Franca Valeri, la donna che mostrò
i vizi e le ipocrisie dell’Italia

Cento anni e se ne è andata. Ha tagliato il traguardo a braccia alzate e immaginiamo ci abbia regalato l’ultimo sorriso e un ironico “ciao, ciao” con la manina, come se avesse voluto proporci un futuro appuntamento.

Cento anni e una biografia artistica di pagine e pagine: cinema, teatro, televisione, musica, attrice, regista, sceneggiatrice, scrittrice. Fino all’ultimo, si può dire: una vitalità mai doma, una fantasia pronta a giocare su tavoli sempre diversi. Era una signora di totale sincerità: non si era mai sottratta ai segni di decadenza che la malattia le aveva inferto. Brava bravissima: indimenticabile, perché ci ha raccontato nella vita che ha vissuto e nella finzione che ha rappresentato tanti momenti della nostra storia, con ironia, ed è il primo giudizio che ci salta in mente, ma anche con tragica lucidità.

“Nessuna pietà a piazzale Loreto”

In una intervista di pochi giorni fa al Corriere della Sera raccontò ad esempio un giorno particolare, per lei e per noi tutti: “Vidi Benito Mussolini in piazzale Loreto, non mi fece pena. Da ebrea ho sofferto”. Aveva voluto sincerarsi della morte del tiranno, lei che appunto aveva tanto sofferto. Figlia di un padre ebreo, ingegnere, Luigi Norsa, e di Cecilia Valagotti, cattolica. Una famiglia benestante, la scuola dalle medie al liceo, al prestigioso Parini, fino alla promulgazione delle leggi razziali. Devo ancora citare dal Corriere della Sera: “Papà era ebreo. Ricordo quando lesse sul giornale la notizia e pianse. Fu il momento più brutto della mia vita”. Le toccava la maturità, esclusa dalla scuola pubblica, e si preparò a casa, da privatista: “Provai a dare l’esame al Manzoni, sperando che non se ne accorgessero. Non se ne accorsero. L’Italia è sempre stata un po’ inefficiente”. Il padre e il fratello erano riusciti a rifugiarsi in Svizzera. Lei con la madre era rimasta a Milano, grazie all’aiuto di un impiegato dell’anagrafe che confezionò per loro documenti falsi. Il nome scelto era quello di una nonna. Madre e figlia si dovettero cercare una casa. Lei un giorno si riaffacciò al cancello della sua vecchia abitazione per salutare i gatti amici e vide dalle scale scendere un drappello di soldati tedeschi che trascinavano via una ragazza, una “sposina”, ebrea pure lei, destinazione Auschwitz. In pochissimi tratti l’orrore del fascismo…

La via della recitazione

Finita la guerra, tornati il padre e il fratello, riaggiustate le cose, la scelta del teatro, una passione giovanile per la lettura, ma anche per la recitazione, come al padre, austero professionista, forse non piaceva. Ma, a quanto pare, nessun divieto. Solo una raccomandazione, un minimo di discrezione: così Alma Franca Maria Norsa sarebbe diventata Franca Valeri (nom de plume suggeritole dall’amica Silvana Mauri, compagna di classe, nipote di Valentino Bompiani, futura moglie di Ottiero Ottieri, che aveva in testa e nel cuore le dolci poesie di Paul Valery). L’esordio nel 1947, poi la compagnia dei Gobbi con Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli (che a un certo punto diventerà suo marito), un cammino che sarà lungo: prima il palcoscenico, poi la radio, quindi il cinema e la televisione, i varietà televisivi… Al fianco di grandi personaggi. Da Fellini a Totò, da Manfredi a Peppino De Filippo, ad Alberto Sordi. Persino l’opera, quando suo compagno divenne il maestro Maurizio Rinaldi e con lui mise in scena, da regista, un’edizione del “Barbiere di Siviglia” e una del “Rigoletto”.

Persino i libri sono tanti. Ricordiamo il primo: “Il diario della signorina Snob” (Mondadori 1951, introvabile, con le illustrazioni di Colette Rosselli, Donna Letizia della rubrica “Il saper vivere” e moglie di Montanelli). E quello più autobiografico: “Bugiarda no, reticente” (Einaudi 2010).

Il racconto del costume di un popolo

Nella memoria, Franca Valeri resterà per le sue donne: la signorina Snob, Cesira la manicure, la sora Cecioni, di volta in volta brevi crudeli istantanee di vita vissuta, tra i vizi, i tic, le smorfie, le ipocrisie di questo nostro paese, repertorio di grande artista, quando contano la voce, uno sguardo, una smorfia, un’inflessione dialettale, a rappresentare una condizione e il costume di un popolo, cogliendo quel passaggio storico tra una società contadina e operaia e un mondo viziato dal consumismo e quindi dall’ansia dell’apparire. Un piccolo manuale di sociologia, una rappresentazione della “cultura del narcisismo”, come in fondo neppure Christopher Lasch aveva saputo descrivere con altrettanta precisione (e crudeltà).

 

Quella Milano dei potenti

Però, evitando gli interminabili elenchi, non vorrei evitare un’altra memorabile donna, Elvira Almiraghi, milanese sposata Nardi, sposata cioè con Alberto Nardi, megalomane e inconcludente industriale romano, assediato dai creditori. Lei è una imprenditrice abile e spregiudicata, una che sa mettere a frutto quattrini e conoscenze. Potrebbe essere una inconsapevole testimone delle “pari opportunità”.

Stiamo rivedendo “Il vedovo”, film di Dino Risi, del 1959. Lui, il Nardi, è Alberto Sordi. Franca e Albertone  animano una coppia impossibile e sono il simbolo dell’insanabile contrasto nord sud, la rappresentazione di una eterna polemica, una anticipazione di “Roma ladrona”, la versione in prosa di “Oh mia bela madunina” (c’è anche Rabagliati nel cast), uno spot della “Milano da bere” o poi di “Milano non si ferma”. A cominciare dal posto perché la coppia vive in un appartamento della Torre Velasca (come un attico di Citylife ai tempi di Fedez e della Ferragni), essendo la Torre Velasca, anomalo grattacielo progettato da BBPR, Belgiojoso, Banfi, Peressuti, Rogers, tutti amici in tempo di guerra di Franca Valeri, Banfi morto a Mauthausen), altra creatura della rinascita milanese. Per finire nella cena dei “potenti” d’allora, dei “cumenda”, dei Borghi (l’operaio che si fa capitano d’industria), che amano l’Elvira, perché è una di loro, e sbeffeggiano il romano mantenuto, che manca persino l’appuntamento con il delitto perfetto e con l’eredità sognata. Il Cretinetti, come si sa, precipita nel vuoto sotto l’ascensore, quadro di un’Italia in salita, che prospera quando non trascura le leggi concretissime e spietate dei danée.   Sintesi perfetta, che lascia senza risposta una domanda: come ha fatto l’Elvira, a sposare il Nardi, malgrado la mamma l’avesse messa in guardia e la mamma ha sempre ragione. Ormai me lo tengo, si rassegna al telefono: siamo in Italia, tra i Cinquanta e i Sessanta, matriarcale e non ancora abilitata al divorzio.