Europa, è fatto l’accordo
sui soldi per la ricostruzione

L’accordo c’è. E, cosa più importante, ci sono i soldi per ricostruire quello che ci sarà da ricostruire quando sarà passato l’incubo dell’epidemia. In quattro ore di videoconferenza ieri i leader dei governi europei hanno spazzato via i dubbi – più che legittimi, va detto, considerati i precedenti – sulla capacità effettiva delle istituzioni dell’Unione a far fronte all’emergenza economica in cui il virus sta trascinando il continente. Non tutte le questioni sul tappeto sono state chiarite, ci vorrà un’altra riunione del Consiglio europeo nella quale la Commissione porterà i risultati del lavoro che le è stato demandato: mettere a punto i dettagli del Recovery Fund. Ma l’accordo politico è lì: solido, apprezzato da tutti. Stavolta il verdetto del fatuo gioco su chi ha vinto e chi ha perso nel confronto tra gli stati e i loro governi non lascia dubbi: hanno vinto tutti. L’Europa ha dimostrato di esistere.

In attesa del documento finale, sono stati i leader dei paesi, della Commissione e del Parlamento europeo, ieri sera, a dar conto delle decisioni che sono state prese.

Cominciamo dalla più importante su quella che, fino alla vigilia, era la questione più controversa: il Recovery Fund (che forse in Italia potremmo cominciare a chiamare Fondo per la Ricostruzione). Si farà. Gli stati del fronte rigorista hanno accettato la proposta, che era partita da Emmanuel Macron con l’appoggio del governo italiano e che era stata poi modificata secondo le indicazioni del premier spagnolo Pedro Sanchez e della Commissione. Questo è già un risultato importante, che non era nient’affatto scontato, ma ora bisognerà decidere se il Fondo distribuirà prestiti o sovvenzioni da non rimborsare. Non si tratta certo di un particolare irrilevante e i leader di Austria, Finlandia e Paesi Bassi sono stati abbastanza espliciti su come la pensano. Hanno perduto, però, l’alleato più importante: la Germania. La cancelliera Merkel poche ore prima che cominciasse il vertice aveva parlato al Bundestag, riconoscendo la necessità della massima solidarietà con gli stati più colpiti dall’epidemia, in base al principio che se uno cade gli altri non possono sperare di cavarsela.

Utilizzare il bilancio comunitario

In realtà le condizioni per superare questo ultimo ostacolo sono già sul tavolo nello schema su cui la Commissione sta già lavorando e che prevedrebbe che il grosso delle erogazioni venga direttamente dal bilancio comunitario nella forma di finanziamento di progetti nazionali, mentre la parte restante verrebbe erogata in forma di prestiti a bassissimo tasso su obbligazioni emesse dalla stessa Commissione e garantite, anch’esse, dal bilancio. A voler essere cavillosi, si potrebbe sostenere che essendo queste obbligazioni sostenute dal bilancio, che è formato dai contributi finanziari degli stati, questa proposta dell’esecutivo comunitario costituisce già, di fatto, una almeno parziale mutualizzazione del debito. Cioè proprio quello che il fronte rigorista (compresa in questo caso la Germania) continua a dichiarare inaccettabile. I bond della Commissione, in effetti, non sarebbero così diversi dagli esecrati eurobond  (o Coronabond) invocati dall’Italia e dai suoi alleati delle settimane scorse. Vedremo se il presidente Conte e il ministro Gualtieri vorranno, nelle prossime ore, insistere su questo aspetto. Ma forse è meglio per tutti, lo ripetiamo, uscire dalla futile logica delle vittorie e delle sconfitte.

Tanto più che il Consiglio europeo, con il confronto che lo ha preceduto, ha fatto emergere una novità molto importante e foriera di sviluppi ancora più importanti: la prospettiva di un sostanzioso incremento del bilancio comunitario. A sentire l’intervento di Frau Merkel, ieri mattina al Bundestag, sembrava di essere caduti in una realtà parallela. Per anni e anni i più duri non possumus all’aumento del bilancio dell’Unione sono venuti dalla Gran Bretagna e dalla Germania. La prima non c’è più e la seconda – ci ha fatto sapere la cancelliera – ha cambiato totalmente il proprio atteggiamento. L’Unione deve avere in cassa le risorse per affrontare questa tragedia – ha detto ai deputati tedeschi – e il bilancio perciò dev’essere adeguato. Almeno in questa fase, ha aggiunto in un soprassalto di prudenza, ma il dado è tratto. Tra i tanti effetti dell’epidemia che sta cambiando, in peggio, il mondo c’è anche qualcosa di positivo. Se i rappresentanti italiani, il presidente del Consiglio e il suo ministro dell’Economia, hanno in proposito qualche merito, a questo punto hanno tutto il diritto di rivendicarlo.

Risorse proprie

Attenzione però. La strada che si apre verso la costituzione di un bilancio degno, compatibile con la dimensione dell’Unione e all’altezza delle grandi potenze mondiali, non è priva di rischi. Uno non sfuggirà certamente ai sovranisti di casa nostra. Ora come ora il bilancio comunitario è costituito fondamentalmente dai trasferimenti dagli stati membri. Essendo l’Italia contributore netto, potrebbe veder crescere la propria quota, che è attualmente di 12 miliardi l’anno, contro circa 10 ricevuti in forma di fondi. Pare già di sentire Salvini e soci blaterare perché ancora più dei nostri soldi se li prendono “quelli di Bruxelles”… Non fosse che per questo motivo, l’Italia dovrebbe impegnarsi per una riforma del bilancio che punti, molto più di quanto non sia adesso, sulle risorse proprie. Lo spazio c’è: con l’introduzione della carbon tax (un dazio imposto ai prodotti realizzati con l’uso di carbone provenienti da fuori) ad esempio si prenderebbero un bel po’ di soldi, oltre a dare un grosso contributo allo sviluppo del Green Deal che deve restare, anche in tempi di emergenza sanitaria, il grande obiettivo dell’Europa in questa fase storica. Ci sarebbero poi le tasse europee sulle grandi multinazionali del web, la tassa sulle transazioni finanziarie (la mai dimenticata Tobin-tax), la lotta all’elusione fiscale, cominciando dagli impropri paradisi fiscali di casa nostra, come Paesi Bassi, Lussemburgo e Irlanda, e via dando largo alla fantasia di tutti gli economisti europeisti e ottimisti.

Vedremo in questi prossimi giorni se il governo italiano, lasciando un po’ da parte la fissazione sugli eurobond, sarà capace di battersi efficacemente perché nel finanziamento del Fondo di Ricostruzione pesi prevalentemente l’uso del bilancio comunitario. Quale che sia il risultato, comunque, una certezza c’è già: i soldi ci saranno e saranno a disposizione molto presto. Già a fine giugno se, come indicavano nei giorni scorsi fonti di Bruxelles, si potrà fare un decreto ponte che permetta di anticipare già a quest’anno l’uso di risorse del bilancio pluriennale 2021-2027.

Sul MES nessun problema

Il Consiglio europeo, prima di dedicarsi al Recovery Fund, aveva messo nero su bianco i quattro strumenti di intervento immediato già indicati nelle settimane scorse. Ricordiamoli:

  • L’intervento diretto della Banca Centrale che si aggiungerà al Quantitative Easing che la presidente Christine Lagarde ha assicurato che verrà proseguito alla grande (come pare lontano il tempo della penosa gaffe sullo spread che la rese odiosa agli occhi degli italiani…).
  • La linea speciale di credito per le imprese della Banca Europea degli Investimenti.
  • Il cosiddetto SURE, il programma di sostegno alla lotta alla disoccupazione negli stati membri, una sorta di cassa integrazione europea.
  • Il MES.

E sì, proprio il MES. Quello che era diventato l’oggetto di un furibondo scontro paraideologico in Italia che ha rischiato addirittura di far cadere il governo è passato nella riunione del Consiglio europeo in tutta tranquillità, sull’onda della messe di rassicurazioni che erano venute negli ultimi giorni da parte di tutte le istituzioni europee (decisiva quella del presidente dell’Eurogruppo Centeno) sulla inesistenza di condizioni vessatorie e, probabilmente, della acquisita consapevolezza, da parte di Conte, che cercare di bloccare uno strumento che tutti gli altri vogliono non avrebbe aiutato in alcun modo l’Italia. Certe beghe assurde è meglio risolversele in casa.

Nessuno, a questo stadio, è in grado di quantificare con precisione quale sarà globalmente la quantità di risorse che l’Unione Europea metterà a disposizione per aiutare gli stati ad uscire dall’incubo. Qualcuno spara cifre tra i 1500 e i 2000 miliardi. Non sono pochi.