Flat tax, colpo ai poveri
da trentuno miliardi

Con l’avvio, anzi la prosecuzione di una perenne campagna elettorale,  il tema della riduzione delle tasse torna di grande interesse nel dibattito pubblico. Chi non vuole tagliare la pressione fiscale alzi la mano. Sulle tasse si vincono le elezioni, la propaganda fa premio sul buon senso, ogni promessa porta voti anche se magari affonda il bilancio dello Stato, ma di questo si occuperà il futuro governo.

L’attenzione è rivolta per ora alle rinnovate e insistenti proposte del centro-destra di semplificare il sistema fiscale adottando una sola aliquota, la flat tax, per tutti i contribuenti. Silvio Berlusconi e Matteo Salvini sono i più coerenti sostenitori di questa ipotesi e il leader di Forza Italiana lanciò già nel 1994, al momento di scendere in campo per “salvare l’Italia dai comunisti”, l’idea di una sola aliquota del 33%. Ora dovrebbe essere inferiore, ben al di sotto del 30% se la destra trionfasse alle prossime elezioni.

La flat tax funziona bene come slogan propagandistico, meno come strumento fiscale; anche se bisogna dire che l’idea inizia ad affascinare anche qualche centro studi o qualche intellettuale non solo conservatore o di destra. Nei mesi scorsi si è discusso sui giornali della proposta dell’Istituto Bruno Leoni per l’introduzione, nell’ambito di una riforma complessiva del fisco, di un’aliquota unica al 25% in Italia, con una campagna di divulgazione e di raccolta di adesioni – “25Xtutti”- che potrebbe tornare presto di moda con l’avvicinarsi del voto.

La flat tax sarebbe una novità densa di incognite, probabilmente destabilizzante, per un paese come il nostro che macina un record del debito pubblico dietro l’altro, senza interruzioni. Inoltre questa semplificazione si scontrerebbe col dettato costituzionale che vincola alla progressività della tassazione (il prelievo sale con la crescita del reddito), non garantirebbe affatto un beneficio sicuro sull’intero sistema economico mentre creerebbe ulteriori diseguaglianze, perché la riduzione proporzionale delle tasse favorirebbe i ceti più benestanti.

I sostenitori di questa proposta, non solo in Italia ma anche negli Stati Uniti dove comunque prevale la dura realtà dei conti e della politica nonostante le promesse sparate da Trump e amici, sono convinti che la riduzione del prelievo semplificherebbe il sistema fiscale, libererebbe risorse per gli investimenti e dunque per lo sviluppo e l’occupazione. Se si pagano meno tasse tutti saranno invogliati a pagarle e ci sarà certo meno evasione, è la formula magica che viene lanciata dai sostenitori di questa rivoluzione.

Per adesso non ci sono paesi con un’economia simile alla nostra che hanno sperimentato e praticato a lungo la flattax. L’aliquota unica ha trovato un terreno fertile soprattutto nei paesi dell’ex blocco socialista e nell’area del Baltico. Estonia, Lettonia e Lituania hanno introdotto la flat tax nel 1994, nel 2001 è toccato alla Russia con una sola tassa del 13% sul reddito, poi sono seguite Serbia, Ucraina, Romania, Georgia, Albania, Montenegro. Per alcuni anni la Russia ha registrato una crescita formidabile del Pil, ma non si possono fare relazioni dirette tra flat tax e boom economico: molto probabilmente lo sviluppo di Mosca in quegli anni è stato alimentato soprattutto dall’espansione dell’industria petrolifera e del gas. Islanda e Slovacchia, dopo aver scelto la tassa unica, hanno deciso di tornare indietro per fronteggiare le crisi finanziarie e dei conti pubblici, articolando un sistema di più aliquote. La Repubblica Ceca che aveva una flat tax del 15% ha aggiunto un contributo di solidarietà del 7%, per compensare gli squilibri sociali.

Per l’Italia è difficile fare i conti “a freddo” sui costi, sull’impatto sul bilancio dello stato dell’eventuale introduzione di un prelievo unico al 25%. A regime il costo da coprire sarebbe di circa 31 miliardi di euro. Una bella cifra. Ma l’ex ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, ha scritto sul Sole 24 Ore che con l’Iva maggiorata al 25% il costo per i contribuenti, famiglie e imprese, sarebbe di ben 61 miliardi di euro. Il professore Francesco Daveriritiene che la flattax sia al momento inapplicabile in Italia – “Solo il Belize ha un’aliquota unica al 25%” ha scritto con ironia, ma potrebbe diventare forse praticabile se fosse introdotta una seconda aliquota, più alta, del 35% sui redditi più elevati, superiori ai 28 mila euro annui, per tentare di rendere più equo il sistema.Ma questo ritocco potrebbe rovinare la formula magica di Berlusconi e Salvini.