L’anti-antifascista che mette la Resistenza dentro una parentesi

Ernesto Galli Della Loggia nella sua ultima professione di anti-antifascismo (Corriere della Sera del 3 ottobre) se la prende con quelli che ritengono che l’opinione pubblica italiana sia particolarmente esposta alle seduzioni dell’estrema destra perché l’Italia non avrebbe compiuto “a differenza dei virtuosi tedeschi, quell’abiura collettiva della dittatura e delle sue malefatte (che è) necessaria per poter essere dei veri democratici”. Dopo questa asserzione, condivisibilissima e condivisa da molti, continua sostenendo che il problema consiste nel fatto che “agli italiani, in realtà, quell’abiura nessuno l’ha mai chiesta”. E per sostenere questa opinione cita l’atteggiamento che nel primissimo dopoguerra la maggior parte della classe dirigente italiana ebbe rispetto al giudizio da dare sul fascismo come una sorta di corpo estraneo che si era sovrapposto con la violenza e la prevaricazione al sistema politico liberale rendendosi, esso solo, responsabile dell’alleanza con i nazisti e della guerra. Una visione dei fatti fuorviante costruita a freddo per evitare che le potenze vincitrici della guerra facessero pagare un prezzo troppo alto in termini territoriali e di riparazioni all’Italia, ma – aggiunge Galli Della Loggia – funzionale anche alla autolegittimazione della stessa nuova classe dirigente democratica, che altrimenti sarebbe stata vista dal popolo come alleata e serva degli stranieri che avevano sconfitto la patria: “gente salita al potere solo grazie alla sconfitta italiana”.

Sul primo aspetto l’editorialista del Corriere non scopre nulla di nuovo. Da molti anni una buona parte della storiografia italiana si è dedicata allo smontaggio della teoria del “fascismo corpo estraneo”, ha contestato radicalmente il corollario ipocrita e sentimentalistico degli “italiani brava gente” che ne è derivato avendo largo e deleterio corso nella produzione culturale e nell’immaginario popolare del dopoguerra, e ha indagato abbastanza profondamente sui motivi che portarono allora i dirigenti democratici, compresi i comunisti sotto la guida di Palmiro Togliatti (ma non per esempio gli azionisti), ad accreditarla per salvaguardare l’interesse nazionale.

Il secondo aspetto, invece, è un’opinione personale di Galli Della Loggia ed è contestabilissima. La legittimazione dei nuovi protagonisti della politica italiana non venne affatto (se non in qualche caso) dall’appartenenza al vecchio mondo che era stato sopraffatto dal fascismo e che ora resuscitava, ma dal fatto di essere schierati non con i “nemici” invasori, che dall’8 settembre del ’43 erano i tedeschi e i repubblichini, ma con gli alleati anglo-americani “liberatori” che erano stati accolti con entusiasmo dalla grande maggioranza degli italiani. E, ancor di più, di essere l’espressione politica del movimento di popolo che si era battuto contro i nazisti e contro i fascisti riscattando il paese.

Certe volte le cose più importanti si colgono nei dettagli e il dettaglio rivelatore, nell’articolo, è contenuto in una parentesi: quando l’autore scrive della “fragilissima… dissociazione di responsabilità degli italiani dal fascismo (peraltro convalidata dall’esistenza della lotta armata delle formazioni partigiane”).

Ma come “peraltro”, professore…La guerra di liberazione è diventata un “peraltro”, un accessorio, un accidente? Sarà che a causa delle sue propensioni politiche il professor anti-antifascista non ama particolarmente la Resistenza, ma la storia d’Italia, però, dovrebbe rispettarla.

Il monumento a Graziani

Dovrebbe rispettarla anche per quanto riguarda la Costituzione e la dodicesima disposizione transitoria che, a differenza di quanto mostra di credere lui, non prescriveva alcuna indulgenza nei confronti del fascismo e dei fascisti. Le indulgenze ci furono dopo. Quando la divisione del mondo fece trovare l’Italia su un fronte in cui tutti i nemici erano a sinistra. Quando la DC non volle che si facessero i processi ai criminali di guerra, e i pochissimi condannati restarono in carcere poche settimane, e poi quando si negarono le estradizioni nei paesi dove avevano compiuto stragi e soprusi. Poi quando ci fu chi pensò di cercare nelle file dell’estrema destra nostalgica la manovalanza della strategia della tensione. E poi quando si dimenticò quello che i fascisti avevano sulla coscienza fino al punto che ancor oggi in un paesino del Lazio c’è un monumento al maresciallo Graziani, il peggiore criminale di guerra della storia d’Italia.

Inaugurato una ventina di anni fa, roba dei giorni nostri, insomma.