Germania, i sondaggi preannunciano
una svolta a sinistra

Mai fidarsi dei sondaggi elettorali. Neppure di quelli che si fanno in Germania, paese che un tempo era considerato (non sempre del tutto a ragione) politicamente prevedibile fino alla noia. In realtà è da qualche stagione che l’orientamento degli elettori tedeschi si è fatto alquanto ballerino, e però sarà bene armarsi del massimo della prudenza di fronte alla valanga di dati fino a qualche mese fa assolutamente imprevedibili che gli istituti demoscopici stanno rovesciando da una decina di giorni sui media.

Uno scenario incerto

Vediamo. Se si andasse alle urne domenica prossima – dicono con poche differenze tra loro i sondaggisti dei quattro istituti più importanti – il candidato alla cancelleria preferito dagli elettori sarebbe il socialdemocratico Olaf Scholz, l’attuale ministro federale delle Finanze nella groβe Koalition guidata da Angela Merkel, che fino a qualche settimana fa veniva considerato, almeno sui giornali e in tv, il grigio esponente governativo di un partito in profonda crisi di identità e di idee. Scholz sarebbe trainato, sempre a dar credito ai sondaggi, da una clamorosa rimonta della sua SPD che dal 15% dei consensi che le venivano accreditati a maggio sarebbe arrivata, con il 21%, quasi ad insidiare il primato della CDU/CSU che sarebbe scesa a una quota tra il 24 e il 23%. Non solo, ma i socialdemocratici avrebbero recuperato anche sui Verdi, nei confronti dei quali (secondo due sondaggi) avrebbero effettuato anche un controsorpasso davvero impensabile da quando i Grünen guidati da Annalene Baerbock, che allora veniva considerata l’enfante prodige del partito insieme con il partner al comando Robert Halbeck, avevano scalzato la SPD dalla sua storica seconda posizione nel podio dei partiti tedeschi attingendo a un clamoroso 25%, che si sarebbe smagrito, oggi, con perdite tra 4 e 6 punti. Per quanto riguarda gli altri partiti, le previsioni attuali non indicano particolari sconvolgimenti: i liberali della FDP guadagnerebbero un po’ arrivando all’11-12%, la Linke, sinistra radicale, si attesterebbe intorno al 7% e bloccata non oltre il 10-11% sarebbe Alternative für Deutschand, l’inquietante partito della destra estrema, sovranista e xenofobo.

Insomma, sempre a stare a quanto emerge in questi giorni dai sondaggi, i tre maggiori partiti della scena politica tedesca si contenderebbero il primato dei consensi nello spazio stretto di 5-6 punti percentuali, colorando col brivido di un’incertezza un tempo sconosciuta gli scenari futuri del potere in Germania. Incertezza che appare ancora più evidente se si considerano, invece che i partiti, i candidati, tenendo conto del fatto (anche questo inedito a meno di un mese da un appuntamento elettorale per il rinnovo del parlamento e la scelta del futuro cancelliere) che a tutt’oggi gli indecisi, o meglio: i decisi a non votare nessuno dei candidati in corsa, toccherebbero la quota record del 36%. Olaf Scholz, s’è detto, sarebbe in testa con il 27% delle preferenze e avrebbe guadagnato ben 5 punti nell’ultima settimana. Annalene Baerbock avrebbe subìto un vero e proprio collasso, scendendo dal 26 al 15-16% dei consensi, mentre Armin Laschet, il candidato della CDU/CSU voluto e sponsorizzato da Frau Merkel ma che non è mai riuscito a decollare, sarebbe inchiodato a un misero 14-15%, ben sotto al già deludentissimo score attribuito al suo partito.

La svolta a sinistra della Spd

Quali sono le cause dello sconvolgimento politico che dovrebbe uscire dalle urne la sera del 26 settembre, sempre che gli istituti demoscopici non stiano prendendo una clamorosa cantonata? E quali scenari di alleanze si possono immaginare se i rapporti tra i partiti saranno quelli prefigurati dai sondaggisti oggi?

Le risposte non sono per niente facili, anche perché in Germania, come nel resto del mondo, negli ultimi quindici mesi la pandemia ha cambiato tutte le carte in tavola e negli ultimi giorni ad accrescere incertezze e inquietudini sono arrivati anche le ombre della tragedia in Afghanistan, nella quale la Repubblica federale è stata coinvolta fino alle ultimissime ore, unico paese europeo che ha evacuato persone in pericolo più dell’Italia, e che fa presagire la ripresa di un flusso di profughi che potrebbe riaccendere gli spiriti animali della destra (non solo quella più estrema).

Qualche spiegazione si può abbozzare, disordinatamente e con beneficio d’inventario. La ripresa della SPD, per esempio, potrebbe essere stata determinata non tanto dalla scelta alla candidatura di Scholz, del quale diversi giornali hanno scritto che sarebbe in testa non perché è il migliore ma perché è il meno peggio, quanto dal nuovo assetto al vertice del partito che dal dicembre del 2019 è guidato da Saskia Esken e Norbert-Walter Borjahns, i quali hanno impresso alla politica della SPD un’impronta che molti giudicano più di sinistra e che a tutti pare, comunque, una svolta di vivacità rispetto all’elefantiaca e opaca lentezza in cui i socialdemocratici tedeschi si erano adagiati dopo aver dovuto ingoiare obtorto collo la sudditanza come junior party nella coalizione guidata da Angela Merkel. Così nel programma socialdemocratico sono comparsi (o ricomparsi) spunti di sinistra che nel passato recente non si erano più visti, in fatto di riforma fiscale più equa, di tassazione dei redditi più alti, di tutele del welfare e del lavoro, di politica abitativa, settore nel quale il governo rosso-rosso-verde (SPD-Verdi-Linke ) di Berlino ha fatto da avanguardia, imponendo limiti ai rincari degli affitti e combattendo le grandi concentrazioni di proprietà immobiliari.

Lo spostamento a sinistra della SPD ha anche un riflesso politico con l’abbandono, almeno nelle dichiarazioni dei leader attuali, del non possumus opposto in passato alle ipotesi di alleanze anche con la Linke, non solo a livello locale e regionale, dove sono già praticate, ma anche a livello federale.

Le difficoltà della Cdu…

Le sofferenze della CDU/CSU si spiegano non solo con l’uscita di scena, dopo 16 anni di ininterrotto cancellierato, di Angela Merkel, che lascia sicuramente un vuoto difficile da colmare nei cuori dell’elettorato centrista e moderato, ma anche e anzi soprattutto con i disastri combinati quando si è trattato di assicurare la successione. La prima persona scelta, la fedelissima Annegret Kramp-Karrenbauer, si è bruciata in pochissimi mesi in una serie di gaffes culminata nel febbraio del 2020 nel pasticcio combinato per cercare di mettere una pezza allo scivolone dell’organizzazione del partito in Turingia, che aveva accettato i voti degli estremisti di AfD. Il secondo candidato, Armin Laschet, che aveva vinto una furibonda battaglia interna contro gli esponenti della destra capitanati da Friedrich Merz, non ha brillato per intraprendenza ed è stato sempre sotto il tiro dell’ala cristiano-democratica più conservatrice e soprattutto dei bavaresi della sorella CSU, con il capo di quest’ultima, Markus Söder che ne ha messo continuamente in forse le capacità, fino a poche ore fa.

La debolezza della CDU, d’altronde, affonda sicuramente nelle lotte interne che la travagliano tra l’anima più popolare e “democristiana”, legata alle tradizioni evangeliche e del cattolicesimo renano, che in qualche modo non fosse che per le sue origini Laschet rappresenta, e i più disincantati esponenti dell’ala conservatrice e ultraliberista. Angela Merkel, e prima di lei altri cancellieri e capi di partito cristiano-democratici, erano stati capaci di mediare e di conciliare le due anime, mentre ora il partito appare diviso e incapace di accontentare pienamente una parte del proprio elettorato senza scontentare l’altra.

Laschet, comunque, ci ha messo del suo, facendosi riprendere da una telecamera mentre sghignazzava con un collaboratore dietro le spalle della cancelliera durante la visita di solidarietà alle famiglie colpite dalla tragica alluvione di qualche settimana fa in Renania-Westfalia. Uno scivolone che deve essergli costato un bel po’ di punti nella scala dei consensi.

…E quelle dei Grünen

Più difficile capire le ragioni della debolezza dei Verdi e in particolare della loro candidata Annalene Baerbock che ancora a maggio-giugno viaggiava su consensi superiori al 20%. La candidata dei Grünen, per unanime (e un po’ troppo autoreferenziale) giudizio dei media ha gestito male la propria comunicazione, anche se va detto che è stata fin dall’inizio oggetto di una furibonda campagna di insulti e di fake news in rete. E però in certi momenti ha mostrato anche debolezze che erano certamente sue, specialmente in materia economica. Durante un dibattito televisivo, ad esempio, ha attribuito alla SPD la formulazione del concetto dell’economia sociale di mercato, che anche i sassi sanno essere stato inventato dal cancelliere cristiano-democratico e successore di Adenauer Ludwig Erhard. Poi ha accusato il ministro delle Finanze Scholz di aver bloccato la riforma delle imposte sulle imprese, quando invece proprio lui ne era il più convinto fautore.

Le gaffes della loro candidata spiegano, ovviamente, solo una parte della verità. È possibile che i Verdi stiano pagando in termini di consenso incertezze e una certa inerzia mostrate nella battaglia dell’establishment contro il Covid, cui non era forse estranea una qualche eccessiva comprensione verso le argomentazioni dei novax che in Germania sono più forti che negli altri paesi europei. Nella Repubblica federale, come dappertutto, in questi mesi di pandemia la credibilità nella lotta al Covid è diventata l’inevitabile cartina di tornasole dell’efficienza pubblica e della rispondenza dell’iniziativa dei partiti agli interessi della collettività.

Quanto alle prospettive di governi e coalizioni, sulla base dei sondaggi di queste ore sbilanciarsi sarebbe sicuramente imprudente. La riedizione di una groβe Koalition appare decisamente improbabile, mentre più realistiche potrebbero essere alleanze che facessero perno sui Grünen e i socialdemocratici insieme, magari con l’apporto della FDP, la cui linea politica attuale però appare pesantemente spostata a destra in materia economica. Poiché è caduto il veto di principio della SPD verso la Linke non è esclusa più, almeno in teoria, una coalizione rosso-rosso-verde come quella locale di Berlino. Sembra in ogni caso di poter dire che la politica tedesca parrebbe spostarsi verso sinistra. Stando ai sondaggi, almeno.