Francesco, l’avventura di un funzionario del Pci:
quando il partito si identificava con l’Italia

Pubblichiamo alcuni brani della prefazione di Gianni Cuperlo al libro di Francesco Riccio “Lo rifarei. Vita di partito da via Barberia a Botteghe Oscure“, in prevendita su questo sito per le edizioni di Strisciarossa.

(…) Nelle duecento, poco meno, pagine che avete tra le mani non c’è nessun buco della serratura. E neanche la rapina di qualche retroscena carpito in buona fede. No, il racconto a tappe di Francesco (da ora e per sempre Ciccio) una premessa te la fissa dal principio (se no, che premessa sarebbe?). Ed è che qui si entra dal portone principale, mica dal garage. Che poi, a dirla tutta, in questa storia anche il garage avrebbe la sua ragion di starci e anche una dignità politica, fosse solo perché in quello di Botteghe Oscure (ingresso da via dei Polacchi, vis à vis al domicilio capitolino del Maestro Ennio Morricone) il duo Occhetto-D’Alema avrebbe stretto il patto per la successione ad Alessandro Natta, all’epoca segretario generale del Pci, colpito da un infarto a fine aprile del 1988. Vabbè, già parto divagando, il che è quasi inevitabile vista la storia che si deve introdurre, per cui armatevi del tanto di pazienza dovuto e seguite il resto.

(…) Allora, ricapitolo, eravamo a come si entrava dal portone principale, e su questo spero che ci siamo intesi. Ciccio lo fa laggiù (per noi di Trieste, da Monfalcone in poi è tutto “laggiù”, figuratevi Locri). Anche se ci rimane per poco. Di buona, quasi nobile stirpe, sceglie la via dell’emigrazione universitaria e decide per Bologna. Facoltà di Medicina. Non gli ho mai chiesto se l’indirizzo fosse legato all’intuizione sul destino di una sinistra da accomodare sul lettino e psicanalizzare, ma al tempo credo nessuno poteva ipotizzare simile sorte. Quindi da Locri il nostro sbarca in Emilia, nel cuore del comunismo padano, lì dove la “Ditta” (ma vaglielo a spiegare ai profani un concetto simile) non era la burocrazia di partito o, peggio, una cieca osservanza di regole e comportamenti. Con quella formula s’intendeva la funzione al contempo politica, istituzionale, sociale e culturale di una comunità di donne e uomini consapevoli, perché convinti, di esprimere la più alta e coerente opera di servizio al progresso economico e civile di quel pezzo d’Italia.

(…) In questo senso lo so che è difficile da far credere, ma il Pci, quel partito, si identificava nello Stato nel senso che dopo la tragedia del fascismo e della guerra lì aveva materialmente edificato una società animata di valori democratici e riformatori, e lo aveva fatto con una visione delle forze in campo mai prona verso derive integraliste o settarie. In questo davvero fa sorridere l’accusa, reiterata ancora di recente, su una sinistra proveniente da quella tradizione e che coltiverebbe da sempre un animo anti imprenditoriale. Ecco, in Emilia (e Romagna, anche se le differenze esistono) quella critica è semplicemente smentita dalla storia. Non per caso tempo fa Luciana Castellina mi ha raccontato la risposta che Jean Paul Sartre diede a un giornalista che gli aveva chiesto che cos’era per lui il Pci. E la replica fu, “Il Pci è l’Italia”. Punto. Fine. Ma era davvero così, e quando anni e decenni dopo il mio maestro Alfredo Reichlin evocava un “partito della Nazione” a quella dimensione si rifaceva, mica alle percentuali del consenso. Ma alla funzione nazionale che un partito e la sua cultura politica dovevano avere l’ambizione di coltivare.