comunque qualcosa più che nei paesi vicini. Qualche cosa virgola qualcosa – dicono gli istituti – è dovuto a fattori contingenti, come la crescita di domanda delle materie prime e i prezzi dell’energia, ma il grosso è strutturale. O, cosa che dà ancora più pensieri, è legato alle riforme che si dovranno assolutamente fare per evitare la catastrofe ambientale.

Insomma, è un po’ il ritorno di un incubo. Scontato il mistero, su cui si arrovellano ancor oggi molti storici, per cui nella coscienza collettiva della Germania la memoria della tremenda inflazione dei primi anni Venti ha più deterrenza dell’ancora più terribile deflazione innescata all’inizio dei Trenta dalla austerity ante litteram del cancelliere Heinrich Brüning – con il suo carico di tagli alla spesa sociale, tasse e licenziamenti, che, quella sì, favorì l’ascesa al potere dei nazisti – si deve riconoscere che il timore di quel mostro è stato sempre ben presente nell’opinione pubblica tedesca e che l’idea che la Banca centrale europea dovesse porsi, proprio come la Bundesbank, come “cane da guardia dell’inflazione” era molto radicata anche negli strati sociali più popolari, più sindacalizzati e più propensi a votare per i socialdemocratici. Bisogna ammettere onestamente che la politica dell’allora presidente della BuBa Jens Weidmann, che oscillava tra il sospetto e l’aperta ostilità verso le aperture di Mario Draghi quando questi guidava la BCE verso il quantitative easing, aveva una sua base popolare.

La pandemia cambia tutto

La pandemia, si dirà, ha cambiato tutto. È vero fino a un certo punto. Intanto c’è da dire che un certo mutamento di orientamenti dell’establishment politico tedesco in fatto di politiche di bilancio era cominciato già prima. L’austerity à la Wolfgang Schäuble era stata già messa in discussione e, più o meno confusamente nella SPD e tra i Verdi, l’idea che l’austerity più rigida fosse stata un errore (se non una colpa: almeno nei confronti dei greci) cominciava a diffondersi già nel cancellierato Merkel, insieme con l’inizio dello sgretolamento del tabù “debito europeo”. Va sottolineato il fatto che più, e soprattutto prima, della cancelliera fu il suo vice e ministro delle Finanze, il cancelliere attuale Olaf Scholz, a tirare le fila, per Berlino, dell’iniziativa franco-tedesca che si sarebbe concretizzata nel piano che avrebbe fatto da battistrada al Recovery Fund, poi Next Generation EU, lanciato dalla Commissione di Bruxelles sulla base di un bilancio comunitario sostenuto da bond europei.

Ma è vero anche che sarebbe forse un’illusione potenzialmente pericolosa ritenere che la svolta nell’orientamento di fondo di Berlino sulle politiche di bilancio sia un dato di fatto acquisito e, soprattutto, fissato per sempre. Al di là delle contingenze della guerra al Corona Virus, ci sono potenti ragioni strutturali e complessi di interessi, a cominciare dalla grande finanza e dal sistema delle banche, che spingono nell’altra direzione, quella della “stabilità”, per usare il termine con il quale, specialmente ma non solo in Germania, si designa l’accentuazione del rigore di bilancio. E che potrebbero, in futuro, far ritrovare di nuovo gli interessi tedeschi e quelli italiani su sponde opposte.

Cambio al vertice della BuBa

È in questo contesto che avviene, in questi giorni, il cambio al vertice della Bundesbank. Dai media tedeschi il successore designato di Weidmann, Joachim Nagel, è stato presentato con un’endiadi (o forse un ossimoro) in uno stile un po’ contorto, all’italiana: “Un socialdemocratico orientato verso la stabilità”. Si intende con ciò che l’uomo, esplicitamente legato alla SPD, di cui è stato anche responsabile economico in una pausa della sua lunga carriera negli istituti finanziari, da un lato rappresenta la linea della politica espansiva che si suppone (con una generalizzazione forse un pochino forzata) pienamente acquisita dai socialdemocratici, ma è anche attento alle ragioni del rigore à la Weidmann, con il quale, dal board della BuBa, non ha mancato in passato di sparare anch’egli qualche cannonata contro il presidente “italiano” della BCE quando Draghi non lesinava acquisti massicci di titoli dei paesi più indebitati. In questo senso la sua nomina sarebbe un compromesso tra gli “espansivisti” che nel nuovo governo Scholz sarebbero rappresentati dai socialdemocratici e dai Verdi e i “rigoristi” della terza componente della coalizione: i liberali della FDP.

Joachim Nagel

Si tratta di uno schematismo un po’ rozzo, anche perché le diversità nel governo, a differenza di quanto poteva sembrare nella fase delle trattative per formarlo, non sono poi così marcate: il capo della FDP Christian Lindner, un tempo molto rigido sulle questioni della disciplina di bilancio, anche in piena pandemia, ora che è ministro federale delle Finanze ha molto ammorbidito i toni, riconoscendo l’impraticabilità di un ritorno all’austerity d’antan. Dall’altra parte Scholz, alla vigilia della sua importante visita a Roma ha fatto capire che quando si tratterà di definire a Bruxelles i nuovi equilibri del Patto di Stabilità post-pandemia ci sarà certamente da discutere con Roma facendo salvi, come ha voluto precisare il capo del governo tedesco a margine del colloquio con Draghi, gli “elementi fondamentali” dei criteri di Maastricht. Un leggero passo indietro rispetto a una dichiarazione con cui qualche giorno fa Scholz accennava all’ipotesi di una riforma dei Trattati.

Ci sarà da discutere e si discuterà. Ma in una cornice ben più solida che nel passato ora che italiani e tedeschi sono legati dal Trattato del Quirinale, il quale, sulla falsariga di quello dell’Eliseo tra tedeschi e francesi, prevede piani d’azione comuni su tutte le materie d’interesse europeo, dalla difesa ai migranti all’energia alla cultura. Il nuovo rapporto tra Roma e Berlino e con Parigi la triade di spinta che si configura per la ripresa del processo di integrazione potrebbe essere un buon frutto tra i tanti avvelenati che ci regala la pandemia.