Giorno della Memoria, come declinarlo nelle diverse realtà

Il Giorno della Memoria, l’Olocausto. Che è sacrificio e fuoco che tutto brucia. Un giorno, uno: il 27 gennaio del 1945 l’Armata Rossa entrava ad Auschwitz, la grande fabbrica di morte hitleriana. Data scolpita nell’ufficialità, giorno “unico” per tutto il mondo, a denotare l’incommensurabile tragedia della Endlösung der Judenfrage, la soluzione finale della questione ebraica. La sua intangibile unicità. Eppure coi così tanti atroci malestri di cui ha saputo e sa fregiarsi il legno storto dell’umanità, ce ne sarebbe in abbondanza per dedicare a genocidi e stupri della vita tutti i giorni dell’anno. E se, allora, senza voler assurdamente sminuire l’Olocausto, anzi confermandone l’eccezionalità esemplare, il 27 gennaio diventasse il tempio laico per celebrare e condividere anche le mille memorie che si aggrappano disperatamente al ciglio del burrone per non cadere nell’oblio? Che scivolano via dopo anni e anni di resistenza o dopo i classici quindici minuti di illuminazione mediatica?

Milioni di voci, milioni di memorie

Ogni Paese potrebbe declinarlo in modo diverso, potrebbe arricchirlo secondo storia e sensibilità, renderlo attuale, militante davvero. Per fare un esempio: non ha forse avuto l’Argentina 30.000 desaparecidos durante la dittatura militare a cavallo degli anni Settanta e Ottanta? Ricordate Garage Olimpo, il film su quel famoso centro clandestino di tortura, uno dei 365 funzionanti a Buenos Aires? Ragazzi torturati e uccisi da ragazzi. Il regista italo-cileno di Garage Olimpo, Marco Bechis, ci aveva passato quaranta funesti giorni. Si era salvato, era sopravvissuto con dentro ferite non rimarginabili: perché io e non mille altri?

Un 27 gennaio di milioni di voci, di milioni di memorie, vicine o lontane. Un solo filo d’acciaio che parte dall’Olocausto e chiama nome per nome. La memoria è come l’amore, è inesauribile se si trovano i filoni giusti. Si contribuirebbe a rivitalizzare una data che, con la progressiva scomparsa dei sopravvissuti ai lager, rischia di perdere una delle sue assi portanti, tanta è stata l’incisività, tanto alto l’appello alle coscienze risuonato nelle aule scolastiche, nelle piazze con la parola dei testimoni, degli scampati per un refolo di vento del caso, per una salute più robusta, un accanito, disperato attaccamento alla vita pur nella non-vita dei lager nazisti.

Ha detto in una recente intervista Edith Bruck, scrittrice oggi novantenne, deportata a 14 anni ad Auschwitz con padre e madre e finita in diversi campi (l’ultimo Bergen Belsen): “Finché riuscirò, continuerò a testimoniare, l’ho promesso ai compagni di lager che stavano per morire”. Dimenticare è rimuovere, è sotterrare un’altra volta, è facile, è comodo, è tragicamente “utile”. Questo fu il rovello di Primo Levi davanti a troppa incredulità, alla seconda condanna: quella di essere dei revenant ormai lontani, monete fuoricorso nel fluire di tempi sordi e ciechi, i più adatti al risorgere di fascismi e tirannide: “Son tornati da remote caligini i fantasmi della vergogna”, scriveva – era il ‘53 – in una delle sue celebri epigrafi Piero Calamandrei, parlando di Salò, dei nazisti, di carnefici, di stragi, da Boves a Marzabotto. E così continuava: “Troppo presto li abbiamo dimenticati, è bene che siano esposti (…) perché tutto il popolo riconosca i loro volti e si ricordi che tutto questo fu vero”.

Una memoria condivisa

Si è assistito, con l’istituzione da noi del Giorno del Ricordo – il 10 febbraio – dedicato ai massacri delle foibe e all’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia, a una sorta di celebrazione riparatoria e perfino, in certi esponenti politici, polemica verso passati innegabili negazionismi. Ma né lo sterminio e la prosecuzione degli ebrei, né il dramma delle foibe possono essere “lottizzati”: devono appartenere oggi a tutti gli italiani. Farsi la concorrenza inalberando vittime e dolori è abbastanza osceno. Nello specifico, peraltro, soluzione finale e foibe, si apparentano – oltre ogni ripugnante contabilità – perché scaturiscono entrambe dal delirio nazifascista, con i nostri compatrioti, nel secondo dramma, prima protagonisti di dure vessazioni verso le popolazioni slave poi vittime predestinate (i civili, come da copione delle guerre contemporanee) della vendetta titina.

La memoria condivisa e alimentata è il cemento della democrazia e di una giustizia giusta. Putin, alfiere di un neo-nazionalismo autoritario e bellicoso, non ama che si parli dei gulag e da poco la Corte Suprema russa ha pretestuosamente disposto la chiusura di “Memorial”, la ong fondata nell’89 da Sakharov e altri perseguitati per dare robusta, inoppugnabile base documentale alla oppressione assassina della dissidenza politica nell’epoca staliniana e non solo. All’Università di Hong Kong è stata rimossa la statua che ricordava la strage di piazza Tienanmen: tutto è “tranquillo” nell’ex colonia britannica.

Non rito, ma elaborazione intima

Il 27 gennaio non deve essere solo rito, per quanto dovuto ed esemplare, ma elaborazione intima, discussione dei processi, dell’oggi che nasce dal passato, di riflessione sui compiti di una società aperta e con gli occhi civilmente aperti. Del pensiero di un Paese che ha il coraggio di non coprire le proprie vergogne e di aprire tutti gli armadi. E che in virtù di questo coraggio guarda oltre difendendo per le generazioni a venire i principi della democrazia. Sempre vanno innaffiati, hanno radici che rinsaldano la difesa dei diritti dei più deboli, indicano strade di pace, di progresso senza devastazioni della natura. Non merita memoria riverente quell’adolescente colombiano, Breiner David Cucuñame, ucciso pochi giorni fa perché difendeva la terra del suo popolo indigeno? Ricordare è democrazia.

Il Giorno della Memoria ha una sua profonda unicità, porta con sé l’eco di uno sterminio industrialmente pianificato in mezzo all’Europa, della precisa volontà di distruggere, tramite lavoro in condizioni assurde o nelle camere a gas, milioni di ebrei, esseri umani differenti non per ciò che facevano ma per ciò che erano. Con persone ridotte a cose, semivivi che accompagnavano alla morte i compagni più deboli, bambini strappati alle madri, giovani umiliati, terrorizzati, sadicamente brutalizzati, contiguità in ogni respiro di vita e morte, morte organizzata nella quotidianità, quell’illusorio rifugio di gesti ripetuti, familiari. Ma l’Olocausto è pure un precipitato degli orrori del Novecento, secolo di guerre e predazioni che non è finito. È un crocevia del dolore inflitto da uomini a uomini. Del male e delle eterne voci innocenti che non smettono mai di chiamare nel deserto.