Fuga dei cervelli? Il vero problema è che quelli stranieri non vengono in Italia

Italiani brava gente. Anche troppo. Uno studio pubblicato di recente su Nature Italy rivela che tra il 2011 e il 2020 le università americane hanno assunto quasi tremila professori nel cui curriculum compariva un dottorato di ricerca ottenuto nel nostro Paese. Che i nostri ricercatori siano apprezzati all’estero è risaputo ed è alla base della tanto citata, mai contrastata, fuga di cervelli. È tuttavia la prima volta che una radiografia del sistema accademico americano rivela al suo interno una presenza così massiccia di questa declinazione, assai singolare, del nostro made in Italy.

Quel numero racconta molte cose. La prima è che il nostro sistema universitario ha parecchi problemi, ma non è da buttar via. La seconda è che le classifiche sulla qualità degli atenei mondiali vanno lette con cautela. La terza è la conferma che il nostro Paese è affetto da una grave forma di masochismo. Andiamo con ordine.

Vince la squadra migliore

Le università americane non sono opere di carità ma aziende – pubbliche o private poco importa – che vivono e crescono grazie alle rette degli studenti, ai fondi ottenuti dai ricercatori (ma gestiti dalle stesse università) e ai finanziamenti, di nuovo pubblici e privati, girati direttamente alle università. Il principio che le guida è molto semplice: la squadra migliore vince. Avere i migliori ricercatori vuol dire gestire molti fondi e ricevere molti finanziamenti, così come avere i migliori docenti permette di attirare gli studenti più ricchi e alzare le rette. Se queste sono le regole del gioco, è facile capire come le università americane non scelgano un docente qualunque, ma il migliore che si trova sul mercato. Ebbene, se tremila di questi “migliori sul mercato” vengono dall’Italia, significa che il nostro Paese, o meglio il suo sistema scolastico prima e accademico dopo, è perfettamente in grado di preparare ricercatori e docenti di livello internazionale.

E qui si arriva al secondo punto. Perché se le brillanti menti dei nostri giovani possono ben figurare nella Champions League delle università, come diavolo è possibile che le università italiane che li formano e sfornano siano considerate all’estero come squadre di serie B o C? Secondo la classifica di QS, una società di ranking accademico, La Sapienza di Roma dove lavora il Nobel 2021 per la fisica Giorgio Parisi, sarebbe al 171esimo posto, che sale al 151esimo per la Academic Ranking of World Review (Arwu) e scende nel gruppo 201-250 nella classifica di Times Higher Education (The). L’Università degli Studi di Milano balla tra il posto numero 324 (classifica QS), 151-200 (classifica Arwu) e 301-350 (classifica The). La leggendaria Scuola Normale di Pisa, istituto tanto prestigioso quanto selettivo, sarebbe 183esima per Times Higher Education, nel gruppo 500-600 per Academic Ranking of World Review e addirittura dopo il millesimo posto leggendo la classifica di QS.

Reputazione e internazionalizzazione

Secondo Caterina La Porta e Stefano Zapperi, autori della ricerca pubblicata da Nature Italy, questa anomalia evidente (Champions League o serie C?) avrebbe una spiegazione. Tra i criteri utilizzati per stilare le classifiche delle migliori università internazionali, ce ne sono molti in cui l’Italia si posiziona molto bene (lavori pubblicati, numero di volte i cui quei lavori vengono citati in altri lavori pubblicati, ecc.). Ma ce ne sono due in cui le nostre università figurano proprio male: la reputazione e l’internazionalizzazione. “La reputazione – spiegano La Porta e Zapperi – è una questione soggettiva che riflette la percezione del comune prestigio, rafforzata dalle classifiche stesse”. Come un gatto che si morde la coda: se finisci in fondo alle classifiche hai una bassa reputazione, ma se hai una bassa reputazione finisci in fondo alle classifiche… Esiste un modo per uscire da questa follia?

Il secondo criterio che ci fa precipitare è l’internazionalizzazione. Già, le università italiane pensano, tra mille difficoltà, agli italiani e non certo agli stranieri. Che può essere cosa buona e giusta, ma non tiene conto delle nuove dinamiche di sviluppo delle conoscenze e della ricerca che, come è noto, non hanno confini ma solo necessità e curiosità. Se un laureato italiano va a specializzarsi in Germania o in Francia o negli Stati Uniti, perché un francese, un tedesco o un americano non vengono in Italia? La spiegazione, secondo Caterina La Porta e Stefano Zapperi, è tanto semplice quanto disarmante: “Se le università italiane attraggono tradizionalmente pochi studenti internazionali ciò non è dovuto al fatto che l’istruzione viene giudicata di bassa qualità, ma piuttosto che viene principalmente offerta in italiano”.

Daniel Bovet

Corsi di dottorato in inglese: siamo pronti per un salto simile? Probabilmente no, eppure è anche qui che si nasconde il problema, irrisolto, dei nostri ricercatori e della famosa fuga di cervelli. Che è reale, per carità, ma è anche fuorviante. Perché come spiegava lucidamente il nostro mai dimenticato Pietro Greco, il problema non sono i ricercatori che partono, ma quelli che non arrivano. Se uno studioso, per crescere, deve girare il mondo, entrando così in contatto con le menti migliori del suo campo, che senso ha trattenerlo o persino farlo tornare? Non sarebbe meglio creare le condizioni per diventare, noi stessi, un Paese attraente dal punto di vista scientifico e accademico? Che poi è quanto accadde negli anni Cinquanta e Sessanta quando i ricercatori italiani partivano, ma molti studiosi stranieri arrivavano. Come lo svizzero Daniel Bovet che vincerà il Nobel per la Medicina nel 1957 per le sue ricerche svolte presso il nostro Istituto Superiore di Sanità, o come l’inglese Ernst Boris Chain, che di quello stesso istituto diresse per tredici anni il Centro di ricerche di microbiologia chimica prima di vincere il Nobel nel 1969. In quel periodo la Stazione zoologica di Napoli divenne la casa dei più importanti neurobiologi cellulari al mondo: qui Bernard Katz e Ricardo Miledi condussero le ricerche sulle sinapsi giganti di calamaro con le quali vinsero nel 1970 il Nobel per la Medicina. E che dire della grande scuola internazionale del fisico Edoardo Amaldi o di quella di Giulio Natta, premio Nobel per la Chimica nel 1963?

Un regalo alla concorrenza

Quel piccolo, ma intenso rinascimento scientifico italiano terminò verso la metà degli anni Sessanta quando si diffuse la convinzione, scellerata, che la ricerca fosse un lusso da frenare e un costo da tagliare. La fuga dei cervelli nasce proprio da lì, dall’aver tolto il piede dall’acceleratore nel momento in cui bisognava correre anziché frenare. Un errore strategico, ma anche costoso. Per ogni laureato che sale su un aereo ci sono 172.000 dollari che volano via, tanti quanti ne ha spesi lo Stato per portarlo dall’asilo alla laurea specialistica (dati Ocse). Se moltiplichiamo quella cifra per i laureati che partono e che non tornano (l’Istat ne calcola 44.968 nel periodo tra il 2004 e il 2013) si arriva a un assegno da 770 milioni dollari l’anno. Se poi nel curriculum c’è anche un dottorato di ricerca, bisogna aggiungerne altri 30.000 per ogni partenza. Ma non è finita, perché una volta all’estero i nostri giovani iniziano a produrre conoscenze e, soprattutto, brevetti alimentando così la macchina (e l’economia) dei Paesi più innovativi. Eccolo il nuovo miracolo italiano: formare a nostre spese molti dei più bravi ricercatori al mondo. E regalarli alla concorrenza senza neanche un grazie.