Faccia a faccia a tutto campo tra un Letta di governo e una Meloni apprendista

Sugli schermi del Corriere.it, arbitro il direttore Fontana, è andato in onda il confronto tra Letta e Meloni, che si ostinava a rivolgersi al competitore con un simpatico e amicale “Enrico”, come fossero amici fraterni che si ritrovano il giorno di riapertura delle scuole. Per fortuna che il nostro Enrico si è preoccupato di ripetere a oltranza: mai compagni di banco, perché le posizioni sono radicalmente diverse, distanti anni luce, contrapposte, incompatibili. Su tutto: sull’Europa, sul lavoro, sulle tasse e sull’evasione fiscale, sull’immigrazione, sui diritti civili, sul presidente della Repubblica, sulla giustizia… sul miliardario Pnrr, cioè sui miliardi, tanti, che ci devono arrivare dall’Europa e che, se si andasse ad una revisione come pretende la “loro” Giorgia con il socio Matteo, chissà quando ci arriverebbero e in che misura.

Escluso un esecutivo di salvezza pubblica

Meno male perché si sarebbe potuto credere che alla fine, tra un paio di settimane, se il verdetto delle urne fosse di qualche equilibrio, viste le cortesie dei contendenti, si potrebbe giungere, nell’emergenza, ad un altro governo di salvezza pubblica, di unità nazionale, di responsabilità patriottica (citazione dallo slogan preferito da Meloni: “Dio, patria, famiglia”). Cioè ad una di quelle forme di compromesso, che escludono scelte dirimenti rispetto alla società che si vuole costruire e che, bene che vada, conducono alla paralisi. Letta lo ha detto, con il suo tono assai elegante, ma con efficacia espressiva: no, non ne parliamo neanche. No, perché, ripetiamo sono troppe le differenze e troppo forti. Sembrerebbe ovvio visto le parti un causa: una che si meraviglia se la definiscono fascista, ma che si tiene stretta al petto la fiamma neofascista, l’altro che proviene dalle sponde democristiane, ma che si è mobilitato a capo di un partito e di un movimento che ama definirsi di sinistra o di centrosinistra. Ma si sa che i nostri tempi, idealmente assai modesti, le nostre enormi difficoltà, la rarefazione degli elettori, l’incultura diffusa provocano non raramente confusioni mentali e pasticci consistenti.

Un confronto senza scintille

Al termine di un simile confronto, condotto all’americana, domande rapide e risposte con il cronometro in mano, un duello insomma, ci si chiede sempre chi abbia vinto. La risposta è ardua, troppo influenzabile dal gusto di ciascuno, dai sentimenti di ciascuno, impensabile la neutralità e non c’è neppure a disposizione il Var. Diremmo che ha vinto Letta, forse è una speranza, un atto di fede. Letta ha dimostrato esperienza, coerenza, rigore e la solita eleganza. Ha lasciato intendere che ha in testa un disegno preciso, che sa che cosa chiedere e che cosa promettere, che ha coscienza delle difficoltà. Sarebbe un “capo” affidabile, mai avventato, mai imprudente. Verrebbe da dire un “capofamiglia” severo, che sa gestire il portafoglio di casa, che sa intrattenere gli ospiti, bonario secondo necessità. Al suo confronto la Meloni si capisce che era in imbarazzo sulle questioni più importanti, sull’economia come sui rapporti internazionali, sull’immigrazione o sulla scuola, che non ha elaborato un pensiero sul tema del diritti civili. Ad esempio, a proposito del mondo arcobaleno e dei matrimoni gay, non si può rispondere che già esistono le unioni civili: significa non comprender la complessità del mondo, ignorare che la società si è evoluta oltre certe canoniche convinzioni, significa affidarsi a un modello autoritario, che delimita in modo univoco i confini della moralità e del costume.

Patriottismo di antica memoria

Si potrebbe dire, per stare alla Meloni, che molto nasce da un diffidenza nei confronti dell’Europa e da una forma di nazionalismo, che lei chiama patriottismo, di antica memoria e di più recente lezione orbaniana (cioè ungherese), roba da conservazione pura (come lei stessa s’è vantata, senza accorgersi di richiamare così pessime storie del nostro passato). E’ finita la pacchia, aveva gridato l’altro giorno. S’è moderata davanti alle telecamere del Corriere: siamo con l’Europa, ma per fare gli interessi nazionali.

Non ha capito ancora che senza l’Europa conteremmo pressoché nulla e saremmo probabilmente al default. Come si costruisce una politica per l’immigrazione, le ha spiegato Letta, se non dentro l’Europa, con una strategia concertata tra tutti i paesi europei, per accogliere chi ne ha diritto, per distribuire, per avviare al lavoro. Lei ha ancora in mente gli hot spot in Libia: quelli realizzati sono diventati campi di concentramento e la pratica lucrosa del traffico degli “schiavi” non è stata di certo interrotta. Certo, ha continuato Letta, cancellando quel diritto di veto che blocca tutto e tante volte esercitato da Orban, propagandista dell’esclusività etnica. Un’Europa solidale, un’Italia che conti e un’assemblea che possa esprimere una iniziativa forte se unitaria di fronte alla vicenda immigratoria.

L’Europa e il caro energia

Anche la questione del caro energia si dovrebbe affrontare così e un accordo forse si troverà (nel prossimo vertice a Bruxelles?). Sul tema è spesso rimbalzato il termine “disaccoppiamento”, per dire che vanno distinti i costi a seconda delle varie fonti energetiche (salvo poi pensare a diversi interventi a favore delle famiglie e delle imprese “energivore”: per queste Letta ha proposto il raddoppio del credito d’imposta e un piano di prezzi amministrati).

Ovviamente si è parlato di tasse: Meloni ha offerto la ricetta della solita “flat tax”, introducendo una qualche forma di gradualità, Letta ha insistito sulla progressività (citazione della Costituzione) e sulla lotta all’evasione fiscale, Meloni ha ribattuto denunciando , non è la prima volta, l’evasione fiscale degli immigrati.

Del debito pubblico Meloni ha dato la colpa agli ultimi governi, dimenticando che sull’orlo della catastrofe ci condusse il governo di cui lei faceva autorevolmente parte, ministra, insieme con l’alleato Salvini, sotto le dirette dipendenze dell’altro alleato, per quanto minoritario, d’oggi, Silvio Berlusconi.

E torna la vecchia bicamerale

Non poteva mancare una domanda sul presidenzialismo. Meloni vorrebbe prima la bicamerale (come quella di D’Alema, s’è fatta forte), poi un semipresidenzialismo alla francese: tanto Draghi al governo  il presidenzialismo a suo modo lo ha già sperimentato, tagliando fuori dalla discussione il parlamento. Banale scorciatoia: la crisi delle assemblee rappresentative è storia vecchia e le cause andrebbero accertate con un po’ di disciplina. Il semipresidenzialismo alla francese, ha replicato Letta, darà spazio, forse, al dibattito parlamentare giusto perché, dopo la vittoria di Macron, gli elettori hanno votato in senso contrario, quindi dialettica ci sarà per forza. Le ingegnerie costituzionali non rimediano agli impacci della democrazia. La soluzione è solo politica e culturale.

Sull’invio di armi all’Ucraina, Meloni ha rinfacciato l’ostilità di Fratoianni e Bonelli. Letta ha ribattuto che l’alleanza ha uno scopo: la difesa della Costituzione. Poi, sulla guerra, la scelta è stata di far fronte comune con l’Europa: “Siamo stati il primo partito a manifestare contro l’aggressione davanti all’ambasciata russa di Roma”.  Si continuerà: “Ci siamo mostrati come un grande paese che si è schierato dalla parte dell’Europa e degli europei. Non siamo l’Italia degli spaghetti e del mandolino”. Però un fondo di compensazione europeo dovrebbe ripagare i paesi più colpiti dalle conseguenze delle sanzioni alla Russia. Peccato che nel corso di due ore non sia mai stata pronunciata la parola “pace” (ormai esclusiva di Papa Francesco e dell’Avvenire).

 

La destra difende i balneari

Nell’abbondante minestrone (quasi due ore) messo in pentola da Corriere,  tra gli argomenti e gli scontri polemici sempre con grazia (non si è arrivati alle previsioni di Emiliano, presidente pugliese, “sputerete sangue”, “la Puglia Stalingrado d’Italia”), non sono mancati alcuni minuti per i Cinquestelle di Conte, colpevoli della caduta del governo (Letta), l’agenda Draghi (Meloni), le urgenze ambientali ignorate dalla destra (Letta), la giustizia con l’ennesima proposta di separazione delle carriere (Meloni)… Due punti ancora. Per Letta l’obbligo di tagliare il cuneo fiscale per mettere più quattrini in tasca ai lavoratori dipendenti, per cancellare la precarietà, per impedire gli stage a costo zero. Per la Meloni la conferma: lei sui balneari non è d’accordo, le spiagge, demanio pubblico, restino a chi già se le gode da decenni.