Fondi alle istituzioni culturali, ora ne discuta il Parlamento

Gli interventi di Piero Di Siena (qui), Giorgio Caredda (qui) e Fabrizio Rufo (qui) hanno suscitato molti dubbi e domande intorno allo “Schema di decreto ministeriale recante la tabella delle istituzioni culturali da ammettere al contributo ordinario dello Stato per il triennio 2021-2023”. È difficile non condividere le loro critiche, anche alla luce dell’esauriente dossier dei servizi studi della Camera e del Senato. Mancano informazioni indispensabili per la formulazione di un parere.

Chi ha diritto al contributo?

La legge 534/1996 indica i requisiti da documentare per consentire il giudizio del Ministero sul diritto al contributo e sulla sua entità:
Ricerca e elaborazione culturale documentata e fruibile … realizzata anche attraverso seminari, gruppi di studio, corsi, concorsi, borse di studio e attività programmate di diffusione culturale anche mediante collegamenti con istituzioni di ricerca di altri Stati; rilevante patrimonio bibliografico, archivistico, museale, cinematografico, musicale, audiovisivo, pubblicamente fruibile in forma continuativa; (fornitura di) servizi, di accertato e rilevante valore culturale, collegati all’attività di ricerca e al patrimonio documentario; (organizzazione di) convegni, mostre e altre manifestazioni di valore scientifico e culturale, in relazione all’attività di ricerca svolta; un programma almeno triennale; un’attività editoriale conforme ai propri fini istituzionali; una sede adeguata e attrezzature idonee per lo svolgimento delle proprie attività”.

Va documentata “l’attività svolta nel triennio precedente la richiesta di contributo (e vanno presentati) i relativi conti consuntivi annuali (e) il programma di attività per il triennio successivo.

Né requisiti, né punteggi

Requisiti puntigliosamente ribaditi nella circolare del Ministero 101/2017, che, come ricordato nella relazione all’Atto sottoposto a parere, integra le precedenti introducendo un punto decisivo: “indicatori di valutazione con l’assegnazione di punteggi che rispondono all’esigenza di trasparenza e di una maggiore selettività nell’individuazione degli enti meritevoli di sostegno pubblico”. Elementi necessari al Ministero per costruire la propria valutazione ma non meno indispensabili alle Commissioni parlamentari.
Il fatto è che di tali elementi non c’è traccia. Il dossier degli Uffici Parlamentari integra il documento con un raffronto tra le erogazioni del triennio 2018-2020 e quelle per il 2021-2023 e fa emergere quattro questioni

  1.  significative modifiche dei contributi ai maggiori istituti culturali che avrebbero meritato una dettagliata spiegazione nella Relazione (colpisce, ad esempio, che tra gli istituti destinatari di un contributo superiore ai 100 mila euro ci sia un’unica riduzione, sia pur millimetrica, per un ente del Mezzogiorno);
  2.  la rilevante crescita (da 31 a 57) degli istituti meritevoli di finanziamenti particolarmente consistenti (100 mila euro annui);
  3.  l’inserimento tra gli istituti finanziati di soggetti dei quali, al di là dei meriti nel rispettivo settore di attività, non è certa la natura di Enti di ricerca con i requisiti di cui all’articolo 1 della legge;
  4.  infine, malgrado alcuni inserimenti probabilmente impropri e alcuni incrementi … esplosivi dei contributi destinati a singoli enti, la riduzione delle risorse destinate agli istituti maggiori (quelli con almeno 100 mila euro di finanziamenti annui) che passano dal 62, 82% al 54,97% dei fondi disponibili.

Si riparta dalla legge del 1996

Mi soffermo soltanto sul secondo e quarto punto anche perché l’asse che ispirò una riflessione sul finanziamento degli Istituti culturali partì, nella VII legislatura della Repubblica, proprio dall’esigenza di concentrare risorse statali su pochi grandi istituti di studio e di ricerca, adeguatamente valutabili al livello nazionale.

Vale la pena di ricordare brevemente i fatti. Discutendosi del Bilancio dello Stato emersero una miriade di stanziamenti (e una miriade di capitoli di bilancio) destinati a finanziare istituti culturali della gran parte dei quali era impossibile valutare l’attività e l’impatto sul territorio a livello nazionale.
Il Gruppo radicale chiese, e ottenne, un rapporto sulla materia, affidato alla Corte dei Conti.
Giunse in Parlamento un volume di circa 500 pagine che ricostruiva la situazione. Da qui la scelta, culminata nella legge del 1996, che distingue nettamente i grandi Istituti culturali, titolari di biblioteche e di consistenti fondi archivistici, con attività di ricerca destinata ad avere un impatto significativo sull’intero territorio nazionale, destinatari di fondi statali programmati triennalmente (articolo 1), da altri istituti da sostenere con contributi annuali (articolo 8). Il finanziamento di istituti che, pur rilevanti, non superavano la dimensione regionale era trasferito a quel livello di governo, unitamente ad adeguate risorse finanziarie.

Una buona impostazione

istituti culturali
Foto di kropekk_pl da Pixabay

Dell’inizio di quel lavoro esiste traccia: il 17 luglio 1978 alla Camera dei Deputati veniva depositata la proposta di legge Villari, Di Giulio, Tortorella che impegnava le Camere, “a decorrere dal 1° gennaio 1980”, a discutere e approvare “un piano di spesa triennale presentato dal Mibac, di concerto con il Ministro per il Tesoro” contenente la “spesa complessiva prevista e la proposta di riparto dei contributi tra gli enti e gli istituti culturali che abbiano dimostrato di svolgere attività culturale e di ricerca e di possedere le attrezzature e i mezzi patrimoniali necessari a tale scopo”.
Iniziò così il percorso concluso con la legge 534/1996, una buona legge di cui occorre confermare obiettivi e modalità di gestione. La composizione della Tabella presentata quest’anno dal Mibac e, se è consentito dirlo, anche la discussione che si è svolta sinora in sede parlamentare sembrano mostrare che quella impostazione sta venendo meno, sostituita da un generico apprezzamento per il finanziamento di realtà culturali che non sono “istituti di ricerca” e che svolgono attività apprezzabili a livello nazionale.

Ne discuta il Parlamento

Tale orientamento viene giudicato come un inizio di “democratizzazione della cultura”. Nessuno contesta il ruolo e la funzione che anche microcircoli culturali svolgono rispetto alle comunità di riferimento. Men che meno vuol farlo chi, come chi scrive, ritiene di aver contribuito alla crescita di una più matura coscienza civile anche partecipando e animando la vita di “circoli” più o meno importanti. Ma il sostegno a tali realtà va affidato a strumenti diversi dal finanziamento triennale del Mibac.
Vale la pena che il Parlamento, in un franco confronto con il Governo, e acquisiti gli indispensabili elementi di documentazione, recuperi l’originaria ispirazione, esercitando pienamente la responsabilità di valutazione che dalla legge gli è attribuita.