Rosatellum, voto inutile
e Gentiloni bis

Paradosso italiano. I partiti, quelli che ci sono e anche quelli che verranno, non si stanno impegnando a meno di tre mesi dal voto, sempre che il presidente Mattarella confermi l’ipotizzata data del 4 marzo, a elaborare proposte convincenti e fattibili per cercare di riportare alle urne almeno un po’ di più di quanti nelle ultime consultazioni si sono presentati ai seggi. Referendum costituzionale escluso, dato che poco più di un anno fa il 65 per cento degli aventi diritto non mancò l’appuntamento motivato in modo forte non solo dalla necessità di fermare le modifiche della seconda parte della Carta, ma più ancora per mandare un messaggio chiaro a chi le aveva proposte.

Questa dovrebbe essere la stagione della politica e delle strategie. E, invece, in mancanza di esse,  sta diventando unico elemento vitale lo studio del “dopo”. Di quello che accadrà. Non per gestire al meglio una vittoria o rimettere insieme i cocci e ripartire, ma per affrontare una situazione che, da qualunque prospettiva la si guardi, destra, centro o sinistra che sia, sancirà, anche se le sorprese sono sempre possibili, l’ingovernabilità del Paese. Responsabile un pareggio a tre sul filo dei decimali. Il Rosatellum, dato il panorama politico, sembra destinato a sancire l’impossibilità di un governo stabile che pure molto servirebbe ad un’Italia soffocata dai personalismi della classe dirigente.

In questa situazione c’è la corsa alla toppa prima ancora che si faccia il buco. La trama sgranata di una democrazia consunta porta a cercare il rimedio prima che il male sia sancito dal voto. La ricerca di un equilibrio mai più ritrovato dopo la fine della prima Repubblica è diventato esercizio quasi necessario:  la legge elettorale, l’unica certezza che è in grado di dare è quella dell’ingovernabilità. Che si spera non venga affrontata con la supponenza di chi, invece di guardare in casa propria, preferisce citare la Spagna o la Germania.

La parte della toppa qualcuno propone di assegnarla a Paolo Gentiloni, già chiamato a tappare falle non sue, e che per stile, carattere e anche capacità in questo momento sembra la soluzione migliore per gestire un dopo voto senza maggioranza parlamentare, da qualunque parte la si giri. Al pacato gentiluomo romano stanno strizzando l’occhio da sinistra e da destra. E anche se dare l’incarico di formare un nuovo governo spetta al Capo dello Stato  appare chiaro che per molti la continuità rispetto alla ingovernabilità potrebbe essere la soluzione migliore del dopo voto. Che è quella la figura in grado di gestire lo stallo di un pareggio e anche, guardando all’immediato, di riavvicinare un po’ di italiani al voto. E magari dopo di riuscire a trovare un accordo che al momento sembra improbabile ma che ad un diplomatico come Gentiloni potrebbe anche riuscire. Non è lui della genia di quell’Ottorino che nel 1912 sancì il patto che unì politicamente i cattolici e i liberali di Giolitti?

Si discute di questa possibilità nei Palazzi. Il sostegno all’ipotesi viene in modo più o meno esplicito dai padri del Pd, Prodi, Veltroni, Letta ma anche Finocchiaro e Violante. E’ nota la stima per Gentiloni del presidente Mattarella. Lo stesso vale per Pietro Grasso, il leader di Liberi e Uguali, che con un governo a guida gentiloniana non avrebbe difficoltà a confrontarsi. Però Pier Luigi Bersani resta convinto che su alcune proposte chiare si potrebbe trovare nel nuovo Parlamento una maggioranza dal Pd ai Cinquestelle “senza fare ammucchiate con la destra”. Eventualità che escluderebbe nei fatti l’ipotesi di una riconferma a Palazzo Chigi dell’attuale premier. Segue con attenzione anche Giuliano Pisapia. Ci starebbero molti centristi. Matteo Renzi e i suoi aspettano per capire in che modo la carta Paolo Gentiloni potrà essere giocata all’interno di un partito in sofferenza o, anche, alla guida di una lista sorella da cui potrebbe venir fuori, senza eccessive forzature, il nome del premier in grado storicamente di fare patti. Restando chiaro che lo statuto del Pd ha regole precise sulla leadership. Ma non è questo il momento dello scontro, men che mai interno, con i sondaggi sempre più ingenerosi. E’ il momento del fascino discreto del soft.

L’idea di un secondo Gentiloni dopo il passaggio elettorale l’ha ventilata anche Silvio Berlusconi. Come una battuta? Trattandosi dell’ex Cavaliere e data la nota disinvoltura dello stesso che definire politica sarebbe troppo, bisognerebbe sapere cosa frulla davvero nella testa color ocra dell’uomo di Arcore. Quando immagina l’attuale premier che succede a se stesso, anche se per poco perché poi nel giorno di tre, quattro mesi è alle urne che bisognerà tornare, davvero ragiona nell’interesse del Paese che sarebbe sottoposto ad un’altra sfibrante campagna elettorale senza la certezza che un nuovo voto porterebbe alla necessaria stabilità o, piuttosto, con quella sorta di “Paolo, stai sereno” non ha  voluto mandare un messaggio ai suoi partner di coalizione per far capire chi comanda davvero nel centrodestra? Dalle reazioni di Salvini e Meloni sembrerebbe più vicina alla verità la seconda ipotesi. Staremo a vedere.