Francia alle urne, Macron è il favorito. Incalzato da Marine Le Pen e dall’astensionismo

A meno di dieci giorni dalla tenuta del primo turno delle elezioni presidenziali, la campagna elettorale in Francia sembra conoscere un’accelerazione.
Da mesi il Presidente uscente, Emanuel Macron, è indicato come il favorito, in grado di arrivare largamente in testa l’11 aprile e di sconfiggere qualunque altro candidato che arrivasse con lui al secondo turno.
Sono previsioni confermate anche dai sondaggi degli ultimi giorni; eppure la campagna elettorale di Macron deve fare i conti con delle difficoltà impreviste. Il 17 marzo scorso una relazione del Senato ha denunciato alcuni aspetti molto discutibili nel rapporto stabilito negli ultimi anni tra il governo e grandi agenzie di consulenza internazionali. Agenzie a cui sono stati affidati i compiti di definire le strategie e le politiche pubbliche in determinati settori, sostituendosi di fatto agli eletti e agli alti funzionari della pubblica amministrazione.

Rivelazioni pericolose

“Se si vuole essere veloci ed efficaci nel mondo di oggi consulenze di questo tipo e qualità sono necessarie” ha chiarito Macron, ma la relazione del Senato ha anche rivelato come per questi incarichi le agenzie abbiano richiesto pagamenti molto elevati e come le stesse agenzie, però, abbiano usufruito tra il 2011 e il 2020 di un regime fiscale agevolato che ha permesso loro di non pagare le tasse sulla società. Si parla di una media di 329 milioni di euro all’anno fatturati allo Stato, ma con casi clamorosi come la richiesta di quasi 500 milioni solo per l’organizzazione di una conferenza ministeriale. L’agenzia McKinsey è quella più criticata dai giornali, ma altre se ne stanno aggiungendo negli ultimi giorni.
Gli avversari e le avversarie di Macron hanno naturalmente visto in queste rivelazioni la possibilità di metterlo per la prima volta in difficoltà e hanno denunciato “uno scandalo” che chiarirebbe i difetti della politica del presidente nel rapporto tra sfera pubblica e interessi privati spregiudicati.

Il potere d’acquisto preoccupa i francesi

Anche la stampa, le radio e le televisioni non perdono l’occasione d’intervistare il candidato Macron su questo affare, che in qualche modo gli impedisce di far arrivare all’opinione pubblica i contenuti del suo programma su temi come la guerra in Ucraina e , soprattutto, il potere d’acquisto. Tema, quest’ultimo, che è al centro delle preoccupazioni dei francesi dopo gli anni della pandemia e di fronte all’aumento dei prezzi e alle possibili conseguenze ancora più negative del conflitto che si sta combattendo sul continente europeo.
Macron avrebbe invece tutto l’interesse a spostare l’attenzione verso questi temi, sia per limitare il rischio di una grande astensione, sia per contrapporsi a colei che sembra, di nuovo, poter essere la sua rivale al secondo turno: Marine Le Pen, la leader del partito Rassemblement National.

Marine Le Pen e la costruzione di uno stato autoritario

Oscurata per un certo periodo dalla novità rappresentata nel campo della destra da Eric Zammour, Marine Le Pen non solo sembra avere vinto la sfida contro Zemmour, ma ha anche consolidato la sua forza come l’unica alternativa possibile a quello che in Francia si chiama “il macronismo”. Zemmour, dal suo canto, ha iscritto la sua candidatura in un progetto di lungo periodo, teso a riunificare tutta la destra francese e non è escluso che possa proporre a Marine Le Pen un’alleanza esplicita al secondo turno. Una convergenza che sicuramente inquieta Macron e che è giustificato, di fatto, anche dalla lettura dei programmi elettorali presentati.
In effetti, il programma di Marine Le Pen è un programma che “Le Monde” ha definito “un progetto di costruzione di uno Stato autoritario”. Al suo centro, senza sorprese, ci sono i temi della nazionalità e dell’immigrazione e si prevede di ridurre del 75% gli arrivi in Francia legati alla vita familiare o al diritto d’asilo! Un’insistenza sulla “priorità nazionale” che di fatto rimette in discussione il principio di diritti inalienabili senza distinzione possibile di razza, religione e fede.

Se non viene più annunciato il progetto di uscita dall’euro e dell’Unione europea, però si afferma la superiorità delle leggi francesi su quelle comunitarie e una riduzione considerevole della partecipazione della Francia al budget europeo. Le modifiche della Costituzione vengono proposte attraverso la tenuta di referendum e “ se il popolo lo vuole, lo facciamo”, aldilà del rispetto dei principi e delle leggi non solo francesi.

L’incognita Mélenchon

Su un uso determinante del referendum insiste anche Jean-Luc Mélenchon, il candidato dell’Union Populaire, che nelle ultime settimane ha guadagnato circa il 5% in tutti i sondaggi. Alcuni dei suoi sostenitori credono nel miracolo di un sorpasso sui candidati di destra e sull’arrivo al secondo turno. A oggi sembra molto difficile, ma i rapporti di forza tra i vari candidati saranno determinati anche e soprattutto dal livello dell’astensione.

Mélenchon, se eletto, vorrebbe aprire una fase costituente per arrivare a una VI Repubblica caratterizzata da una decisa apertura verso il basso, con forme di partecipazione continua dei cittadini ai processi decisionali. Oltre che delle riforme sociali radicali, come il ritorno della pensione a 60 anni.
Una cosa è certa: sino al 24 aprile, data dello svolgimento del secondo turno, l’attenzione generale, in Europa, ma non solo, si rivolgerà verso la Francia.

La scelta dei francesi

In questo contesto internazionale saranno in molti ad interrogarsi su quali potrebbero essere le conseguenze della scelta dei francesi. Anche una riconferma di Macron lascerebbe aperta, inevitabilmente, un’incertezza sugli scenari futuri in Europa e nel mondo: come reagire, ad esempio, a un prolungarsi del conflitto sul suolo europeo? Come governare le distanze evidenti tra Sud e Nord dell’Europa sulle strategie comuni di difesa e sui rapporti con gli Usa? Come ridefinire una politica autonoma dell’Europa verso il Mediterraneo?
Sono grandi questioni, che rimandano alla volontà e alla capacità delle classi dirigenti europee di ripensare il loro ruolo in quello che qualche anno fa uno studioso americano chiamò il “mondo caos”.
Infine, se di fronte a interrogativi di questa portata e al rischio concreto che la terza guerra mondiale a capitoli più volte denunciata da papa Francesco trovi qualcuno disposto a legarla insieme, se davvero l’8 aprile “trionfasse” l’astensionismo, allora sarà difficile non pensare che la crisi dei nostri sistemi democratici sia ormai a un punto di non ritorno.