Forza Italia travolta dalla crisi e il Cavaliere pensa al Quirinale

E’ diventata vecchia nel giro di un giorno la fotografia della ritrovata identità di pensieri e di posizioni dei tre leader del centrodestra usciti più o meno acciaccati dalla tornata elettorale amministrativa. I sorrisi e gli abbracci, i baci sulle guance, rilasciati ad uso d’obbiettivo nei viali della villa sull’Appia Antica che fu di Zeffirelli, tra i sorrisi compiacenti della corte e lo scodinzolare dei Dudù delle Dudine di nuova generazione, sono scomparsi un minuto dopo che le auto blu hanno girato l’angolo.

Coalizione piena di crepe

Le crepe stanno diventando vistose nella coalizione. C’è insofferenza, fastidio verso l’altro. Basti per tutti quel Salvini poco diplomatico che accusa Meloni di “rompere” stando ad una registrazione. E quella Meloni non nera solo di abito ma anche di umore che dalla sconfitta del suo candidato Michetti non riesce più a sorridere. Nonostante riesca ancora tenere il primo posto, anche se risicato, di popolarità sia come leader che come partito ma col Pd a un soffio o forse già avanti. E poi c’è Berlusconi che già sull’aereo destinazione Bruxelles per partecipare, finalmente di persona al vertice del Ppe, in occasione del Consiglio europeo, ha potuto verificare che “quei due” saranno anche ragazzi con la metà dei suoi anni ma che proprio quei due potrebbero riuscire nell’impresa (suicida) di averlo fatto tornare al comando di una truppa in via disgregazione. Che non teme più di contrapporsi platealmente e non si preoccupa più, come è successo per tanti anni, di non disturbare il manovratore.

La crisi è evidente in Forza Italia. I figli politici si stanno mostrando pronti ad una contestazione fin qui impensabile nei confronti del padre-padrone. Scontato che Matteo Salvini per riemergere cercasse la sponda di Marine Le Pen con cui vuole costituire un nuovo gruppo di centrodestra. E anche che il leader leghista assieme alla Meloni si esprimesse contro la condanna della sentenza della Corte Costituzionale polacca che non riconosce la supremazia del diritto comunitario su quello nazionale senza tener conto di quanto affermato di recente dal premier Draghi e cioè che l’Italia appoggia in modo “fermissimo” la decisione della Commissione. Una linea su cui è in sintonia l’area di Forza Italia che contrasta i sovranisti in opposizione a quanti, e tra questi il vice del partito Tajani con Bernini e Ronzulli, che in nome della tenuta della coalizione di centrodestra è sembrato anche disponibile a ridurre il potenziale di contrasto ai soci per cui l’europeismo è una malattia.

Maria Stella Gelmini, Mara Carfagna, Renato Brunetta (i ministri) con almeno un terzo dei deputati la cui esistenza si è concretizzata nel voto per il nuovo capogruppo a Montecitorio, non ci stanno. E sono scesi in campo in difesa dell’identità del partito per com’era, quello che loro non riconoscono più. Hanno fatto sentire la loro voce per contrastare le intenzioni dei sodali più vicini a Berlusconi troppo disponibili verso quelli che rappresentano il gruppo forte di potere della coalizione, diviso tra lotta e governo ma per ora frenati dal fatto che di Forza Italia non si può fare a meno.

Il Quirinale

Berlusconi e l’illusione del Colle

Il ritorno in campo di Berlusconi avrebbe dovuto tranquillizzare la parte europeista e dialogante di Forza Italia che scalpita e si sente esclusa pur occupando posti da ministro. Ma invece non è stato così. Perché l’ex premier, tornato in salute dopo le vicende del Covid che lo hanno fatto stare male per molti mesi allontanandolo dalla politica attiva ma anche dalle aule di tribunale, sarà pure andato a Bruxelles a ribadire il suo europeismo convinto e a salutare Angela Merkel al suo ultimo Consiglio, attrezzato di un regalo di addio in un atteggiamento molto lontano dalle scortesie che hanno caratterizzato il confronto negli anni, dal cucù di Trieste ai commenti sull’avvenenza della Cancelliera. Lui avrà anche fatto il simpatico da varietà e ripetuto il copione che prevede la distribuzione a piene mani di pacche sulle spalle e di battute allusive, ma è apparso subito evidente che il pesante bagaglio con cui aveva lasciato l’Italia era quello di rendere credibile la sua illusione di poter conquistare il Colle. Intenzione rafforzata dalla sentenza di assoluzione in un ramo secondario del processo Ruby ter che resta ancora in piedi in molte parti.

Ci crede, Berlusconi. E glielo fanno anche credere. Tanto da indurlo ad affermare che per il bene del Paese “è meglio che Draghi resti a Palazzo Chigi” mettendo in un angolo le aspirazioni già esplicite dei due alleati. “Se Berlusconi volesse fare un passo avanti gli daremmo il nostro sostegno” ha detto Matteo Salvini. Meloni, parole e atteggiamenti più cauti. Ne parla meno. I voti di Forza Italia “a quei due con la metà dei miei anni” servono troppo per salvare l’esistenza del polo di centrodestra in affanno, in cui Salvini si vede prosciugare i voti e la Meloni ha esaurito la spinta propulsiva, almeno stando agli ultimi risultati elettorali. Con Forza Italia in piena crisi di identità. In questo momento, viene da pensare, cosa c’è di meglio che cavalcare le aspirazioni di un anziano uomo di 85 anni, condizionato dal protagonismo, divisivo, condannato in via definitiva per frode fiscale, con precedenti e vissuti noti e meno noti. Facendogli interpretare lo scomodo ruolo del candidato di bandiera che ai primi tre turni per l’elezione del presidente della repubblica quando è necessaria la maggioranza dei due terzi, non ce la può fare e dopo, arrivati alla maggioranza assoluta, può essere messo bellamente da parte magari chiedendogli anche di mostrarsi soddisfatto. Anche perché i 450 voti di cui sulla carta dispone il centrodestra rendono evidente la strada in salita e le alleanze difficili da dover rinsaldare per dare soddisfazione alle aspirazioni dell’ex Cavaliere. E, se mai dovesse andare così? I ricordi degli strani meccanismi di veti o appoggi contrapposti che spesso hanno caratterizzato il voto per il Quirinale mettono i brividi. Sarebbe il colpo definitivo alla credibilità del Paese.