I crimini di Mladic
le colpe del mondo

Sbraita contro quello che chiama un processo politico e devono farlo allontanare dall’aula. Ventidue anni dopo il massacro peggiore che l’Europa abbia visto dalla fine della seconda guerra mondiale, Ratko Mladic, 75 anni, promette battaglia contro la sentenza del Tribunale dell’Aja per i crimini commessi in ex Jugoslavia: ergastolo per genocidio.

Cinquecentotrenta giorni di udienza, 9.914 evidenze accettate come prove, 169 testimoni a carico, per l’ex generale serbo bosniaco che portò la pulizia etnica contro i musulmani di Bosnia alla sistematicità che oggi lo condanna Srebrenica e Sarajevo sono solo un punto sulla carta: la guerra non è uno scambio di vedute tra gentiluomini, un militare fa quello che deve, per Mladic – questa è stata la sua strategia difensiva – l’imperativo era la difesa dei serbi, dopo la deflagrazione della Jugoslavia di Tito. E in questo ha avuto successo.

Ancora oggi nel suo villaggio natale Kalinovik accanto al suo nome scritto sui muri compare la parola “eroe”. Nonostante i 10.000 morti di Sarajevo e le 8372 steli che ricordano le altrettante vittime di Srebrenica: uomini e ragazzi dai 14 anni in su, l’intera popolazione maschile rifugiata in quella che a rigore sarebbe stata una zona di sicurezza sotto la protezione delle Nazioni Unite e che invece era affidata ad un manipolo di caschi blu olandesi pressoché disarmati e con regole di ingaggio che non bastavano nemmeno a proteggere se stessi.

Mladic entrò nell’enclave ai primi di luglio del 1995. Da anni durava l’assedio della capitale bosniaca. Ma quella era l’occasione definitiva per ripulire la Bosnia orientale dalla presenza dei musulmani e creare così le condizioni per garantire continuità ai territori in mano serba.

Il generale che accarezzava i bambini e distribuiva cioccolata promettendo che tutto sarebbe andato bene, dirà che nei giorni in cui si consumò il massacro era a Belgrado, dove a guerra finita troverà protezione e riparo per 16 anni fino alla cattura ad opera delle forze di sicurezza serbe, costrette dalla mutata stagione politica. “Siete solo ragazzi che stanno facendo il loro lavoro”, la resa del generale che aveva promesso di non farsi prendere vivo e che invece non sparò un solo colpo, nemmeno contro se stesso, lui un combattente nato – il padre partigiano ucciso dagli ustascia croati quando aveva solo due anni, una vita difficile riscattata nelle file dell’esercito. Dal suo punto di vista, anche Mladic non aveva fatto che il proprio lavoro. Difendere i serbi dai “turchi”, come chiamava i musulmani, eredi della dominazione ottomana. “Turchi” come la testimone che durante il processo il generale minacciò in aula, passandosi un dito sulla gola, come volesse sgozzarla.

Non lui, ma qualcun altro ha raccontato ai giudici in che cosa consistesse il suo lavoro. Il primo ad essere processato all’Aja per la carneficina di Srebrenica, Drazen Erdemovic, di origine croata, arruolato tra i Sabotatori dell’esercito della Republika srpska. Neanche un anno dopo la strage, ha ammesso di aver fatto parte di uno dei plotoni d’esecuzione organizzati in quei giorni, dopo la presa dell’enclave. Le vittime arrivavano a bordo di pullman, l’ordine era di fucilarli. Il 10 luglio, tra le dieci del mattino e le due del pomeriggio, in otto avevano ucciso tra le 1000 e le 1200 persone. Sparavano con una mitragliatrice, che però colpiva in modo grossolano, spesso bisognava finire i prigionieri uno alla volta, questo ha raccontato. Con il passare delle ore, era mancato il necessario per immobilizzare le vittime, tante ce n’erano. “I primi gruppi eran,bendati e con le mani legate, quelli successivi no”. Finito il lavoro, Erdemovic se n’era andato a riposarsi in un bar. Dall’altra parte della strada c’era un cinema dove erano stati rinchiusi altri musulmani. Venivano portati fuori e si sentiva il rumore degli spari. Ma nessuno sembrava farci caso, tutto continuava come se niente fosse. “C’era gente per strada, di fronte all’edificio. Non c’era niente fuori dall’ordinario, tranne le persone che venivano uccise”.

Erdemovic è stato il primo. Altri sono venuti dopo. Le fosse comuni con migliaia di corpi ai quali si è data un’identità con un lavoro di anni hanno continuato a mostrare al rallentatore l’orrore di quei giorni, temuto e poi denunciato dalle donne lasciate andar via dall’enclave, insieme ai bambini. Ventidue anni dopo si decreta che a Srebrenica è stato genocidio, chi ha cercato giustizia in tutto questo tempo lo sapeva già. Vederlo scritto nero su bianco è comunque una vittoria, l’impunità è stata sconfitta.

Quello che non si sapeva è che dopo tutto questo tempo Mladic fosse ancora l’uomo che era, mai sfiorato dal dubbio – non lo era stato nemmeno nel ’94 quando la figlia Ana si era suicidata con la sua pistola, forse inorridita dalle sue imprese di guerra. Non si sapeva e forse non ci si sarebbe aspettato che ventidue anni di una pace artificiosa, costruita sul macchinoso meccanismo di Dayton non sarebbero bastati a ricostruire la capacità di vivere insieme. In Bosnia i nazionalismi si alimentano reciprocamente ancora oggi. Chi rientra nei villaggi dei massacri, non sempre trova pace. Mevludin Oric, uno dei pochi scampati al plotone d’esecuzione fingendosi morto, ha raccontato di aver visto spesso in giro, liberi, gli uomini che gli spararono contro, qualcuno persino vantandosi di quanto aveva fatto. E Mladic è ancora un eroe.

Per uno come l’ex generale condannato all’ergastolo, c’è una colpa collettiva più difficile da provare ma non meno devastante per il tessuto sociale e per una vera riconciliazione. Quanti sono passati davanti al bar dove il soldato semplice Erdemovic riprendeva fiato dopo aver finito – lui solo – almeno un centinaio di persone, hanno visto, sentito e taciuto. Per 169 testimoni a carico di Mladic, all’Aja ce ne sono stati 208 in sua difesa.

Chi ha visto e taciuto, è stata anche l’Onu. E non solo i caschi blu olandesi che per riavere indietro 14 dei loro presi in ostaggio, consegnarono a Mladic cinquemila profughi, che le Nazioni Unite in teoria avrebbero dovuto difendere. Gli olandesi avevano visto avvicinarsi il massacro e implorato i vertici perché garantissero una copertura aerea all’enclave, ma inutilmente. I tribunali hanno escluso la corresponsabilità – per omissione – di Onu e caschi blu nel genocidio.

Ma la carneficina di Srebrenica non porta solo il nome di Mladic.