Eppure ai danni della destra-destra qualche argine si può trovare

Queste eccezionali elezioni settembrine, destinate secondo i sondaggi a chiudersi con la salita al Quirinale di Giorgia Meloni (una ex aderente al  missino Fronte della Gioventù) per ricevere l‘incarico di formare il nuovo governo, sono sicuramente un evento. Ma pure questo nostro frangente così particolare non può sottrarsi alle leggi della Storia, che è tessuta di fattori a lunga durata, tendenze politico-sociali, contesti internazionali, uno scenario che non lascia trasparire seri rischi di una sghemba riedizione della Marcia su Roma, timore in molti casi strumentalizzato a fini elettorali e come velo, a sinistra, dell’ennesimo blocco/incapacità a far prevalere le ragioni solide dell’unità sulle tendenze – autodistruttive – alla parcellizzazione spinta. Insomma, se non ottimisti, si può guardare al futuro immediato almeno con qualche motivo di realistica pacatezza.

Il contesto

Il contesto, appunto. Se proviamo a depurare lo scenario dallo starnazzo pre-urne e dai falsi in atto di comizio pubblico (vedi Meloni quando sostiene, dopo aver sollecitato dall’opposizione il governo a spendere, che il debito con Draghi è aumentato mentre è solarmente diminuito; o l’ultimo Conte, attraversato da aneliti pacifisti quando portano la sua firma di primo ministro gli aumenti della spesa militare da 21 a 24,6 miliardi, un bel +17 per cento), fatta la tara, risulta plausibile pensare che, per un eventuale nuovo esecutivo FdI, FI e Lega, sarà assai difficile eludere i solchi tracciati da Conte I, Conte II e soprattutto Draghi per il nostro cammino in Europa: ci sono scadenze, piani, progetti che chiamano a una cornice-sfondo di unità nazionale e ne va della possibilità di reagire adeguatamente come Paese, passato l’urto pandemico, a crisi energetiche e guerra in Ucraina, senza dimenticare le questioni sociali all’ordine del giorno, vedi la direttiva europea sul salario minimo. Programmi comuni e comuni doveri, con annesse divergenze di visione, che sono stabilmente messe a fuoco nel Parlamento europeo e nella Commissione. 

Restando agli affari domestici, non saranno da escludere tentativi di revanche destrorsa su alcuni grandi temi, dai diritti civili al governo dell’immigrazione, ma i lacci di bilancio e processo di integrazione europea non sarà possibile scioglierli, a meno che Meloni e soci non vogliano mettere in conto un’alta conflittualità nella loro ditta e un ruolo ancor più residuale della tanto strombazzata Nazione nel concerto continentale. Poi, figuriamoci, i magheggi di sottobosco e di clientela saranno all’ordine del giorno, già lo sono, come le zeppe sul cammino della riforma del contenzioso fiscale, ma sempre meno – dato il tempo arduo che ci tocca vivere – sembrerebbe possibile un governo alla Berlusconi I coi suoi impresentabili, da notare su tutti quel Cesare Previti di primo acchito piazzato al ministero di Grazia e Giustizia (una cosa come il dottor Mengele sulla cattedra di medicina compassionevole), indi dirottato alla Difesa. L’eccezionalità meloniana di cui sopra e la complessità dei compiti – nessun dicastero escluso – suggerisce di evitare i paracadutati, della serie: “un’eccezione storica alla guida del Consiglio dei ministri battezzata da brutte figure all’esordio e da una figuraccia in mondovisione”. Tra gli improponibili, il già acchiappavoti Matteo Salvini si gioca tutto e stavolta o la va o ciao. Lui tra gli ospiti scomodi siede a pieno titolo e lo attendono, sul fronte putiniano, nuove mine e bombe di profondità, generosa aggiunta alla persistente, legittima curiosità di milioni di italiani sui contenuti dell’accordo di partenariato “paritario e confidenziale” siglato nel 2017 tra Lega e Russia Unita. Si salvasse Salvini le terga nelle urne, discuterne una collocazione nel governo Meloni, provocherebbe, peraltro sicure scintille.

Facili allettamenti

Alle viste un’astensione record? Certo che se le contromisure sono allettamenti come la inapplicabile, grottesca flat tax ogni tracollo ulteriore dei votanti è immaginabile. I leader sembrano ormai rappresentare i lati meno commendevoli dei propri partiti, con l’aiuto di un sistema elettorale che spinge verso candidature centralizzate ”extraterritoriali”. E dire che in ogni formazione non manca una discreta quota di esponenti in attività assolutamente decorosi. Una disfunzione centro-periferia (Salvini/Zaia-Fedriga: lampante governance bicefala) e  nei ruoli apicali (Salvini/Giorgetti: idem) che nella Lega ha una rilevanza quasi fosforescente, mentre in Forza Italia l’anziano “marito” pregiudicato di Marta Fascina ha deposto velleità risarcitorie e si limita al ruolo di portabandiera. Aprono centri studi e “scuole” di partito, magari (un sogno, date le tendenze all over the world verso governi democratico-carismatici?) tornerà impellente l’esigenza di superare il personalismo; più papabile l’eventualità che prima o poi un partito di quelli con un certo peso, tra Pd, FdI, Lega e Forza Italia, torni a organizzare un sano congresso. E sorvoliamo sulla Bisanzio a Cinque Stelle e i relativi metodi di gestione interna.

Consideriamo ancora l’incastro tra possibile futuro governo di centrodestra ed Europa, perché lì nascono i timori maggiori. Derive tecnologiche, quadro degli assetti e delle regole, strategie militari, non rendono agibili dirottamenti effettivi di rilievo nel nome della meloniana “pacchia finita”. Che pacchia, poi? Per chi? Non pare proprio che il saldo dare-avere tra Italia e Ue sia a nostro sfavore. E vabbè, altre parole al vento. L’Europa ci fa bene, dà scosse alla nostra burocrazia vecchia, talvolta sprovveduta, non meritocratica ed è oggi l’X Factor determinante, un giacimento di democrazie e sistemi politici aperti, cioè contendibili, sempre più interconnesso, tra broadband e ultralarga, nella gestione e nella ricerca, nel lavoro e nello studio. L’Italia poco alla volta risalirà posizioni nella digitalizzazione e lo farà anche grazie all’Europa. Con tutte le buone ricadute su una società civile a cavallo di tecnologia e social media in cui scalpitano energie giovani: animano la ricerca, il terzo settore, danno linfa quotidiana al volontariato, che è da noi una rilevante massa critica di 6,63 milioni di operativi, secondo i dati Istat, CSVnet e Fondazione Volontariato e Partecipazione.

Sono laici, cattolici, gente di ottima volontà e della più varia estrazione politica. Nuotano nel sociale e in parte lo modellano con pratiche nuove nei più svariati campi, dall’informazione alternativa all’ecologia, dal consumo critico all’assistenza, con l’obiettivo di rendere sempre più concrete parole come apertura, inclusione. E ogni passo scolpisce la robusta speranza che indietro non si può tornare.