Falcone dava fastidio a troppi, la mafia che lo uccise non era sola

Serve ancora parlare di Falcone? È utile rinnovare la memoria ad ogni 23 maggio come succede dal 1992, cioè da 26 anni? Io non ho dubbi: serve ed è utile.

Naturalmente conta molto come vengono raccontate la sua storia e la sua vicenda umana. Non c’è dubbio che la tendenza è quella di presentarlo in modo oleografico, di mostrarlo come un eroe senza macchie senza paura che diede fastidio alla mafia e che proprio per questo fu ucciso dalla mafia. E invece è utile raccontarlo come un uomo che amava la vita e che voleva ripulire la sua Sicilia dal malaffare e dalla mafia che lui ha conosciuto quando era un ragazzo, quando altri – erano in molti, e tra di loro c’era persino un potente cardinale come Ruffini – ripetevano un ritornello che andava di moda: la mafia non esiste. Inutile dirlo: se non esisteva in Sicilia, certo la mafia non poteva esistere a Roma o nelle regioni del centro-nord. 

Era un magistrato che divenne scomodo perché il suo modo di fare le indagini urtava solide abitudini e pigrizie dei suoi colleghi magistrati, per non parlare di vere e proprie sottovalutazioni o, peggio, complicità. Aveva capito una cosa per l’epoca dirompente: per combattere efficacemente la mafia occorreva seguire il flusso del denaro; sentire l’odore dei soldi era sconvolgente in un’epoca nella quale si era soliti dire: pecunia non olet.

E per seguire questo suo pensiero trovò un’arma formidabile nella legge Rognoni – La Torre che costò la vita a Pio La Torre, il segretario del PCI siciliano che aveva proposto la legge, e a Carlo Alberto dalla Chiesa il generale dei carabinieri nominato prefetto di Palermo dopo l’uccisione di Pio La Torre e mandato nella capitale siciliana a combattere la mafia senza avere i poteri necessari che lui aveva richiesto; era come un cavaliere che combatteva la guerra con una spada di latta.

Non era una mafia qualsiasi, quella siciliana, ma una mafia sanguinaria che colpiva in basso e in alto, dentro l’organizzazione e fuori di essa. Dal 1979 in poi una lunga catena di morti ammazzati – “omicidi eccellenti” furono chiamati – aveva eliminato magistrati, carabinieri poliziotti, imprenditori, commercianti, uomini politici e delle istituzioni – e lui, nel pieno di quella bufera stragista, cooperò da par suo a mettere in piedi il maxiprocesso a Palermo che per la prima volta nella lunga storia della mafia siciliana condannò all’ergastolo tutti i capimafia. L’impunità era rotta, l’invincibilità della mafia frantumata, il prestigio del potere mafioso ridotto a brandelli.

Oggi nessuno osa criticare Falcone. Come si fa a parlar male d’un eroe? Ma quando era in vita gli attacchi contro di lui furono violenti, aspri, ingiusti; alcuni erano insinuanti perché tendevano a delegittimarlo: è un comunista, dicevano, ed era un modo per dire che non era imparziale – per un giudice l’imparzialità è tutto, se la perde, perde la sua credibilità; la bomba che non esplose nel piccolo borgo palermitano dell’Addaura, se l’è messa lui – e lui dovette giustificarsi di essere ancora vivo invece che morto; da una parte della stampa siciliana c’era una vera e propria campagna contro di lui, qualunque cosa facesse (o non facesse); quando andò a lavorare a Roma, al ministero di Grazie a giustizia retto da Claudio Martelli non furono pochi quelli che lo considerarono un traditore che aveva abbandonato Palermo ed era passato al nemico.

Una buona fetta dei suoi stessi colleghi magistrati lo avversava più o meno apertamente. Quando dopo Antonino Caponnetto si doveva scegliere il capo dell’ufficio istruzione di Palermo il CSM scelse al posto suo un magistrato anziano che non aveva mai fatto un processo di mafia. Fu uno sgarbo, uno sberleffo perché l’ufficio istruzione da lì a pochi mesi sarebbe scomparso con l’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale; ma Falcone non doveva essere a capo d’un ufficio neanche per una manciata di settimane: questo era il messaggio. E anche quando si candidò come consigliere del CSM non fu eletto dai suoi colleghi magistrati.

È bene dirlo con pacata chiarezza: Falcone dava fastidio alla mafia che l’aveva riconosciuto come il suo nemico più pericoloso, a molti suoi colleghi magistrati, ad una certa politica collusa o mafiosa.

Bisogna ricollocarlo nella cruda ed aspra realtà del suo tempo storico perché solo così si apprezza grandezza, importanza ed attualità. 

L’hanno ucciso, è vero; ma lo hanno trasformato in un eroe il cui ricordo è un potente richiamo per i giovani a non arrendersi e ad andare avanti. L’hanno ucciso, è vero, e poche settimane dopo avrebbero fatto lo stesso con Paolo Borsellino; ma queste due stragi che in quel momento sembravano segnare l’acme, il punto più elevato della magnificenza e della invincibilità della mafia sono state l’avvio di una straordinaria reazione popolare e istituzionale – in particolare della magistratura e delle forze dell’ordine – che hanno portato alla disintegrazione e alla definitiva sconfitta dell’ala corleonese stragista.

Chi ha deciso le stragi di Falcone e di Borsellino? Solo i mafiosi di Cosa nostra? Certo loro hanno avuto un ruolo determinante, ma non sono stati soli. Sono stati aiutati e sono stati indotti a fare quelle orrende carneficine anche da altri i cui nomi sono ancora sconosciuti. I nomi: perché gli ambienti che hanno agito sono noti.