La sentinella di una morte lenta
L’epica silenziosa delle badanti

“La scolta”, titolo di questa raccolta, è la sentinella: colei che sta in ascolto. Più precisamente il termine, come ci avverte Gian Maria Annovi, indica la sentinella greca che, nell’Orestea di Eschilo, attende di vedere il fuoco di Troia, segno che la guerra ha avuto esito positivo. Scrive Annovi: “La sua funzione, il senso della sua esistenza di personaggio, è unicamente nell’attendere” (p. 33).

Un tale riferimento alla letteratura classica è utilizzato da Annovi per indicare l’epica più silenziosa e attuale che ci si può immaginare: quella delle badanti che, giorno per giorno, assistono i nostri anziani. Se la scolta, relegata al margine della storia dai rapporti di potere, può vivere almeno di riflesso la gloria dei propri comandanti, la badante che ci rappresenta Annovi, invece, consuma i suoi giorni in una specie di stallo: l’unica liberazione che si può aspettare è la morte della persona assistita che però, al tempo stesso, segnerebbe la fine della sua funzione sociale.

La casa in cui questa tragedia moderna si consuma, è chiamata, in una delle poesie “una scena per due sparimenti” (p. 17): da una parte la morte lenta dell’invecchiamento, dall’altra il progressivo consumarsi di una vita giovane costretta a rinunciare alle proprie ambizioni e a trascorrere il tempo in funzione dei desideri altrui per poter sopravvivere – “io sono la stessa di/ Signora./ lei vuole morire/ con rigore./ io stare./ solo questo lei/ vuole”. (p. 29).

Tuttavia, anche in questa scena silenziosa, c’è spazio per la parola. Gian Maria Annovi alterna nella raccolta due voci principali diverse, connotate anche linguisticamente: la prima è quella della “Signora” assistita, che ricorda con orgoglio il proprio passato cercando di resistere all’impotenza del presente; la seconda, quella della badante di cui si rendono le imperfezioni grammaticali e le scelte lessicali istintive.

La voce “forte” della Signora rivela una competenza culturale che tuttavia non è in grado di interrogare se stessa, e di superare così l’orizzonte chiuso, limitato, della propria cultura: “me la mettono in casa per forza/ ad aspettare che muoia/ una non italiana/ una troia/ io che insegnavo il latino/ che traducevo il greco/ e ora una cosa che sbatte le ciglia” (p. 11). Colpisce la rima perfetta muoia/troia, che mima l’automatismo mentale di chi associa lo straniero al male, ad una morale negativa.

La lingua della badante è invece resa nella sua disarticolazione sintattica che però, anziché risolversi nella povertà comunicativa, è in grado di rendere sottili sfumature emotive: “Signora è ricca. la casa/ con molti libri con cose./ io nulla tocco./ pulisce toglie di polvere/ lava e fare il mangiare/ che dopo Signora sta bene:/ che vive” (p. 12). L’anticipazione di “nulla” rispetto all’ordine consueto della frase – io non tocco nulla – assume una forte carica espressiva, evidenzia come quel “nulla”, gli oggetti che la badante non può utilizzare perché non le appartengono, sia per la badante tutto, lo scenario in cui si consuma la sua quotidianità. Così, in un’altra poesia, la riverenza verso la ricchezza si confonde con la riverenza religiosa: “Signora ha catena di madonina./ molto santa e di oro./ io la prega./ se Signora mi morde/ io dice/ facciamo la brava bambina” (p. 23).

Gian Maria Annovi

La raccolta si apre con una citazione dal film Persona, di Ingmar Bergman – “Penso che potrei diventare te, se ci provassi. Dentro, intendo.” –, film a cui si allude, attraverso la voce della badante, anche in una delle poesie: “in tele fanno/ film interessante./ bianco anche/ e nero./ con dua signora/ che sono come solo/ una persona./ donna malata/ una/ altra/ donna fermiera”. (p. 24). In Persona, un’attrice perde la parola durante uno spettacolo, e viene assistita nei mesi seguenti da un’infermiera che le racconta la propria vita. Tra i due personaggi si sviluppa una complementarietà sempre più profonda: se l’attrice sembra essersi chiusa nel mutismo a causa di una fondamentale sfiducia verso la parola – che è sempre rappresentazione, rispetto a un nucleo intimo inaccessibile –, l’infermiera crede invece istintivamente ad una parola che, anche nella sua imprecisione, è in grado di elaborare il trauma, perché consente di entrare in contatto con l’altro, di non essere soli.

È forse questo il messaggio che si trova in limine alla raccolta: superare la frattura tra i due silenzi, tra quello di un’egemonia culturale persa nei propri pregiudizi, che costruisce l’identità attraverso un’impaurita separazione, e quello di chi ha rinunciato a “essere” per poter sopravvivere. Ritrovare il dialogo, perché non resti solo “una scena per due sparimenti”.

Gian Maria Annovi, La scolta, nottetempo, Roma 2016 [2013].