Fantasmi mai abbastanza morti riempiono gli spazi della memoria

«Frugavo nella mente in cerca di ristoro | dalla curiale deplorazione di me stesso e ho trovato | la facoltà di ammirare un altro essere umano.» parto da questi versi tratti dalla poesia Applausi, per iniziare a scrivere di questo nuovo libro di Paolo Maccari, Quaderno delle presenze, pubblicato dall’editore Le Lettere per la collana ʻʻnovecento/duemilaʼʼ.

Già il titolo del libro e l’immagine in copertina ci suggeriscono alcune domande: chi sono queste presenze? Fantasmi del passato, visioni? E poi perché un ʻʻquadernoʼʼ e non un più comune ʻʻregistro delle presenzeʼʼ? A quest’ultima domanda probabilmente dice bene nella prefazione Gian Mario Villalta: il registro compila, mentre il quaderno ha le pagine libere dove accogliere diverse forme di scrittura, ma soprattutto dove convocare queste presenze per poterle meglio osservare e attraverso loro osservare sé stessi.

La raccolta si suddivide in 5 sezioni più una sesta che contiene una sola poesia: Tornanti; Prestanomi; Jet lag; Autoscontro; Intramoenia; Cinema-vita. Sono tutti titoli che sottintendono una duplicità o una pluralità, un tendere sempre verso gli altri: il tornante, ovvero una curva di ritorno, si percorre in due direzioni opposte; il prestanome che si sostituisce a un’altra persona; il jet lag che è una discronia, uno scompenso temporaneo tra due luoghi, due tempi; l’autoscontro che è un gioco che prevede lo scontro appunto con un’altra auto; ʻʻintramoeniaʼʼ che significa ‘’tra le mura’’, ‘’ciò che succede in una comunità’’, in questo caso la famiglia; e infine ʻʻCinema-vitaʼʼ dove avviene il gioco tra lo sguardo e la visione; la finzione, il sogno e la realtà; il passato, il futuro e il presente.

Maccari, per usare un verbo non casuale, squaderna personaggi e luoghi dell’infanzia, del presente, dantescamente li interroga e attraverso loro si interroga con ‘ʻun’immaginazione psicologica’’. Attraverso la connessione dei corpi, dei luoghi, delle presenze, di un tempo, attraverso la partecipazione alle cose del mondo approda alla poesia.
Il poeta e critico Paolo Febbraro ha scritto che i personaggi che compaiono nelle poesie di Maccari sono alter-ego, «fantasmi realmente toccanti mai abbastanza morti per poter restare fermi al loro posto» e con i quali il poeta continua a fare i conti. Non solo, in questo libro ricorre non poche volte la parola memoria, con cui Maccari arriva ai ferri corti – per citare il suo libro precedente – si riconcilia, è incerto: «Ho anch’io persone nei pensieri, | poche, qualcuna; mente vigile, idee ostili, memoria | di luoghi dove non saremo più insieme.» o ancora «Sotto di lui era il vortice di un mare senza storia. | Invece lungo il precipizio | un arbusto, un ciuffo d’erba, | uno spasmo troppo opportuno | dei muscoli o dell’incerta memoria.»; «Qui viveva un bambino | abbandonato ai pensieri. | […] Non aveva previsto il bambino abbandonato | questo presente. I suoi draghi non sono | ammansiti.»

Esiste in questo libro un rapporto interessante tra memoria, nostalgia, una certa melanconia e la precarietà esistenziale, la fragilità, la fine delle cose. Sentimenti connessi al desiderio, che raccontano il continuo tentativo dell’uomo di sentirsi in un luogo, in un tempo da abitare e non da subire. Il passato è un mondo sommerso che quando è interrogato propone anche future realizzazioni, una restituzione che diventa esercizio morale non solo per il nostro presente ma appunto anche per ciò che sarà. In questo soprattutto questo libro di Maccari trova la sua forza e tende agli altri, si apre al mondo.

 

Sulla strada  

 

Quando sarai approdato alla calma nudità

che sibila il futuro nella gola,

alla goccia lentissima levigata in sfera,

all’aderenza di incubi e necessità,

anche allora

avrai davanti agli occhi

brutali immagini e ricatti.

 

A direzione persa, a orizzonte abbuiato,

a ricordi e forze rarefatte,

resteranno il nitore affilato della strada,

la polvere viva, l’asfalto, i sassolini,

il bianco serpente schiacciato slanciato all’infinito

e i colori, i colori

urlanti del mazzo di fiori

legato al guardrail.

 

Ma anche allora anche fermo

sarà domandare, digitare tasti, scrivere mail

e solo rare occhiate a quei fiori

che chiedono la tua attenzione,

un po’ d’acqua per non sfigurare

sul palcoscenico dei fari.