Fa male alla sinistra
la grande coalizione
che regna in Europa

Purtroppo l’arretramento della sinistra europea non è nemmeno più una notizia. Pur se
con differenze nazionali, esso peraltro si accentua nelle elezioni europee. In queste infatti
si sommano l’impianto ordoliberale fondamentale della EU, tossico per socialisti e
Socialdemocratici, e assetti coalizionali dannosi anche e livello nazionale, ma amplificati
nelle istituzioni UE. Partiamo da questi ultimi fattori per giungere a quelli strutturali: le
“grandi coalizioni” con i partiti del centro-destra borghese sono venefiche a livello
nazionale, e tanto più i socialisti le praticano tanto più tendono alla sparizione: dal Pasok,
alla Spd, con il PvdA olandese in rovina anche se lievemente ravvivato dalla candidatura
nazionale di Timmermans. Ora, nella UE la “grande coalizione” è non una frequente
variante ma l’unica norma. I partiti che meglio mantengono i propri livelli di consenso
storici, come il Psoe di Sanchez o il Ps portoghese, sono quelli che nazionalmente rifiutano
la “grande coalizione” e cercano soluzioni alternative. Seppure in una situazione di grande
affanno, ciò vale anche per il Labour di Corbyn, che ha ottenuto il 40% nelle elezioni del
2017, che nella follia delle trattative Brexit perde infinitamente meno dei conservatori in
ogni tipo di elezione, e nei sondaggi nazionali è in vantaggio.
Inoltre, il socialismo democratico in molti paesi va sempre peggio alle elezioni europee che
in quelle nazionali. Infatti, per motivi legati a quanto abbiamo detto e diremo in questo
testo, gran parte dei suoi ceti (specie operai) disertano le elezioni europee. Un tipico
esempio è la socialdemocrazia danese, che seppure da lungo tempo nettamente in testa ai
sondaggi per le imminenti elezioni nazionali (ci torneremo qui su Striscia Rossa) in quelle
europee è giunta seconda dietro ai liberali-agrari del partito Venstre. Anche il Labour, ed
anche questa volta, è da sempre colpito dalla diffidenza operaia per la UE, e non si
comprende il suo risultato se non tenendo conto di ciò. A questo proposito, è da notare
che nel Regno Unito a queste elezioni europee l’affluenza elettorale totale è stata minore
in numeri assoluti della quota di voti che al referendum del 2016 aveva preferito la Brexit.
Come non bastasse, fra chi ha votato il Brexit Party ha stravinto, togliendo voti al Labour,
ma addirittura distruggendo i Conservatori. Sono dati di cui dovrebbe tenere conto chi
stigmatizza l’equilibrio che Corbyn tenta di mantenere fra rispetto del risultato
referendario antieuropeo e sensatezza dell’accordo di uscita.
Ma, come dicevamo, queste varianti di linea politica, pur importanti per molte ragioni, lo
sono meno della natura tossica strutturale della UE per i socialdemocratici. La questione
strutturale sta nel tipo di regime socio-economico che la UE impone ai propri stati membri.
Non si risolve tutto solo nella “austerità espansiva”, c’è qualcosa di più profondo e grave,
che danneggia i socialdemocratici, ma anche i partiti del centro-destra borghese. La
socialdemocrazia, fra gli anni 1930 e 1980, aveva imposto ai modelli sociali europei una
competizione basata sulla forza del salario e del lavoro organizzato. Era questa forza a
imporre una competizione con la innovazione, anziché con lo sfruttamento al ribasso che il
capitalismo per sua natura persegue. La UE invece è edificata su una “costituzione
economica” (nell’Ordoliberalismo tedesco definibile Wirtschaftsvervassung) che, per
quanto in modo “ordinato”, impone regole di sfruttamento, più o meno estese a secondo
dei paesi, ma ovunque crescenti. Dietro la demonizzazione delle domande interne (cioè dei
salari, del welfare, della rigidità valutaria eccetera) c’è in fondo soprattutto questo: la
spinta a competere solo con l’export. Quella fra norma ordoliberale e norma
socialdemocratica è la differenza fra un regime democratico e uno tecnocratico del
progresso tecnico.

Insomma il punto è che se il capitalismo è costretto a innovare spinto da un forte interesse
organizzato del lavoro, il progresso tecnico-economico sarà più socialmente sostenibile, e
le soluzioni non semplici che richiede saranno ispirate ad un principio partecipativo e
democratico. Viceversa la soluzione UE, sia perché (per quanto in modo regolato)
reintroduce elevate quote di sfruttamento (nel mediterraneo di più, in Scandinavia di
meno, ma ovunque crescenti) sia perché non è democratica ma tecnocratica, non può che
suscitare una dissociazione “neo-populista” dalla democrazia, da cui il suo deterioramento.
Peraltro, vi sono coinvolti anche i partiti borghesi classici, poiché quando ritorna la norma
competitiva dello sfruttamento, si abbassa automaticamente anche la linea di
galleggiamento (welfare, retribuzioni, servizi, debiti) di molti ceti medi. Lo abbiamo visto
nelle elezioni europee: il PPE perde 39 seggi, solo 5 meno del PSE. Il suo voto si scinde,
come quello socialdemocratico: i più post-materiali e soddisfatti fra i ceti urbani votano i
Verdi o i liberali Euro entusiasti, i ceti più arrabbiati (specie periferici) votano i nazional-
populisti o si astengono. Così, pur includendo tutte queste forze, la nuova coalizione “al
governo” del parlamento europeo sarebbe 22 seggi più piccola della passata, divenendo
inoltre ancor meno socialmente inclusiva. Intanto, ormai diversi partiti nazionali aderenti al
PPE (da Fidesz in Ungheria a Kurz in Austria, ai democristiani in Svezia) si avvicinano al
nazional-populismo vero e proprio, oppure ne rappresentano la punta più estrema.