Femminismo e manette

Si può scrivere una piccola riflessione con la paura di essere fraintesi? Col timore che il proprio pensiero possa essere capovolto, stravolto?
Da solo, rispondo di sì e aggiungo che è proprio questo il mio caso. Provo a spiegarmi. Una decina di giorni fa  –  chi segue le vicende del futebòl se n’è accorto, i nostri media meno, in Italia solo il Corriere della Sera –  un portiere di calcio brasiliano, Bruno, appena uscito di carcere ha trovato un nuovo impiego. In una squadra della serie B carioca, il Boa Esporte. Dietro le sbarre si era fatto sette anni. Ma la condanna era molto più lunga, è uscito per un vizio di forma. E comunque, il processo a suo carico si rifarà.
Processo seguitissimo in Brasile. Quello di cui è accusato è infatti un delitto bestiale. Quasi inimmaginabile. Se possibile più mostruoso degli altri femminicidi, in un paese dove ogni 11 minuti si registra uno stupro. Bruno è accusato di aver ucciso la sua ultima compagna, che aveva appena dato alla luce suo figlio, di averla fatta a pezzi e di aver fatto sbranare dai cani quei poveri resti. Che non sono stati mai più trovati.
Difficile trovare le parole anche solo per raccontare una vicenda come questa. Ma queste righe provano a spostare il tiro. Appena si è sparsa la notizia, infatti, c’è stato un moto di indignazione. Protagoniste soprattutto le donne, le donne democratiche, le stesse che pochi giorni prima avevano organizzato anche in Brasile lo sciopero mondiale. Manifestazioni, appelli. Il sito del Boa Esporte è stato anche hackerato e per molte ore sulla pagina Web ha campeggiato una scritta: “Nessuno spazio agli assassini, nessuno spazio al femminicidio”.
I comunicati, le dichiarazioni di sdegno possono essere riassunti in poche frasi: Bruno deve essere cacciato. Un assassino di quella risma non deve comparire in pubblico. Non deve continuare a giocare a calcio.
E allora credo che non si sfugga alla sensazione che anche una delle culture più trasgressive, più innovative –  quella femminista –  davanti ad un caso così drammatico scelga la via ordinaria, la via facile del giustizialismo. “In galera, deve stare in galera”. “Deve indossare le manette, non i guantoni da portiere”.
Come se il carcere, di più: come se l’idea stessa della “punizione”, potessero servire alla causa dell’emancipazione.
Aggiungo, a mia colpa, che faccio il volontario in un carcere e ho provato a discutere dei miei dubbi con un gruppo di detenuti. Anche lì, però, nessuna perplessità: è un mostro, deve essere messo in condizione di non nuocere. E mi hanno accusato di insensibilità davanti al dramma delle donne uccise. Appunto, il rischio di essere frainteso di cui parlavo all’inizio.
Si potrebbe aggiungere che Bruno si dichiara ostinatamente innocente  –  anche se sembrano esserci molte prove a suo carico –  ma il punto è un altro; e mi restano lo stesso alcune domande. Quell’ipotesi di mondo delineato dallo sciopero dell’8 marzo (che ha costretto anche me, uomo, a fare i conti con la mia storia), perché non prevede la possibilità di una seconda, una terza chances per le persone? Anche per le persone “colpevoli”? Insomma: cosa hanno a che fare celle e manette con la lotta al patriarcato?