“Ennio”, l’omaggio a un grande
che ha composto l’inno degli italiani

“Documentario”. Sembra incredibile, ma è ancora una parola pericolosa. C’è una generazione, diciamo dai 60 in su, che quando la sente pronunciare va con la memoria ai documentari di Walt Disney sulla natura o a quei noiosissimi “intervalli” che venivano proiettati al cinema tra uno spettacolo e l’altro. Chi è più giovane, magari, pensa al National Geographic. Tutta roba per cui non “si va” al cinema, anzi. È in corso da anni una battaglia, anche nella critica, per far passare il concetto che il documentario – o “cinema del reale”, come è assai più fico dire – è cinema a tutti gli effetti, e che i grandi documentari possono essere emozionanti come film. Pensiamo al lavoro di Gianfranco Rosi (un Orso d’oro e un Leone d’oro in carriera, mica bruscolini), a “Quando eravamo re” sul match Ali-Foreman, ai film di Scorsese su Bob Dylan, al recentissimo “Get Back” sui Beatles, alla carriera di Michael Jordan ripercorsa in “The Last Dance”. Quello è cinema tout court, che dovrebbe spazzar via l’orribile espressione che abbiamo appena usato apposta, per mettervi alla prova, per vedere se continuavate a leggere: “come film”. Non si dice! I documentari SONO film!!!

 

Il film più emozionante del 2022

Poi uno vede “Ennio”, di Giuseppe Tornatore, dedicato alla vita e all’arte di Ennio Morricone, e la maionese impazzisce, tutte le categorie vengono sconvolte. “Ennio” non è “cinema del reale”. “Ennio” è proprio un documentario come quelli di una volta: la parabola di un artista ripercorsa in senso cronologico, con filmati di repertorio, spezzoni di film, interviste. “Ennio” ha tutto, sulla carta, per essere una rottura di palle. E invece è fin d’ora il film più emozionante del 2022 (difficile esca qualcosa capace di sfidarlo) e una delle esperienze più toccanti della nostra vita di spettatori. Perché? Che è successo? Cosa lo rende così speciale?

A nostro parere tre cose, che ora enunceremo in ordine di importanza.

Prima cosa: le interviste. Dovete sapere che Tornatore lavora a questo film da anni. A un certo punto, amici e appassionati hanno addirittura cominciato a chiedersi se l’avrebbe mai portato a termine: la classica fabbrica di San Pietro. Nelle more ha pubblicato un libro (“Ennio. Un maestro”, HarperCollins, 2018) che è la trascrizione delle lunghe interviste realizzate con Morricone per il film. Il libro è bellissimo e se non altro è uscito con Ennio ancora in vita (è scomparso il 6 luglio 2020, a 91 anni). La gittata lunga del lavoro di Tornatore si capisce anche solo vedendo, nel documentario finito, le interviste con Bernardo Bertolucci e Vittorio Taviani (assieme al fratello Paolo), entrambi scomparsi nel 2018. Insomma, Tornatore ha messo insieme un’impresa titanica, avrebbe potuto fare un film di 24 ore (e in tutti noi alberga la speranza, nemmeno tanto segreta, che prima o poi lo faccia). Nel film compaiono Bruce Springsteen, Pat Metheny, Quincy Jones, Giuliano Montaldo, Terrence Malick, Joan Baez, Marco Bellocchio, Dario Argento, Gianni Morandi, Caterina Caselli, Carlo Verdone, Roland Joffé (è il regista di “Mission” e la sua testimonianza è una delle più belle), Oliver Stone, Liliana Cavani, Quentin Tarantino, Clint Eastwood (se non lui, chi altro?), James Hetfield dei Metallica, Paul Simonon dei Clash e illustrissimi colleghi come Nicola Piovani, Franco Piersanti, John Williams e Hans Zimmer. Gran parte delle interviste sono dense, giuste, piene di considerazioni condivisibili.

 

Il mancato Oscar che fece scandalo

Naturalmente fioccano le lodi. Viene rievocato lo scandalo dell’Oscar 1987, quando Morricone – candidato per “Mission” – fu sconfitto da Herbie Hancock per “Round Midnight”. Alt: sentiamo già le obiezioni, ma come, la colonna sonora jazz di “Round Midnight” (film di Tavernier) è stupenda! Vero: peccato che il premio si chiami “Best music, original score” e che in “Round Midnight” Dexter Gordon, lo stesso Hancock e altri magnifici jazzisti suonino degli standard già esistenti, riarrangiati, meravigliosi, ma proprio non si può parlare di “original score”. È proprio quello che spiega Ennio nel film, perché quella serata non gli era mai andata giù, e lo ribadisce il produttore di “Mission”, David Puttnam, l’artefice della cosiddetta British Renaissance degli anni ’80: “Fu un furto, e un errore: la colonna sonora di Hancock non doveva nemmeno essere candidata. Quando Ennio ha avuto l’Oscar alla carriera, nel 2007, ho pensato che fosse un modo, da parte dell’Academy, di chiedergli scusa”.  Se un microscopico appunto si può indirizzare al film, è forse l’eccessivo rilievo dato all’Oscar (non vinto, poi vinto per “The Hateful Eight” di Tarantino) nell’ultima mezz’ora di film, come se fosse solo quel premio a fare di Morricone un gigante. Però, avendolo conosciuto sappiamo quanto ci tenesse; e in fondo anche Tornatore, nella corsa agli Oscar, ha vinto e ha perso, e sa di che si parla.

Seconda cosa: lo stile, il linguaggio cinematografico, la costruzione del film, in una parola: il montaggio. Lo firma Massimo Quaglia, ma ovviamente Tornatore deve averci lavorato di fino, come un orafo, o un orologiaio. La lunga intervista con Morricone è il filo rosso, ed è incredibile il lavoro di montaggio sui momenti in cui il maestro si mette a canticchiare qualche sua partitura famosa: Quaglia e Tornatore usano il “cantato” di Morricone per passare impercettibilmente alla scena di film evocata, e l’effetto è stupefacente, è come se le colonne sonore sgorgassero dalla voce stessa di Ennio. Che in altra occasione sottolinea di non essere un gran cantante: rievocando la canzone scritta per “Uccellacci e uccellini”, ricorda come l’avesse incisa lui per farla sentire a Totò, poi per fortuna subentrò, a cantarla nel film, Domenico Modugno. È la canzone che accompagna i titoli di testa (“… la storia di uccellacci e uccellini, raccontata da Pier Paolo Pasolini …”), elencando tutti i contributi, e quando Modugno canta “Ennio Morricone musicò” si sente una risata… e quella risata, SOLO quella, è la voce di Ennio.

Un altro momento in cui il montaggio fa miracoli è il passaggio in cui Morricone, Gianni Morandi, Bruno Zambrini e Franco Migliacci ricostruiscono la genesi dell’arrangiamento di “In ginocchio da te”. Le testimonianze vengono incrociate in modo vertiginoso, è un momento di cinema purissimo. E ci aiuta a ricordare quanto siano importanti, nell’economia del racconto, sia gli studi con Petrassi sia il lavoro di arrangiatore alla RCA, quando Morricone contribuì a “vestire” di suoni, rendendole modernissime, canzonette entrate nella memoria collettiva. Molte di Gianni Morandi, appunto; ma non vanno dimenticati un capolavoro come “Se telefonando”, di Mina, e l’idea – veramente “d’avanguardia” – di arrangiare “Il barattolo” di Gianni Meccia con il suono… di un vero barattolo che rimbalza sul selciato.

Terza cosa: Ennio Morricone. Sì, alla fine la dirompente carica emotiva di questo documentario sta tutta nella sua opera. Ripercorrendola, da Mina Morandi Caselli a Sergio Leone, “Indagine”, “Il clan dei siciliani” (mamma mia, riascoltatevi quel tema, Ennio lo amava e secondo noi sta sul podio assieme a “Indagine” e al tema per oboe di “Mission”), “Nuovo cinema Paradiso”, Here’s to you Nicola and Bart… riascoltando tutte queste musiche si finisce per scoprire che Morricone è stato la colonna sonora della nostra vita, e ripercorrendola ci si commuove quando lui si commuove; e lui si commuove spesso, come capita agli anziani, ma è una commozione bella, vera, calda, giusta. Ha ragione Joan Baez, quando di “Here’s to You” dice: “It’s not just a song, it’s an anthem”, non è solo una canzone, è un inno. Ennio Morricone non ha scritto l’inno d’Italia – quello l’ha lasciato a Michele Novaro, autore della musica sempre dimenticato rispetto al più noto Mameli – ma ha scritto l’inno degli italiani. Un inno che è tutta la sua musica, fatta di grandi orchestrazioni colte ma anche di scacciapensieri, di barattoli, di urli del coyote (“Il buono il brutto il cattivo”, uàuàuààà…), di cose alte e di cose basse. “Ennio”, il film, è un viaggio dentro noi stessi, con Giuseppe Tornatore come guida.