La lezione di Fortini. Verità e giustizia contro dileggio e rancore

E ora che abbiamo la casa e la giusta fatica / e ci volgiamo indietro / e diciamo che bello fu essere giovani / ma più bello guardare così – // ora che nuove stelle salgono / su cieli promessi anche a noi – // ora ci tocca ringraziare / di non portare frutto, di non vedere ogni giorno / crescere i nostri errori negli occhi di un figlio / se questa è la folla che porta le mie verità // la gente persa e derisa che ride e non osa.

Il Decennale dalla fine della II guerra mondiale

strage di Bologna, l'orologio
Strage di Bologna, l’orologio

Franco Fortini scrive questa poesia nel 1955, ha 38 anni. La intitola “Decennale” e con questo testo apre la sezione di I destini generali, all’interno di Poesia e errore. La citazione temporale è facile da comprendere, sono dieci anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: Fortini fotografa la propria generazione in quell’esatto momento, a 38 anni è solidamente matura e sufficientemente disincantata per staccarsi da una società che nonostante il prossimo boom economico e le opportunità della ricostruzione inizia ad avvertire delle falle, come una diga nella quale iniziano ad avvertirsi delle crepe, crepe che in pochi anni saranno evidenti a tutti e che in qualche modo ancora ci portiamo dietro. Fortini è poeta dell’impegno e in questo testo cerca di smarcarsi dal disimpegno generalizzato, da quella gente che “ride e non osa”.

Riletto con gli occhi di oggi questo testo porta a una serie di valutazioni ancora più stringenti se si considera quanto avvenuto nei giorni dell’anniversario della strage alla stazione di Bologna dello scorso 2 Agosto.

Se da un lato infatti è emerso un generalizzato impegno da parte di artisti, scrittori, musicisti, ma soprattutto di tantissima gente comune coinvolti collettivamente nella mai banale pratica della memoria, nella richiesta sempre più pressante di verità e giustizia nei confronti degli esecutori materiali dell’atto terroristico, se ci si è opposti alle teorie negazioniste che continuano a serpeggiare in alcune sacche della popolazione, dall’altra parte un movimento opposto e contrario (come si direbbe in fisica analizzando azione e reazione) ha portato non solo a un disinteresse verso la tematica, ma per ampie tratte a un dileggio a cui hanno partecipato altrettanto aspiranti scrittori e intellettuali.

Il dileggio vile di chi “ride e non osa”

verità e giustiziaEra capitato anche qualche anno fa nell’Anniversario della morte di Pasolini, di quei detrattori non si hanno più notizie, scomparsi come le critiche che avevano mosso: d’altronde basare la propria eventuale piccola popolarità sul dileggio o su questioni meramente personali se sui tempi stretti paga nel lungo periodo si rivela spesso qualcosa di inefficace. E’ un tema il dileggio utilizzato spesso da persone pronte a scrivere o esporre i propri personali lutti, i propri e personali dolori (la morte di un parente prossimo, una propria malattia, un proprio disagio), spingendoli fino all’estremo, mostrando sui social i corpi delle proprie persone in fin di vita, esponendole come in una collettiva ma privata cerimonia, vivano con tanto rancore la memoria collettiva, il racconto delle vite degli altri, dei non conosciuti, espressione di un simbolo che però, e lo individua molto bene Fortini, non deve dissolversi.

Esistono però due differenze tra quel periodo e questo, le mancate promesse che questa società porta sulle proprie spalle, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni, ma in generale all’interno delle fasce più deboli e la difficoltà nel trovare zone d’uscita in un confinamento simile a un hikikomori collettivo. Eppure non dobbiamo “fermarci”, non dobbiamo considerare questi altro che alibi.

Osare: abbattere gli steccati dell’io per diventare noi

Ridurre la questione a una contrapposizione nei confronti dei boomer non è solo sbagliato, ma è segno di una frustrazione che annienta ben oltre i motivi della frustrazione stessa, perché non dobbiamo dimenticare che la generazione dei boomer ha dimensioni ben inferiori numericamente rispetto a quanto viene oggi collettivamente identificato. La battaglia insomma rischia di diventare conflitto tra poveri e se questo non si vuole che accada appunto si deve osare come dice Fortini, e osare significa anche abbattere gli steccati dell’io, significa evitare le piccole battaglie di tanti io e rendere possibile un “noi” collettivo che assieme si misuri su battaglie più ampie, non in una sorta di resistenza di testimonianza ma nella volontà di cambiare realmente le cose, nella volontà di rendere la giustizia collettiva là dove la giustizia viene a mancare.

Franco Fortini, Tutte le poesie, Mondadori 2014.