L’Europa è impotente contro i nazionalismi e la vendetta di Putin scatena il terrore

Italia, Polonia, Lettonia, Cechia, tra un po’ Svezia e, chissà, Spagna, dopo le elezioni dell’anno prossimo. Il fronte della nuova destra-destra europea sognato da Giorgia Meloni ha perso, temporaneamente, l’Ungheria. Ufficialmente perché il partito di Viktor Orbán non fa parte né del gruppo parlamentare europeo né del partito continentale dei Conservatori e Riformisti, in realtà a causa dei suoi adulterini rapporti con Vladimir Putin. Per il resto nelle speranze di colei che tra qualche giorno sarà chiamata a governare l’Italia la geografia dei futuri poteri continentali è già disegnata: una mezzaluna sovranista che dalla penisola iberica scende nel Mediterraneo per risalire poi verso l’est europeo fino a spingersi al Baltico.

Il video di Giorgia Meloni a Vox

Questo per quanto riguarda la geografia, ma anche politicamente il fronte delle destre avrà i suoi spazi da conquistare. Mancano più di quindici mesi alle prossime elezioni europee e i trend attuali parrebbero indicare che quel che non accadde nel maggio del 2019 – lo sfondamento sovranista che molti preconizzavano e fu invece un fiasco nonostante il buon successo “italiano” di Salvini – stavolta potrebbe essere a portata di mano. L’ondata nazionalista potrebbe essere abbastanza alta da travolgere il PPE e costringerlo, se non proprio alla resa, a un cambiamento delle alleanze: via il patto con i socialisti e i liberaldemocratici e sì alla formazione di una maggioranza di centro-destra o di destra-centro che peraltro è già nelle menti, se non nei cuori, di importanti settori del centro moderato popolare, per esempio la CSU bavarese. Non fu, per dire, proprio il bavarese Manfred Weber a fare avances ai sovranisti alla vigilia delle ultime elezioni europee? Correva un po’ troppo, allora, ma la strada indicata era proprio quella.

Diritto europeo e diritti nazionali

Andiamo avanti. Poiché per una decisione presa prima del 2019 e duramente contestata da chi ha cuore il buon funzionamento delle istituzioni comunitarie, gli elettori insieme con i loro rappresentanti al Parlamento di Strasburgo voteranno anche il capo della Commissione, il nuovo assetto del sistema delle alleanze si riverserebbe direttamente sugli equilibri dei vertici di Bruxelles. Potremmo ritrovarci con una guida della Commissione d’orientamento sovranista, euroscettica per dirla in un altro modo e rappresentare al meglio il paradosso. La preminenza del diritto europeo sui diritti nazionali non sarebbe allora più un tabù e comincerebbe lo smantellamento del sistema politico-istituzionale dell’Europa come lo conosciamo. Proprio dalle fondamenta: nel timido e confuso dibattito aperto dalle dichiarazioni della candidata presidente del consiglio italiana e dei suoi collaboratori sulla prevalenza del diritto nazionale a difesa degli “interessi italiani” a nessun osservatore è venuto in mente di far notare che se passasse davvero il principio che le leggi degli stati sono sempre superiori a quelle comunitarie neppure il mercato comune potrebbe più esistere.

La guerra e l’escalation della violenza

Ora basta con gli scenari da incubo del futuro, giacché già il presente porta abbstanza motivi per inorridire. A dominare la scena delle ultime ore sono le esplosioni dei missili, il sangue, la paura e i morti, tanti, provocati dalla feroce rappresaglia ordinata da Putin per punire l’Ucraina dopo l’attentato al ponte di Kerč. Di fronte a questa escalation di violenza la politica finisce per apparire muta. E però anche per cercare una via che porti fuori dalla guerra quello che succederà nel prossimo futuro sul palcoscenico della politica europea sarà decisivo. Se saranno le forze più nazionalistiche a prevalere, oppure le forze che scelgono la via della razionalità e della convivenza.

Qualche motivo di speranza c’è. Ci sono buone ragioni per sperare che i franchisti di Vox con i tremebondi alleati-succubi del Partido Popular falliscano il loro obiettivo in Spagna. La massa critica democratica continentale costituita da Francia e Germania è molto solida e i recentissimi risultati elettorali delle elezioni regionali in Bassa Sassonia e nelle presidenziali austriache mostrano che le drammatiche difficoltà economiche e sociali fatte precipitare dalla crisi del gas e dall’inflazione non dànno fiato più di tanto all’estrema destra. L’immagine di un irrefrenabile scivolamento dell’Europa in quella direzione, fortemente suggestionato dal cambio di paradigma politico in Italia e prima ancora dall’esito elettorale in Svezia, andrebbe in qualche misura ridimensionata.

Missile russo su Kiev – Foto da Rainews

Schiacciamento su Washington

Ciò non toglie però che proprio a Bruxelles le difese istituzionali contro l’ondata nazionalistica siano, attualmente, penosamente deboli. E questa debolezza appare in tutta la sua drammaticità p in questo momento in cui tra l’Ucraina e la Russia può succedere l’irreparabile. Sulla mancanza di autonomia strategica dell’Europa in questa fase hanno scritto esaurientemente nei giorni scorsi su strisciarossa Bruno Marasà e Andrea Aloi. Proprio nelle ore in cui dalla stessa amministrazione americana giungono eloquenti prese di distanza dall’intransigente cupio dissolvi che pare ispirare gli atteggiamenti della dirigenza ucraina in questa drammaticissima fase della guerra scatenata dall’avventurismo imperiale russo, le dichiarazioni della presidente della Commissione Ursula von der Leyen e del presidente del Consiglio Charles Michel sembrano più che mai schiacciate su quella che appare una rigidità ormai superata, a Washington, dal giudizio sugli eventi sul campo oltre che dalle scelte suggerite dall’opportunità politica in vista delle elezioni di mid-term, del presidente e del Dipartimento di Stato.

Debolezze e contraddizioni

Anche le esitazioni e i fallimenti dell’iniziativa delle istituzioni brussellesi in fatto di gestione della crisi energetica sono un aspetto della mancanza di autonomia strategica. Sembrano passati anni luce da quando la Commissione scelse coraggiosamente di obbligare gli stati alla condivisione dei debiti per creare quello che sarebbe diventato il Next Generation EU. Ora pare un obiettivo molto al di là delle capacità di governo dell’Unione persino un ripiego modesto come l’istituzione di un fondo sul modello dello SURE contro la disoccupazione.

Questa debolezza non è solo il frutto delle incompletezze e delle contraddizioni del processo di costruzione dell’Unione europea, tante e tante volte denunciate dalle anime belle dell’europeismo militante. Ha un fondamento anche nelle scelte che per volere dei governi si sono compiute nei decenni scorsi e soprattutto nel periodo storico in cui si decideva l’allargamento della comunità politica. L’aver accettato allora che i paesi dell’Europa orientale che si erano liberati del giogo sovietico vedessero nell’ingresso nell’Unione una garanzia esterna della loro ritrovata indipendenza come era la NATO e non piuttosto, come doveva essere, la partecipazione a un progetto di costruzione di una identità politica nuova ha prodotto una distorsione della quale i frutti avvelenati sono andati diventando sempre più evidenti. Questa distorsione ha raggiunto il suo culmine nel confuso e fuorviante dibattito sulla futura (secondo qualcuno addirittura imminente) entrata dell’Ucraina nell’Unione.

Vladimir Putin, foto Gavriil Grigorov/TASS

L’Unione europea non è la NATO

In realtà, le autorità di Bruxelles – anche quelle passate ma massimamente quelle attuali –  hanno agito come se l’Unione europea e la NATO fossero la stessa cosa. Un effetto di questa confusione è stato l’atteggiamento contraddittorio che i vertici della UE hanno tenuto verso la Polonia. La ribellione polacca, fondata proprio sul principio della prevalenza del diritto nazionale, è stata combattuta e repressa anche con una certa durezza fino al momento in cui, scoppiata la guerra per iniziativa di Putin, Varsavia è diventata la prima trincea della fermezza “atlantica” contro la Russia. È mancata del tutto la consapevolezza del fatto che essere “pienamente atlantisti” non significa affatto essere “doverosamente europeisti”. Una distinzione tra due cose diverse che andrebbe spiegata molto bene a quanti, in Italia, pretendono di rassicurarci sulle intenzioni politiche di Giorgia Meloni: è per l’Ucraina e contro la Russia, ha telefonato a Zelensky, forse ripudierà perfino Orbán, è atlantista più di Draghi… Quindi perché vi preoccupate di quel che farà a Bruxelles e a Strasburgo?

Ma come la pensa Meloni e che cosa farà in politica estera e in politica europea è solo il coté italiano di un problema ben più grosso. L’assenza strategica dell’Europa, lo schiacciamento sugli americani che ora rischia di diventare persino sorpassato dai fatti, è forse il più duro ostacolo, ora come ora, all’avvio di un processo di de-escalation delle ostilità, che con l’attentato al ponte di Kerč e la sanguinosa rappresaglia russa che ha preso di mira, come al solito, i civili sembrano aver subìto una svolta verso il peggio di una guerra totale, con tutte le armi a disposizione, comprese quelle nucleari tattiche.

A questo punto, pur se la ferocia della rappresaglia ordinata da Putin rende tutto più difficile, dovrebbero essere proprio i vertici dell’Unione a intraprendere una de-escalation e cercare una propria strada politica. Magari con un’iniziativa comune nell’assemblea generale dell’ONU, che pare essere al momento l’unica sede in cui l’ipotesi (almeno l’ipotesi) di qualche iniziativa potrebbe quantomeno essere discussa. L’invio di una forza di pace (che secondo il parere di qualche giurista potrebbe sfuggire alla tagliola del veto russo nel Consiglio di sicurezza), la proclamazione di una tregua magari con qualche misura di disarmo parziale, la ripetizione dei referendum nei territori occupati dai russi in condizioni di garanzia di democraticità e trasparenza. Qualcosa, prima che sia troppo tardi.