Alt all’escalation di guerra in Europa e nelle nostre piazze

Non c’è più tempo o forse è questo nostro tempo cieco che tira la cima di tutti i tempi verso il buco nero della catastrofe. Escalation? Militari Usa in arrivo all’ambasciata americana di Kiev? E che altro serve per capire e avere solida paura? Si devono levare adesso voci alte, umane prima che partitiche, per accendere marce di Pace in tutta Italia. Non devono vincere micro-appartenenze, livori tra parenti sinistrati, puzze sotto il naso. Si dia fiato a un frente amplio vivo in pratiche di lotta visibile e udibile, dove tutto ciò che dice “basta” a questa guerra che cresce per conto suo divorando vite e coscienze come una neoplasia maligna, può servire ed esser utile, andare bene.

Armare ancora, di nuovo, l’Ucraina?

Il Parlamento tace, ii dibattito d’aula si contingenta in nome di una Union sacrée incauta dei pericoli crescenti a valanga che incombono, paurosa di incrinare il muro Nato, di “far brutta figura” nell’allineamento al pensiero unico anglo-statunitense. Il tutto come se nuove sanzioni fossero una pratica burocratica da evadere in fretta per aiutare l’Ucraina, un paese invaso (e certo, e pure con una violenza abissale) che però da lunghi, lunghi anni già ingoiava nuovi armamenti, preda di quel “nazionalismo suicida” esiziale che aveva fatto alzare moniti severi e necessità di cautele non alla Comunità di Sant’Egidio ma a George Herbert Walker Bush, cioè Bush Senior, non il Junior che s’inventava bufale cosmiche – con la complicità dell’inghilterra del laburista Blair e dell’Italia di Berlusconi, incaricata di architettare la storia dell’uranio nigerino che sarebbe servito a fabbricare le armi di distruzione di massa – per invadere l’Iraq.

Attenzione all’espansione Nato a Est, occhio al “nazionalismo suicida” ucraino (testuali parole sue). Freniamo, sosteneva il Bush intelligente, memore della politica di contenimento adottata ai tempi dell’Urss e della Guerra Fredda: contenimento, non mera proiezione di potenza americana in Europa, com’è stato dopo il ’91. Una postura paradossale e cieca, perché l’Urss non c’era più, il “mostro” sovietico non inquietava più i sonni Occidentali, c’era una Russia da rispettare e non umiliare (ancora Bush Senior).

Il cinismo degli Usa

Lo storico e diplomatico George Kennan lo aveva spiegato chiaramente al successore del repubblicano Bush, il democratico Clinton: ammettere nella Nato Polonia, Cechia e Ungheria è sbagliato, alimenterà in Russia una decisa militarizzazione politica e il classico vittimismo russo, nell’“accerchiamento” verrà rispolverata la narrazione di un paese circondato da nemici “eretici” del popolo russo e della sua purezza. Kennan così prevedeva. Con successo. Era l’alba del ’97.

Si continuerà di peggio in peggio, fino ai passi concreti per arruolare nella Nato Georgia e Ucraina, nervi sensibili dell’area di influenza russa, ulteriormente dolenti dopo la virata nazionalistica di Putin e ancor più infiammati dopo Euromaidan. A Clinton (due mandati presidenziali) servivano i voti dei polaccoamericani (più di nove milioni negli Usa) e degli ucraini (quasi un milione, in probabile aumento) e c’è poco da aggiungere, del resto anche Biden aspetta con una certa trepidazione le elezioni di midterm.

La Nato che difende? Ma sì. E però illegittimamente offende, come nel ’98-’99 col Kosovo, lestamente riconosciuto come Stato ma non certo universalmente, visto che, per restare all’Europa, Spagna, Grecia, Romania, Cipro e Slovacchia non hanno relazioni diplomatiche con Pristina. Qualcosa che assomigliia abbastanza al colpo di mano delle “repubbliche” filorusse di Donetsk e Luhansk in territorio ucraino riconosciute da Putin in quasi completa solitudine. Chi è senza peccato…

Una terribile deriva di guerra, alluvione di armi

Oggi non solo si sospetta ma si vede terribilmente la deriva di guerra in atto e in crescita, guidata da alluvioni di armi in cui il mondo di Techne vive autonomamente, concresce su se stesso, crea nemici mortali e non solo più avversari o rivali, impone “necessità” di riarmi, forgia alleanze strategiche, altre ne illanguidisce, delimita zone proibite, limiti da non valicare. Ben oltre il sanissimo realismo che conosce la durezza delle relazioni internazionali, nuotiamo in un clima di paranoia crescente, di guerre montanti in un mondo che da anni conosce sempre meno pace e poggia su squilibri economici e ambientali rovinosi.

Il caso UcrainaRussia sta rompendo equilibri in giro per il mondo. A nord l’Inghilterra stipula nuovi lussuosi contratti per vendere altri suoi sistemi d’arma nella “Nato boreale” che comprende ormai di fatto anche Svezia e Finlandia. Nel Pacifico Cina e Usa si guardano ancor più a muso duro, l’India resta in bilico, gli Usa sbeffeggiano la Francia che non fornirà più come previsto i suoi sottomarini nucleari all’Australia, che si rivolgerà per la bisogna altrove (indovinare dove) in nome del trattato Aukus, siglato con Stati Uniti e Regno Unito. E armi, armi, armi. Cyberguerre fredde o calde. Progetti di attacco (o difesa) per Taiwan.

Svanisce la fiducia, aumentano i sospetti e la voglia di costituire posizioni di sicurezza scambiate per missioni esistenziali. Da parte di tutte le potenze in scena, medie e grandi. L’Onu? Rimane ostaggio, per qualsiasi iniziativa forte, dei veti nel Consiglio di sicurezza. A proposito, Biden sta per recapitare a Zelensky 40 miliardi di forniture belliche, ma non paga il suo debituccio di 1 miliardo e mezzo di dollari che serve a far funzionare le Nazioni Unite (gli altri Paesi hanno insieme debiti per un paio di miliardi). Un modo per soggiogare o quantomeno controllare l’Onu.

Parole di pace, fatti di guerra

E l’Italia? Draghi mette la pace come premessa, però è il Paese nel suo insieme che non parla, non si muove apertamente, mentre aumentano i contrari all’avvitamento bellico ucraino. Quanta sicurezza abbiamo che questa sia una nostra guerra? E se anche in parte lo fosse, perché non proviamo a ricordare che il primo a opporsi a implementare gli accordi di Minsk per pacificare il Donbass è stato Zelensky? Per stare all’oggi: il presidente ucraino si sente “grosso” per le armi in arrivo e cerca il Grande Slam, ovvero il ripristino dei confini stabiliti con l’indipendenza nel ’91. Non ci riuscirà e non serve essere il professor Orsini (che pure qualche frase incongrua – vedi l’Hitler “pacifista” – se la lascia scappare) per capirlo. Il punto è lì. Lo si può discutere apertamente? Chissà se l’Europa di Francia, Germania e Italia ha il senso dei profondi interessi continentali e nazionali, interessi che chiederebbero ben altre mosse, sanzioni comprese.

Tre settimane prima dell’invasione del 24 febbraio scorso, la Russia aveva stabilito con la Cina megaforniture di gas che sarebbero state pagate in euro. Sì, avete letto bene, euro. Con conseguente rivalutazione della nostra moneta sul dollaro e qualche mal di pancia americano. Tutto a monte. E in aggiunta ecco la corsa ad approvvigionarsi di gas e petrolio in giro per l’universo mondo, pure in posti non così raccomandabili. E dire che per tenere sotto controllo qualcuno (a caso: la Russia) e influenzarlo, un forte rapporto d’interdipendenza energetica è certamente migliore di sanzioni tafazziane. Sempre che lo si possa ancora dire e scrivere.

Possibile una politica di pace, una rete dal basso

Non lo fa il Governo? Si creino reti, si torni a far politica anche dal basso, senza meschine gelosie d’apparato e appartenenza, a partire dalle piazze. In nome del massimo comune denominatore della vita umana sempre evocato da papa Francesco, figura molto omaggiata per un candeggio rapido alla coscienza e poco ascoltata. La Russia in guerra non conta le perdite di uomini (le nasconde, lo faceva già in Cecenia), ma le perdite di armi e se ne fa un baffo ormai dei nostri diritti umani. Proviamo a fermarla con una politica del possibile? Cambiarla o annichilirla è impossibile. Proviamo a cambiare, a parlare meno il linguaggio zelenskiano del “non un passo indietro”.