Frontiera polacca, la guerra di Lukashenko e Putin contro migranti e Ue

Nei primi giorni di dicembre del 1991 in quella foresta che separa la Russia Bianca dalla Polonia, a est della città di Byałistok, avvenne il negoziato decisivo tra i capi di Russia, Bielorussia e Ucraina per decidere la fine dell’Unione Sovietica. Sembra un segno del destino che trent’anni dopo proprio lì vada in scena una tragedia umana che pare il paradigma di tutte le contraddizioni che la storia ha rovesciato, da allora, su quella parte di Europa. Migliaia di profughi, venti-trentamila, sono ammassati sul confine nel tentativo di entrare in Polonia e quindi nell’Europa che per loro significa ormai, più che salvezza e speranza, semplice sopravvivenza.

Uomini e donne oggetto del gioco sporco della politica

Vengono dall’Afghanistan, dall’Iraq, dalla Siria e sono l’oggetto del gioco più sporco che la politica abbia mai messo in scena in questa parte del mondo. Ostaggi di una brutale crudeltà che ha pochi riscontri nelle pur gravissime crisi che l’arroganza dei potenti ha scaricato negli ultimi tempi sui disperati che cercano di attraversare le frontiere per le “rotte” verso la Germania, i paesi scandinavi, la Francia, i Paesi Bassi o attraversare il Mediterraneo per l’Italia, la Grecia o la Spagna. Nella foresta di Byałistok sta già arrivando l’inverno, non c’è niente da mangiare e sono pochi i ripari in cui si può trovare qualche ora di sonno, nelle notti abbagliate dalle fotoelettriche e assordate dagli ammonimenti della polizia polacca a non avvicinarsi al filo spinato armato di lame e i perentori ordini di “tornare indietro”. Come se fosse possibile, come se non ci fossero i soldati bielorussi, dietro, a impedirlo con i mitra spianati. I profughi sono stipati in una terra di nessuno, in una situazione che ricorda sinistramente quello che accadde, dalla parte opposta della Polonia, al confine con il Reich tedesco, quando i nazisti vollero rispedire a “casa loro” gli ebrei che erano emigrati in Germania.

 

La guerra ibrida di Lukashenko

Alexander Lukashenko

Guerra ibrida l’hanno chiamata. È quella che il dittatore bielorusso Aleksander Lukashenko sta muovendo contro il Grande Nemico, l’Unione europea, e il Nemico atavico di sempre, la Polonia. Se le informazioni che circolano da giorni sono vere, e in ogni caso sono certamente verosimili, si tratta di una manovra a freddo. Il regime di Minsk ha pianificato l’arrivo negli aeroporti bielorussi di parecchie decine di migliaia di fuggitivi dal paese dei talebani e dalle regioni martoriate del Medio Oriente proprio per spingerli contro la frontiera polacca. È un ricatto e rischia purtroppo di funzionare perché il dittatore sa che così può toccare una corda cui quelli di là dal confine, da Byałistok a Varsavia a Bruxelles, sono sensibili in modo quasi maniacale: l’”invasione” dei profughi.

Una vendetta per le sanzioni con cui gli europei e la Nato hanno ritenuto di punire le angherie del regime contro gli oppositori in patria e, nello stesso tempo, un’azione di disturbo per mettere in crisi i “nemici” dell’ovest. Non a caso pare, e anche questo è molto verosimile, che lo sponsor, se non il vero organizzatore, della manovra sia Vladimir Putin, il quale ha dispiegato molti mezzi e molta fantasia nello sforzo di destabilizzare l’occidente.

Ma Lukashenko e il suo Grande Fratello di Mosca non sono gli unici colpevoli di quel che sta succedendo laggiù. Il governo sovranista polacco di Mateusz Morawiecki ha scelto la strada di una irragionevole prova di forza. I profughi restano dove stanno e se moriranno di freddo o di fame la colpa non sarà di Varsavia ma di “quelli di là”. La Commissione europea e la NATO declamano la loro solidarietà ma non possono, o non vogliono, suggerire ai polacchi di far passare i profughi, unica soluzione umanitaria possibile al punto in cui sono arrivate le cose. A Bruxelles si potrebbe, quanto meno, cercare di convincere Morawiecki ad aprire il confine organizzando aiuti concreti e sostegni per la gestione della crisi da parte delle autorità polacche, ma il duro scontro sulla sovranità nazionale aperto nelle settimane scorse dal regime di Varsavia rende tutto ancora più difficile.