L’invio dei Caschi blu dell’Onu in Ucraina è una strada possibile

I Caschi Blu dell’ONU per fermare l’avventura militare di Putin e garantire un futuro accordo di pace tra l’Ucraina e la Russia? È un’ipotesi che la comunità internazionale dovrebbe prendere molto sul serio. Nel conflitto drammaticamente aperto dal tentativo del capo del Cremlino di tornare allagrande Russia come attore planetario, la strada di un accordo globale dovrà passare inevitabilmente dal Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York.

L’invasione dell’Ucraina ha riaperto problemi di governo del mondo che vanno ben al di là della volontà di annessione russa di un territorio che fino al 1991 apparteneva all’Unione Sovietica e della legittima difesa dell’integrità e dell’indipendenza di una nazione che si staccò dall’impero russo nel 1918, che fu membro fondatore dell’Unione Sovietica nel 1922 e che fu tra i cinquantuno stati che crearono le Nazioni Unite nel 1945.

Le Nazioni Unite sono intervenute all’indomani dell’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio attraverso il Consiglio di Sicurezza che – in una risoluzione del 28 febbraio – ha cercato la via del compromesso con la Cina deplorando” e non “condannando l’aggressione ed escludendo l’applicazione del capitolo VII dello Statuto che avrebbe potuto consentire di intraprendere un’azione militare per ristabilire la pace (peace keeping). Nonostante questa scelta di compromesso, però, la Cina si è astenuta insieme all’India e agli Emirati Arabi Uniti e la risoluzione poi non è stata comunque adottata per il veto della Russia, che presiede attualmente il Consiglio di Sicurezza.

Cinque giorni dopo l’Assemblea generale, dove le decisioni sono prese a maggioranza e dove i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza non hanno diritto di veto, ha condannato invece la Russia con 141 voti a favore, 35 astensioni, fra cui ancora la Cina e l’India, e solo cinque contrari (Russia, Bielorussia, Eritrea, Corea del Nord e Siria).

La legittimità e l’autorevolezza dell’azione della comunità internazionale, che si è mostrata largamente compatta dall’inizio della guerra, al contrario di quanto avvenne durante l’invasione della Crimea da parte della Russia nel 2014, dipende ora dalla sua capacità di difendere – assieme all’Ucraina – le regole e i principi delle Nazioni Unite nell’immediato per imporre la tregua e il conflitto militare. Nonché, con un respiro più ampio, per riaprire la questione della riforma delle stesse Nazioni Unite.

Le quattro missioni dell’Onu

L’ONU è stata fondata il 24 ottobre 1945, sei mesi dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e due mesi dopo il bombardamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki, su iniziativa degli Stati vincitori del conflitto planetario e cioè l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti, la Francia e il Regno Unito insieme con la Cina nazionalista di Taiwan (sostituita nel 1971 dalla Repubblica Popolare Cinese) nel quadro di una organizzazione multilaterale del mondo di cui avrebbero fatto parte il GATT (ora sostituito dall’OMC), la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale nell’ambito degli accordi di Bretton Woods del 1944.

All’inizio aderirono all’organizzazione soltanto 51 Stati “sovrani”, poiché una parte del mondo era ancora, e sarebbe stata ancora a lungo, occupata dai regimi coloniali che si sarebbero poi progressivamente dissolti a cominciare dall’indipendenza dell’India proclamata nel 1950. Per più di quaranta anni il mondo è stato diviso dalla “cortina di ferro” fra l’egemonia degli Stati Uniti e l’imperialismo sovietico nel condominio della guerra fredda fra le due superpotenze.

Le Nazioni Unite erano stato concepite, dopo il fallimento della Società delle Nazioni, per creare un pianeta che si gettasse alle spalle gli orrori delle due guerre mondiali nel rispetto dei diritti dell’Uomo sanciti dalla Dichiarazione Universale del 10 dicembre 1948. I fondatori scrissero nello statuto che esse dovevano svolgere quattro missioni: mantenere la pace e la sicurezza internazionali, sviluppare relazioni amichevoli fra le Nazioni, cooperare nella risoluzione dei problemi internazionali e nella promozione del rispetto dei diritti umani, rappresentare un centro per l’armonizzazione delle diverse iniziative nazionali. Per raggiungere questi obiettivi l’ONU si è dotata fra gli altri di due strumenti: il primo di carattere giuridico, la Corte Internazionale di Giustizia che ha sede all’Aja dal 1945, e il secondo di carattere militare: i cosiddetti “Caschi Blu” e cioè le “Forze Internazionali di Pace” nate nel 1948. Inoltre l’organizzazione si è attribuita il diritto – mai usato – di espellere uno Stato membro che abbia persistentemente violato i principi della Carta.

Per venire alla crisi attuale, la Corte Internazionale dell’Aja con 13 voti favorevoli e i voti contrari di Russia e Cina ha “ordinato” alla Russia di fermare immediatamente l’invasione. Si tratta di un ordine “vincolante” per il diritto internazionale ma per garantire il quale la Corte non ha alcun potere di coercizione.

Negli ultimi giorni è stata avanzata la proposta di percorrere anche altre strade come quelle previste dallo statuto delle Nazioni Unite e in particolare dal suo capitolo VII che autorizza l’Assemblea generale in seduta straordinaria con una maggioranza dei due terzi “in caso di stallo nel Consiglio di sicurezza” a decidere misure di peace enforcement che precedono gli interventi di peace keeping.

Peace enforcement e peace keeping

Il vicepresidente della Verkhnova Rada (il Parlamento ucraino), Oleksandr Korniyenko, ha chiesto in effetti il 3 marzo il dislocamento di una missione di peace keeping sul territorio ucraino lanciando un appello alle Nazioni Unite per una mediazione che fermi la guerra. L’intervento di forze di pace non è mai avvenuto quando c’è stato il veto di uno dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza. Nel caso in oggetto esse però sarebbero composte da militari provenienti da paesi che non fanno parte né della NATO né del gruppo (che in occasione della risoluzione dell’Assemblea generale che ha condannato l’aggressione russa all’Ucraina si è ridotto a quattro paesi) che sostiene il regime di Vladimir Putin.

Nel corso dei molti interventi di peace enforcement e di peace keeping avvenuti in passato, la maggioranza dei militari è stata offerta dal Pakistan, dal Bangladesh, dall’India, dal Nepal, dalla Giordania, dall’Uruguay, dal Ghana, dalla Nigeria, pur se in passato si è registrata la partecipazione di militari francesi o italiani. In questo caso le forze d’intervento sarebbero quindi in larga maggioranza in una posizione di relativa neutralità fra l’aggressore e l’aggredito.

Nel novembre 1950 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite – in seduta straordinaria e per superare i possibili veti nel Consiglio di sicurezza dei membri permanenti – approvò la risoluzione 377A “Uniting for peace” che autorizzava la stessa Assemblea generale ad adottare a maggioranza qualificata delle misure di peace enforcement o di peace keeping. Questa risoluzione non è stata mai applicata, ma pure se non è diventata diritto consuetudinario e la sua legittimità è stata anche contestata, applicarla oggi, dando voce in merito all’Assemblea generale, avrebbe un significato e darebbe fondamento all’autorevolezza dell’istituzione internazionale.

Su questa base i 35 paesi che si sono astenuti sulla ricordata risoluzione di condanna e l’Unione europea potrebbero chiedere la convocazione di una nuova Assemblea generale straordinaria che esiga una tregua immediata e che riapra la discussione sulla risoluzione 377A del 1950.  Si tratta di una strada evidentemente irta di ostacoli, ma l’immane tragedia umanitaria deve spingere la comunità internazionale a tentare di intraprendere anche le strade più impervie.

I criminali di guerra

C’è poi la questione del giudizio sui crimini di guerra. Il 15 marzo scorso sul quotidiano Le Monde un collettivo di personalità internazionali ha avvertito che “i criminali della guerra in Ucraina devono sapere che non avranno tregua fino a quando saranno vivi” e che “tutti gli Stati possono perseguire ogni criminale di guerra e ogni complice che si trova sul suo territorio e chiedere la sua estradizione se sono cittadini di paesi terzi… esercitando la loro competenza universale come è stato deciso dalla giustizia tedesca e quella spagnola l’8 marzo”.

Il Procuratore della Corte Penale Internazionale, Karim Kahn, ha già avviato il 2 marzo un’inchiesta che potrebbe ottenere il sostegno di Eurojust mentre la Germania, la Spagna, il Regno Unito, l’Estonia e la Lettonia hanno già aperto dei dossier per crimini di guerra e contro l’umanità. All’inchiesta avviata dal Procuratore della Corte Penale Internazionale si è aggiunto il citato ordine della Corte di Giustizia dell’Aja.

Spetta alle organizzazioni umanitarie e non governative che agiscono in Ucraina e nei paesi vicini raccogliere prove dei crimini che si stanno perpetrando per inviarle al Procuratore della Corte Penale Internazionale costituendo rapidamente una coalizione internazionale e arricchendo la pagina internet creata ad hoc dall’Ucraina.

Secondo il giurista franco-britannico Philippe Sanders – che ha lanciato un appello assieme all’ex primo ministro britannico Gordon Brown – la strada più rapida ed efficace per l’incriminazione di Vladimir Putin dovrebbe essere invece la creazione di un Tribunale speciale per giudicare i crimini d’aggressione e di minaccia alla pace sulla base della Carta delle Nazioni Unite che impone agli Stati membri di astenersi “nelle loro relazioni internazionali di ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza sia contro l’integrità territoriale che l’indipendenza politica di ogni Stato”.

Come è avvenuto nel 1945 con la creazione delle Nazioni Unite e nel 1950 fra paesi europei che si sono combattuti per decenni e che hanno trovato nella dimensione comunitaria la via della cooperazione e della pace per il benessere dei loro cittadini, la fine della guerra dovrà permettere la convocazione di una Conferenza internazionale per la pace e la sicurezza sul modello degli accordi di Helsinki del 1975, una Conferenza che potrebbe contribuire al rilancio dei negoziati per la riduzione e il controllo degli armamenti le cui dimensioni in termini finanziari – dieci volte superiori alla spesa per la cooperazione allo sviluppo – sono foriere di conflitti, miserie, distruzioni e sofferenze.