Evasione fiscale,
al tempo del virus è ancor più intollerabile

Ci risiamo: il ministero dell’economia ha appena comunicato i dati sulle dichiarazioni dei redditi e confermato purtroppo, spero con qualche imbarazzo, che la stragrande maggioranza dei redditi dichiarati (anno d’imposta 2018) deriva dal lavoro dipendente (53%) e da pensioni (29%) per un totale dell’82%. La metà dei contribuenti ha un reddito tra i 15 mila e i 50 mila euro e paga il 56% dell’Irpef totale. Mentre solo il 6% dichiara – salvo indagine, se e quando, della Finanza – un reddito superiore a 50 mila euro. E quanti sono ad ammettere redditi dichiarati sopra i 300 mila euro? Lo 0,1% del totale.

Ci risiamo dunque, ma con l’aggravante dell’epidemia da virus. Se a pagare la gran parte delle tasse sono i lavoratori dipendenti e i pensionati, vuol dire che qualcosa di grosso – il dovere di tutti di pagare secondo il dovuto -continua a non funzionare malgrado la continua, grottesca cantilena della “caccia all’evasore”. Insomma, che dal bottegaio nel suo piccolo, al potente padrone (industria, terziario, intermediazione) nel suo grande, la maggior parte di quei contribuenti continuino a farla franca col fisco è un problema che tanto più oggi diventa cruciale e insopportabile.

Perché oggi? Perché se in questi mesi di gravissima crisi sanitaria s’è scoperto che avevamo metà dei letti e delle attrezzature necessarie per le terapie intensive questo era accaduto perché nell’ultimo decennio lo Stato aveva tagliato – con scuri governative di ogni colore – qualcosa come 37 miliardi al Servizio sanitario nazionale, privando gli ospedali (non le cliniche private, cui anzi è stato dato sempre più spazio, proprio dove il virus ha fatto più vittime) di ottomila medici e di tredicimila infermieri professionali. E i miliardi di tributi, tanti miliardi, sono stati e sono sistematicamente sottratti allo Stato dall’evasione (e dall’elusione) fiscale.

Faccio questo esempio perché è sotto gli occhi di tutti il dramma della sanità. Ma se ne possono fare altri. Anzi li fornisce lo stesso ministero dell’economia. Il dramma del Sud: “Anche nel 2018 – sottolinea il Mef – rimane cospicua la distanza tra il reddito medio delle regioni centrosettentrionali e quello delle regioni meridionali”. Oppure la distanza abissale (mi verrebbe da dire “di classe”) tra il reddito dei cosiddetti autonomi e quello dei lavoratori dipendenti: media dichiarata di quelli euro 46.240 annui, più del doppio dei lavoratori dipendenti, la cui media è (con trattenuta alla fonte) di 20.820. Per non parlare dei pensionati: dichiarazione media (con trattenuta alla fonte) 17.840 euro.

Questo andazzo è intollerabile tanto più oggi: mentre impallidisce un poco l’emergenza sanitaria e s’avventa su tutti un’altra, più lunga, più estesa, e anche più drammatica emergenza, quella economico-finanziaria. E allora è necessario, è giusto, è urgente pretendere che subito si adotti qualche strumento reale, incisivo, per una effettiva caccia all’evasione. E’ questa la prima contro-emergenza per impedire che a pagare siano sempre gli stessi. Perché il prezzo da pagare, oggi e domani, sarà ancora più alto di quello di ieri, molto ma molto più alto. E bisogna finalmente pagarlo tutti, ciascuno secondo il dovuto. Ma proprio tutti.