Erdogan, il tiranno
che vive di guerra

Lo stato di pace tra uomini assieme conviventi non è affatto uno stato di natura. Questo è piuttosto uno stato di guerra, nel senso che, anche se non vi sono sempre ostilità dichiarate, è però continua la minaccia che esse abbiano a prodursi. Dunque lo stato di pace dev’essere istituito, poiché la mancanza di ostilità non significa ancora sicurezza, e se questa non è garantita da un vicino ad un altro (il che può solo aver luogo in uno stato legale), questo può trattare come un nemico quello a cui tale garanzia abbia richiesto invano.

La costituzione fondata: 1) sul principio della libertà dei membri di una società (come uomini); 2) sul principio della dipendenza di tutti da un’unica comune legislazione; sulla legge dell’uguaglianza di tutti (come cittadini), è l’unica costituzione che, derivando dall’idea del contratto originario, sul quale la legislazione di ogni popolo deve fondarsi, sia repubblicana. Questa costituzione è quindi in se stessa, per ciò che riguarda il diritto, quella che sta originariamente a fondamento di tutte le specie di costituzioni civili, e v’è solo da chiedersi se essa sia anche la sola che può condurre alla pace perpetua.

Ora, la costituzione repubblicana, oltre alla purezza della sua origine, all’essere cioè scaturita dalla pura fonte dell’idea del diritto, presenta anche la prospettiva del fine desiderato, cioè della pace perpetua: se è richiesto l’assenso dei cittadini per decidere se la guerra debba o non debba essere fatta, nulla di più naturale pensare che, dovendo far ricadere su di sé tutte le calamità della guerra (cioé combattere personalmente, pagarne del proprio le spese, riparare le rovine che la guerra lascia dietro di sé e da ultimo, per colmo dei mali, assumersi ancora un carico di debiti, che per sempre nuove guerre renderà dura la pace stessa e non potrà mai estinguersi), essi rifletteranno a lungo prima di iniziare un così cattivo gioco.

In una costituzione invece, in cui il suddito non è cittadino e che pertanto non è repubblicana, la guerra diventa la cosa più facile del mondo, perché il sovrano non è membro dello Stato, ma ne è il proprietario, e nulla ha da rimettere a causa della guerra dei suoi banchetti, delle sue cacce, delle sue case da diporto ecc., e può quindi dichiarare la guerra come una specie di partita di piacere, per cause insignificanti, lasciando, per salvare le apparenze, al corpo diplomatico, pronto a ciò in ogni tempo, il compito di giustificarla. Il regime repubblicano applica il principio politico della separazione del potere esecutivo (governo) dal potere legislativo; il dispotismo è l’arbitraria esecuzione delle leggi che lo Stato si è dato: in esso la volontà pubblica è sostituita dalla volontà privata del sovrano.

Federico II poté una volta dire che egli era semplicemente il primo servitore dello Stato. Si sono spesso biasimate come adulazioni grossolane, tali da dare alla testa, le alte denominazioni attribuite a un sovrano (unto del Signore, vicario al volere divino sulla terra, rappresentante di Dio ecc.), ma, a me sembra, a torto. Lungi dall’insuperbire un sovrano, esse dovrebbero piuttosto ispirargli un senso di umiltà, se ha senno e se riflette che si è assunto un ufficio troppo superiore alle forze umane, cioè il compito più caro che Dio affidi sulla terra: amministrare il diritto degli uomini; egli deve sempre temere di recare in qualche parte offesa all’uomo, che è la pupilla di Dio.

Come l’attaccamento dei selvaggi alla loro libertà senza legge, che li spinge a preferire di azzuffarsi di continuo tra loro piuttosto che sottoporsi a una coazione legale da loro stessi stabilita, a preferire una folle libertà a una libertà ragionevole, noi lo riguardiamo con profondo disprezzo e lo consideriamo barbarie, rozzezza, degradazione brutale dell’umanità, così si dovrebbe pensare che popoli civili dovrebbero affrettarsi ad uscire al più presto possibile da uno stato così degradante.

Nessuno in origine ha maggior diritto di un altro ad una porzione determinata della terra, sulla quale, essendo sferica, gli uomini non possono disperdersi isolandosi all’infinito, ma devono da ultimo rassegnarsi a incontrarsi e a coesistere.

(Immanuel Kant, “Per la pace perpetua”, 1795)