Fermare l’emorragia di giovani laureati
per non impoverirci definitivamente

Diciamolo subito, quello che ci offre il recente rapporto dell’ISTAT su Iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente 2018 è un quadro significativo ma parziale. Anzi, meglio: è un quadro parziale, ma significativo.

È parziale, perché riguarda solo le persone che vanno in municipio e dichiarano un cambio di residenza, sia esso verso o da un altro comune della medesima regione, o interno all’Italia o addirittura per o dall’estero. Moltissimi, italiani e non, migrano senza cambiare la residenza. Questi migranti invisibili all’anagrafe non vengono contabilizzati in questo rapporto ISTAT, che pertanto è parziale.

Tuttavia è un rapporto significativo, perché intercetta tre grandi fenomeni e fanno del nostro un paese con vecchie e nuove, ma sempre profonde, contraddizioni: la crescente migrazione di italiani verso l’estero (moltissimi laureati), un fenomeno che interessa l’intero paese; una migrazione notevole ma in diminuzione verso l’Italia, soprattutto di stranieri; un forte flusso di migrazione interna (soprattutto di giovani qualificati) dal Sud verso il Centro e il Nord. Il quadro ISTAT è, dunque, significativo, perché è in perfetto accordo con analisi demografiche che tengono conto del complesso delle migrazioni da e per l’Italia.

Il rapporto è ricco di numeri, noi ne ricorderemo solo alcuni. Nel tentativo di analizzare le cause qualitative del fenomeno e con l’impegno di ritornare a breve su dati meno parziali e altrettanto significativi: il primo dato è che negli ultimi dieci anni hanno cambiato residenza per l’estero 816.000 italiani. Una media di 82.000 circa per anno. Nel 2018 si sono trasferiti 117.000 italiani. Segno che il flusso migratorio verso l’estero è in aumento. Un altro carattere da sottolineare di questo flusso è che esso interessa tutte le regioni italiane. Segno che i nostri giovani (perché a migrare sono soprattutto giovani) pensano di trovare all’estero una condizione migliore che in Italia, a prescindere da quella di partenza. Si parte anche dal relativamente ricco Nord. Ma ancora più preoccupante è il fatto che tra i migranti italiani dell’ultimo decennio ben 182.000 sono laureati: il 22%. Sono molti. Sono troppi. L’Italia – Romania a parte – ha il minor numero di laureati dell’Unione Europea. Se una parte considerevole di quei pochi se ne va (senza che altri giovani laureati dall’estero vengano in Italia) il nostro paese si impoverisce culturalmente e, quindi, ha sempre maggiore difficoltà a partecipare della società e dell’economia della conoscenza.

Un dato interessante è che la gran parte dei migranti italiani se ne va verso un altro paese europeo. Il paese più gettonato è il Regno Unito. Chissà se questa preferenza reggerà alla Brexit prossima ventura. Gli italiani che lasciano anche il continente, preferiscono il Brasile agli Stati Uniti. Sarebbe interessante capire perché.

Il secondo ordine di dati riguarda il calo degli immigrati. Nel 2018 le persone che dall’estero si sono trasferite in Italia sono state il 3,2% in meno che nell’anno precedente. La maggior parte degli stranieri viene da paesi europei, Romania in testa. In netto calo (-17%) gli immigrati dall’Africa: non c’è alcuna invasione, dunque. Se una qualche percezione persiste, è frutto non dei dati di realtà ma della paura, troppo spesso alimentata ad arte per fini politici.

Il terzo ordine di dati riguarda il Mezzogiorno d’Italia. Nel 2018 i trasferimenti interni sono stati quasi 1,4 milioni: in aumento rispetto all’anno precedente. La gran parte degli italiani che si spostano sono meridionali che si trasferiscono nel Centro-Nord. Moltissimi i laureati. Sicilia e Campania nel 2018 hanno visto 8.500 laureati lasciare i loro luoghi di origine e cercare fortuna e condizioni migliori nella parte centrale e settentrionale del paese. Se in Italia a laurearsi sono pochi, nel Mezzogiorno sono ancor meno. E se questi pochissimi se ne vanno in gran numero, le speranze di sviluppo del Sud si assottigliano sensibilmente.

I laureati meridionali che si trasferiscono al Centro o al Nord vanno a riempire buona parte dei buchi lasciati dai laureati del Centro e del Nord che vanno all’estero. In pratica c’è una sorta di Robin Hood all’incontrario nella foresta cognitiva italiana, che sottrae cervelli ai più poveri per regalarli ai più ricchi. Se questo flusso ormai decennale continua, il Sud è definitivamente spacciato.

Questi fenomeni sono decisivi per il futuro del nostro paese. Se ne dovrebbero occupare di più le classi dirigenti. I politici, certo; gli imprenditori, certo: ma anche i media. Diamo meno spazio all’ultimo post su Facebook di Salvini e interessiamoci di più del paese che si impoverisce economicamente perché si impoverisce culturalmente.