Al G8 di Genova
20 anni fa il movimento aveva ragione

Possiamo dirlo senza che nessuno se n’adombri? Avevamo ragione noi! Sì, il movimento dei movimenti che percorse le strade di Genova in occasione del G8 del luglio 2001 e che fu brutalmente represso con azioni violente organizzate ed esercitate dagli organi preposti alla sicurezza dello Stato italiano (tanto da essere successivamente condannate dalle Corti europee di giustizia come atti di “tortura” – reato allora non presente nell’ordinamento penale italiano – che sfociarono nella drammatica morte di Carlo Giuliani), aveva ragione. Aveva sollevato questioni fondamentali relative alla insostenibilità ambientale e sociale del modello di sviluppo fondato sulla privatizzazione dei beni comuni, su una accelerazione dei processi di globalizzazione e su una iniqua distribuzione della ricchezza. Questioni tanto fondate che oggi, a distanza di 20 anni, le stesse istituzioni che sedevano al tavolo del G8, come ad esempio la Commissione Europea, stanno adottando strategie impegnative per fronteggiare i cambiamenti climatici.

Analogamente molti dei paesi del G8 hanno dovuto oggi investire molte risorse per fronteggiare la crisi pandemica (anch’essa una manifestazione della globalizzazione) e per sostenere il sistema produttivo perché il liberismo, che voleva estromettere gli Stati dall’economia ritenendo che il modello economico-finanziario globale avesse in sé tutti gli strumenti per fronteggiare qualsiasi crisi, si è dimostrato totalmente inefficace.

La battaglia sui beni comuni

Un movimento plurale (movimento di movimenti, si definì) che però ha saputo trovare alcuni temi e progetti attorno ai quali agglutinare questa grande diversità. Si ricorderà che uno dei portati del movimento furono i referendum sull’acqua pubblica. Il 95,8% dei votanti (oltre 27 milioni di italiani, pari al 54,8% degli aventi diritto) si espresse per non remunerare il diritto all’acqua (che oggi è arrivata ad essere considerata un asset finanziario) e specificamente a favore di una gestione diversa dei beni comuni.

Infatti, stavamo assistendo ad costante processo di privatizzazione e depauperamento di risorse naturali, di beni e valori che compongono l’inestimabile biodiversità naturale, sociale e culturale del pianeta; l’accentuarsi di una tendenza al consumo senza limiti di questi beni che per loro natura costituiscono un patrimonio indisponibile a limitati gruppi di persone. Intorno ai beni comuni il movimento fu capace di elaborare una strategia alternativa a quella del neoliberismo, allora nella sua fase trionfante, che metteva in discussione un intero modello di sviluppo che si è dimostrato insostenibile non solo perché incurante della finitezza delle basi naturali della vita umana, ma anche perché iniquo, ingiusto, debole con i forti e duro con i deboli. Nei 20 anni successivi ai fatti di Genova ce lo ha rammentato, anno dopo anno, il Rapporto sulla ricchezza delle famiglie elaborato da Credit Suisse, non dal Politburo di qualche nostalgica repubblica socialista. Anche il più recente di questi Rapporti ci dice che la ricchezza nel mondo è aumentata, ma si è ancora di più concentrata nelle mani di un numero ridotto di multimilionari.

Un modello di sviluppo più equo

Il cuore pulsante delle crisi che da allora si sono succedute a ritmo quasi regolare, compresa quella economico-finanziaria del 2008, costituiva la dimostrazione del catastrofico fallimento di un modello di distribuzione della ricchezza a vantaggio dei ricchi del pianeta e di una politica che ha elevato a paradigma l’idea che l’intervento dello Stato era sempre negativo per il benessere delle persone, che la spesa pubblica sia comunque spreco e che non esistono responsabilità collettive perché la “società non esiste” per dirla con la Thatcher. È sempre bene ricordare che questo era il nocciolo duro del neoliberismo, ideologia di quella fase della globalizzazione, perché oggi ci si rende conto quanto invece sia necessario lo Stato, o meglio la presenza del potere pubblico per fronteggiare le crisi come quella pandemica e quella economica indotta dalla prima.

Oggi si sono tutti convertiti al neo-keynesismo, ma durante tutti gli anni ’10 del nuovo secolo erano gli stessi ferventi sostenitori di privatizzazioni, di autosufficienza dei mercati finanziari di fronte a qualsiasi crisi. Tanto che li troviamo oggi alla guida di Stati e istituzioni pubbliche sovranazionali che per far “ripartire” l’economia dopo il COVID-19 pompano migliaia di miliardi di dollari pubblici nel sistema.

Ricordiamo perché quelli sono anche gli anni della messa in crisi dell‘Europa sociale, che era la vera idea su cui poggiava il progetto politico dell’unificazione del continente, il così detto modello sociale di welfare “renano”. Il movimento invece vedeva nella riconversione ecologica e sociale del modello di sviluppo il paradigma per uscire da quella crisi, che si fondava su una nuova centralità dei beni comuni, la possibile ripresa – su basi culturali nuove – di un progetto comune di Europa.

L’eredità del movimento dei movimenti

E ancora, se guardiamo all’Unione Europea di oggi e ai progetti “green” della sua Commissione, non possiamo non esclamare: “ma allora, avevamo ragione noi!”. E torto loro, vorrei aggiungere. Quando lanciavamo la campagna “zerozerocinque” per l’introduzione di una Tassa sulle Transazioni Finanziarie che, allo stesso tempo, riducesse le dimensioni abnormi e le storture del sistema finanziario e spostasse risorse economiche dalla speculazione finanziaria agli investimenti sociali e ambientali, il movimento aveva ragione; e chi osteggiò quel progetto aveva torto. Allo stesso modo aveva ragione chi propugnava una norma europea che separasse le banche d’investimento da quelle commerciali, proprio per non alimentare la speculazione finanziaria con i risparmi che invece dovevano sostenere l’economia reale. E avevano torto quegli Stati membri dell’Ue che vi si sono opposti fino ad indurre alla resa la Commissione che l’aveva proposta. Ma la pur tiepida decisione di stabilire un livello minimo di tassazione per le multinazionali, così da limitare l’effetto distorsivo dei paradisi fiscali, propugnata dal nuovo presidente degli Stati Uniti, Biden, non è forse una ammissione di torto dell’ideologia neoliberista e di ragione al movimento per una globalizzazione più equa e giusta?

I beni comuni erano dunque al centro di un conflitto sull’idea stesso dello sviluppo, del futuro del pianeta, che certo non si esaurisce entro la dialettica fra proprietà pubblica e proprietà privata. Essi richiedevano piuttosto una profonda riflessione politica e culturale, una coerente e continuativa azione politica per la loro tutela, un consenso diffuso alla trasformazione della “tragedia” in “possibilità” dei beni comuni.
E non parlavamo solo di risorse naturali che consentono la vita su questo pianeta – acqua, aria, suolo, piante, specie animali – che subiscono quotidianamente una gestione irresponsabile, finalizzata a garantire ricchezze e livelli di vita insostenibili per l’ecosistema e iniqui su scala globale. Ci riferivamo anche a quei beni immateriali che, come le risorse naturali, sono decisivi per la qualità della vita, e che hanno un valore proprio in quanto sono di fruizione collettiva. Anche questi quanto i beni materiali costituiscono la base della felicità individuale e collettiva delle comunità e devono essere maneggiati con la cura per le cose uniche e delicate: l’equità sociale, il lavoro, la salute, il pluralismo culturale, la sicurezza, l’informazione, la conoscenza, lo spazio pubblico per le religioni, la laicità, il riconoscimento attivo dei diritti civili e sociali, la democrazia stessa.

Era una fondamentale questione di democrazia quella che il movimento aveva sollevato, perché riguarda l’accesso ai beni della vita in termini di eguaglianza. Come già la nostra Costituzione aveva luminosamente statuito (art.3), eguaglianza, libertà e dignità costituiscono nella loro intrinseca unità il sale nuovo della democrazia anche nell’età della globalizzazione. La stessa organizzazione della produzione, con la posizione preminente delle grandi imprese transnazionali, pone problemi inediti di democrazia: queste aziende decidono, spesso senza limiti, delle risorse della terra; decidono dove, cosa e come produrre determinando il destino di lavoratori e consumatori, disponendo di volumi d’affari superiori ai PIL di molti Stati e senza alcuna reale forma di democrazia interna. Decidono, via email, chi far lavorare e chi licenziare, come nel caso della GKN di Campi Bisenzio. La cui proprietà è un fondo d’investimento inglese, Melrose, tanto potente quanto lontana, impalpabile. Ma non è forse anche questa vicenda la dimostrazione di come il movimento avesse una lungimiranza ben maggiore di quella degli 8 capi di Stato seduti al tavolo dei Grandi a Genova?