Eugenio Scalfari, il giornalista colto che faceva politica

Non molte ore fa ci ha lasciato Eugenio Scalfari. Aveva 98 anni, essendo nato a Civitavecchia, nel 1924, lo stesso anno in cui il regime fascista assassinava Giacomo Matteotti e lo stesso anno in cui un giornale, che sarebbe diventato presto un giornale clandestino, era stato fondato da uno dei più “grandi”, autentici, innovatori intellettuali dello scorso secolo (non che in questo secolo ne appaiono altri di qualche statura). Ci riferiamo all’Unità e ad Antonio Gramsci. Gramsci morì nell’aprile del 1937, dopo la sofferenza del carcere e la malattia. Due anni dopo la Germania di Hitler invase la Polonia, tre anni dopo l’Italia di Mussolini volle fare la sua parte per sedersi al tavolo del vincitore ed entrò in guerra, nell’esultanza delle folle. Chissà che cosa ebbe a pensare allora il giovinetto Scalfari, che era andato con la famiglia a vivere a Sanremo, nel cui casino il padre aveva un lavoro e dove, frequentando il liceo classico, si trovò compagno di banco Italo Calvino, chissà che cosa ebbe a pensare di quelle vicende, quanto quelle vicende pesarono nella sua formazione. Sta di fatto che, iscritto all’università, studente di giurisprudenza, Scalfari cominciò a scoprire il proprio talento giornalistico collaborando a Roma Fascista, giornale dei Guf, gli universitari fascisti, giornale di cui sarebbe diventato caporedattore. Qui gli capitò di scrivere alcuni articoli denunciando le ruberie di alcuni gerarchi, che avevano allungato le mani sui finanziamenti per la costruzione dell’Eur. Niente di più probabile. Scalfari ammise di non avere prove, ma di aver raccolto solo voci. Lo cacciarono ovviamente dal giornale e dal gruppo universitario fascista.

Da “L’Espresso” a “la Repubblica”: una vocazione

scalfariUn inciampo, ma anche il segno di una vocazione. C’è da immaginare che Scalfari non se ne sia dimenticato, quando, tornata la pace, con una laurea, con un impiego alla Banca nazionale del lavoro, continuerà a sperimentare la sua scrittura sulle pagine del Mondo e poi dell’Europeo, con Mario Pannunzio e con Arrigo Benedetti. Ricorderà poi di essere stato licenziato dalla Bnl per una serie di articoli sulla Federconsorzi non graditi alla direzione. Sono i primi passi, assai pesanti, di una carriera di successo. Con lo stesso Arrigo Benedetti si ritroverà all’Espresso, settimanale alla cui fondazione nel 1955 aveva contribuito. Ne diventerà direttore nel 1963 (ne fu anche responsabile amministrativo), direttore che diventerà celeberrimo quando pubblicherà la famosa inchiesta (scritta con Lino Jannuzzi) sulle malefatte del Sifar e del generale De Lorenzo, quando in Italia di parlò con gran chiasso e si scrisse molto di golpe. Querelati lui e Jannuzzi, vennero condannati (malgrado la richiesta del pm fosse per l’assoluzione: evidentemente in questo caso non si trattava solo di “voci”). Si salvarono entrambi dal carcere perché nel frattempo il Psi li aveva candidati al parlamento (siamo nel 1968) e il popolo elettore li avevi eletti.

Non era socialista Scalfari anche se lo si poteva collocare in quel solco politico. Era radicale (ci stava anche lui nell’atto di nascita del partito radicale nel 1955), liberale, social liberale, azionista. Era, politicamente, soprattutto “Scalfari di per sé”, giornalista con una gran vocazione a metter mano alla politica degli altri, a indirizzare, a correggere, a firmare e controfirmare, narcisista, come lo hanno definito molti che lo conoscevano bene, e, forse proprio per questo suo narcisismo, insofferente di fronte alle pretese o ai “consigli” altrui e quindi libero – così lo si poteva o voleva immaginare – libero dalle pressioni dei potenti. Non a caso forse il libro suo più bello fu quel Razza padrona. Storia della borghesia di Stato, autore insieme con Giuseppe Turani, pubblicato nel 1974 da Feltrinelli, atto d’accusa nei confronti dei capi dell’economia italiana di quegli anni, da Cefis, il principale imputato, in avanti, a destra e a sinistra. Scelto come bersaglio Cefis, non celava invece qualche simpatia per Sindona, che aveva secondo lui il merito di contestare il presidente dell’Eni e poi di Montedison.

S’arriverebbe così al clou della storia. Scalfari, per il suo giornalismo, per la sua politica e per la sua ambizione, aveva bisogno di uno strumento più forte di un settimanale (dalla direzione dell’Espresso si era dimesso quando era stato promosso al parlamento) e così inventò Repubblica, insieme con il Gruppo l’Espresso di Caracciolo e la Arnoldo Mondadori Editore. Il primo numero sbarcò in edicola il 14 gennaio 1976: un foglio grigio, quasi spoglio, elegante però, raffinato, probabilmente highbrow, fronte alta, ciglio alto, come lo avrebbe definito Virginia Woolf, se avesse potuto averlo tra le mani. Il giornale crescerà, moltiplicherà le pagine, non escluderà lo sport (all’inizio ignorato), insomma diventerà un grosso giornale, con una diffusione che conterà seicentomila copie, “popolare” se il numero dice qualcosa, senza mai tradire quel profilo scelto dal fondatore-direttore. Lo abbiamo conosciuto, continuiamo a conoscerlo, a sfogliarlo, a leggerlo. Anche se i numeri sono assai diversi, ormai, e centomila copie sono una chimera: la crisi del sistema dei media non risparmia nessuno. La creatura di Scalfari vive o sopravvive: arriverà a compiere mezzo secolo, dopo aver attraversato bufere di non poco conto. Basterebbe pensare alla sfida politico-giudiziaria tra Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti, altro padrone buono di Repubblica, chiusa dal “lodo Mondadori”: la magistratura accertò che il capo della Fininvest aveva corrotto uno dei tre giudici per un voto favorevole nella disputa per il controllo della Mondadori, l’accordo lo volle Giulio Andreotti, mediò Giuseppe Ciarrapico, il re delle acque minerali.

Scalfari nel 1996 lascerà la direzione a Ezio Mauro. Continuerà a scrivere gli editoriali della domenica (anche con Molinari direttore), non tanto distaccandosi dalla politica quanto sollevandosi oltre la politica, lontano dai tempi dell’attacco a Craxi (Ghino di Tacco, lo definì, riesumando il brigante di un età medioevale), dell’attenzione per il repubblicano Spadolini o per il democristiano De Mita, del rispetto per Enrico Berlinguer (la cui statura non poteva non ammirare e con il quale imbastì indimenticabili conversazioni, sulla “questione morale” come sullo “strappo” del Pci dall’Unione Sovietica). Promosse Ciampi e Amato alla presidenza del consiglio, ingaggiò una ventennale battaglia contro Berlusconi sbarcato in politica… Non risparmiò i “nuovi” che avanzavano: Grillo, Renzi, Salvini… Alla fine si scelse come interlocutore Papa Francesco, con tale intimità che si permise di virgolettare una frase che il Papa non aveva mai pronunciato. Smentito, si limitò a ribattere che aveva inteso comunque riferire il pensiero di Francesco: virgolettati “come se fossero usciti dalla bocca del Papa”. Gli capitò un altro incidente: il Vaticano negò questa volta la fondatezza di un’intera intervista.

Dopo la morte lo hanno ricordato con comprensibile reverenza il presidente Mattarella, il presidente del consiglio Draghi, il segretario Letta, Tajani, Salvini, persino l’acerrimo rivale Berlusconi e una infinità di politici. Si riveleranno presto moltitudini di “amici di Scalfari”.

Un giornalista colto e dal formidabile intuito

L’aggettivo più ricorrente per ora è “grande”. “Grande giornalista” Scalfari lo fu davvero, colto, intelligente, ottimo e severo organizzatore e “amministratore” (lo fu soprattutto all’Espresso), guidato da un formidabilescalfari intuito: aveva capito che nell’Italia che si sentiva ricca, terziaria, gaudente, senza più l’intralcio della “classe operaia”, lo spazio per un nuovo quotidiano, in fondo poco “targato”, era garantito.

Qualcuno prima o poi scriverà una dotta biografia. Qualcuno l’avrà pronta nel cassetto (l’autobiografia a sua firma c’è già e si intitola appunto Racconto autobiografico, pubblicato nel 2014 da Einaudi, ma ben altro clamore suscitò La sera andavamo in Via Veneto. Storia di un gruppo dal Mondo alla Repubblica, con Mondadori nel 1986, titolo che illumina). Forse Scalfari potrebbe meritare anche una seria rilettura critica del suo lavoro, insieme con una analisi ancora più critica del ruolo che in certi frangenti recitò il suo giornale nelle vicende italiane, nella formazione di un certa mentalità, di un certo senso comune, di certe mode, nelle loro derive consumistiche, dove “consumismo” si può abbinare a tutto, alla politica, alla letteratura, ai vestiti e persino alla morale. Ma queste, come è comprensibile, sono le ore della celebrazione.

P.s. Risulterò tra breve tra i pochi giornalisti e affini a non aver conosciuto Eugenio Scalfari. Mi capitò però di recensire per l’Unità un suo libro, che non mi era proprio piaciuto. Ne riferii con cautela, con prudenza, forse con generosità. Si può sempre sbagliare. Mi ringraziò con una lettera assai gentile, amicale, con un senso di modestia. Andrò a rileggere quel romanzo.