“Esterno notte”, Bellocchio racconta il sequestro Moro con una magistrale serie per la tivù

“Esterno notte”, la nuova serie diretta da Marco Bellocchio, nasce per la tv ma la bellezza e la potenza del prodotto fanno sì che esso approdi prima al cinema, in due parti di poco meno di tre ore ciascuna. La prima da oggi, la seconda dal 9 giugno. Poi, in autunno, andrà in tv su Raiuno. Avrete quindi modo di vederla e rivederla.

Un’opera imponente

“Esterno notte” è un’opera imponente, profonda, emozionante, straziante, bellissima. Aggiungete voi, dopo averla vista, tutti gli aggettivi che volete. Bellocchio compirà 83 anni il prossimo 9 novembre e non è mai stato così in forma, così bravo. L’anno scorso, con “Marx può aspettare”, ha scavato nella memoria della propria famiglia e nei propri personalissimi dolori, rievocando la morte per suicidio del gemello Camillo, nel 1968. Con “Esterno notte”, invece, scava nell’inconscio di un Paese, raccontando i famosi, terribili 55 giorni del sequestro Moro e l’omicidio dello statista democristiano da parte delle BR. Lo fa con una struttura magnificamente calibrata: sei puntate, la prima e l’ultima corali, le quattro centrali imperniate su altrettanti personaggi-chiave.

Fabrizio Gifuni interpreta Aldo Moro in Esterno notte (Ap7189ap – Trailer del film su YouTube, Copyrighted, da Wikipedia)

Aldo Moro, interpretato da Fabrizio Gifuni, è in scena soprattutto nella prima e nell’ultima. La prima racconta il sequestro, i giorni che lo precedono, la nascita del governo Andreotti, le frenetiche trattative per avere l’appoggio “esterno” del PCI. L’ultima racconta l’esecuzione, ed è quella in cui Bellocchio e i suoi sceneggiatori (Stefano Bises, Ludovica Rampoldi, Davide Serino) si consentono licenze di straordinaria forza poetica e politica. Le altre puntate si concentrano, nell’ordine: sulla figura di Francesco Cossiga (Fausto Russo Alesi), allora ministro dell’Interno, sui suoi rapporti con gli americani e sugli inutili tentativi di salvare l’amico e mentore; su Papa Paolo VI (Toni Servillo), amico personale di Moro tragicamente colpito dalla vicenda, e sul suo vano appello alle BR; su Adriana Faranda (Daniela Marra), l’unica che nel commando BR sembra avere dubbi sia politici sia umani sulla condanna a morte di Moro; su Noretta Moro (Margherita Buy), l’amata moglie, e in genere sulla famiglia, il cui dramma e le cui ragioni sono raccontate, diremmo, con un pudore e una partecipazione che rendono discutibili alcune recenti prese di posizione degli eredi.

Straordinarie le puntate su Cossiga e Faranda

Le puntate più belle, ammesso sia lecito un simile distinguo, sono quelle su Cossiga e su Faranda. Emergono due figure tragiche, Cossiga anche con lati grotteschi (le immagini di repertorio dei sommozzatori che si immergono nel ghiaccio del “mitico” lago della Duchessa sembrano ancora oggi uscite da una commedia all’italiana), Faranda con il dolore indicibile che nasce dall’abbandono della figlia. Il coro che circonda questi personaggi è invece descritto con robuste dosi di vetriolo. Tutti gli altri notabili DC, da Andreotti in giù, sono figure o ignave, o luciferine. Gli altri BR – compreso Valerio Morucci, compagno di Faranda e poi, con lei, dissociato – sono disegnati come “soldati” accecati dall’ideologia il cui unico scopo è il riconoscimento politico da parte dello Stato. Nella parte su Paolo VI emerge prepotente il personaggio di Don Cesare Curioni (Paolo Pierobon), allora cappellano capo del carcere milanese di San Vittore e dal 1982 al 1992 presidente della Commissione Ministeriale dei Cappellani militari. È un nome che probabilmente pochi ricordano, e che fu cruciale nella trattativa segreta fra il Vaticano e le BR per raccogliere un eventuale riscatto di “svariati miliardi” per liberare Moro. Curioni è un uomo di chiesa che non si muove dalla sua Asso, nelle montagne lombarde, ma che lavora nell’ombra perché sembra essere l’unico di cui le BR si fidano; la sua mediazione finisce, anch’essa, in qualcosa a metà tra la farsa e la tragedia.

I proprietari de l’Unità non hanno autorizzato l’uso del giornale

La serie aiuta a ricordare che successero cose assurde e incredibili, in quei 55 giorni (no, la famosa seduta spiritica con Romano Prodi dalla quale emerse il nome “Gradoli” non c’è: Bellocchio l’aveva già messa in “Buongiorno notte”). I nostri lettori di Strisciarossa, che probabilmente sono in parte vecchi lettori di “l’Unità” e vecchi compagni del PCI, resteranno sorpresi da due cose: l’assoluta mancanza del nostro giornale nelle numerose “rassegne stampa” ricreate nel film e lo scarsissimo rilievo del ruolo di Enrico Berlinguer, e del PCI tutto, in quei giorni. Sul giornale, abbiamo chiesto lumi al produttore Simone Gattoni che ci ha dato la risposta che già, da soli, avevamo intuito: la proprietà che continua a editare un numero l’anno, per mantenere il possesso della testata, non ha dato in tempo i permessi necessari (sì, per mostrare un giornale in un film e per “ricreare”, ristampare i vecchi numeri serve un permesso). NON È una censura! Anzi, dice Gattoni, “è un danno per il film”, perché l’assenza del giornale del PCI in alcuni passaggi è una mancanza grave. Berlinguer, invece, compare in due scene (Craxi, per dire, solo in una) e ha un ruolo marginale. Nella prima puntata Moro lo incontra in segreto al monumento di Mazzini sopra il Circo Massimo, con lo sfondo dei Fori. Le macchine dei due statisti arrivano sul posto e loro parlano sul sedile posteriore di una di esse, mentre le loro scorte fraternizzano. Moro consegna a Berlinguer la lista di ministri e sottosegretari del governo Andreotti che sta per essere votato alle Camere (quel fatidico 16 marzo, ricorderete). Berlinguer la giudica con uno sguardo severo e dice che non sarà facile farla accettare al partito. Poi Moro osserva gli uomini delle scorte e si chiede, sorridendo: “Di che cosa staranno parlando?”. Parlano di calcio – certo non di politica: quelli di Moro, pochi giorni dopo, moriranno tragicamente in via Fani. L’altra scena, assai più avanti, vede riuniti i segretari di tutti i partiti in un drammatico incontro per decidere se trattare o meno con le BR. Berlinguer ribadisce la linea della fermezza. Craxi mormora: “Vedi, come sono i comunisti”. Fine. È anche l’unica scena in cui si vede l’allora segretario del PSI.

Trattativa o fermezza?

Marco Bellocchio (da Wikipedia)

È abbastanza sterile chiedersi, oggi, se Bellocchio fosse allora per la trattativa o per la fermezza. L’idea di Bellocchio su Moro, la sua ossessione per il personaggio e per il suo destino, è tutta nel prologo – immaginario – del film in cui Moro è vivo, è uscito salvo dalla prigionia e giace su un letto di ospedale. Andreotti, Zaccagnini e Cossiga vanno a trovarlo. Lui li guarda e non parla. La sua voce off (Gifuni rifà l’accento e il tono di Moro in modo superlativo, quasi inquietante) dice: “Alla luce dei fatti, rinuncio a qualsiasi carica e qualsiasi incarico politico da oggi in poi… mi dimetto dalla DC” (citiamo a memoria, ma il senso è quello, e la frase “mi dimetto dalla DC” è testuale). Moro è vittima, in primis, delle trame del suo partito (e il sinistro personaggio di un “americano” che dà buoni consigli a Cossiga è tutto un programma). Alcuni fra coloro che sostenevano di volerlo salvare, mentivano. Bellocchio non è mai stato nel PCI: negli anni ’60 ha militato in Servire il Popolo, poi a lungo ha votato Radicale, e ha sempre guardato a distanza, con malcelato sospetto, l’altra “grande chiesa” della politica italiana. Certo, dopo il sogno di Moro libero e vivo il film si apre con un discorso agli altri parlamentari democristiani in cui lo statista spiega, diremmo, disperatamente il suo progetto di avvicinamento al PCI, e alla fine dice, sorridendo amaro: “Ho fatto un discorso di un’ora e non ho mai detto la parola ‘comunismo’!”. È chiaro che viene ucciso per questo – e Cossiga dice: “I nostri si convincono facilmente, gli americani no”. È tutto chiaro senza essere spiattellato: in questa storia, che per Bellocchio è il vulnus irrimediabile del dopoguerra italiano, il PCI non è un attore protagonista – almeno in quei 55 giorni. Semmai, anche per l’ex maoista Bellocchio il PCI è uno sfondo imprescindibile, è l’oggetto di un’utopia che il regista contempla con dolore e amarezza. Il delitto Moro è la storia di ciò che sarebbe potuto essere, e non è stato. E le colpe, al di là delle sentenze e delle condanne, sono chiare. “Esterno notte” è il film con il quale Bellocchio, come Pasolini tanti anni prima, dice “io so”. E il grande cinema, come la grande arte, non ha bisogno di prove.