Energia e super profitti, una tassa giusta ma incostituzionale

Scoccia ammetterlo, dato il tempo in cui viviamo, ma sulla tassa sugli extraprofitti hanno ragione le aziende energetiche. Senz’altro giusta nel principio ispiratore, ma dannatamente scritta male, con quel suo evidente errore sul concetto di profitto.

Introdotta dall’art. 37 del D.l. 21 del 22 marzo 2022 (decreto Ucraina), poi parzialmente modificata nell’aliquota dal decreto Aiuti, la tassa deve essere pagata da chi produce o commercializza energia elettrica, gas e prodotti petroliferi. Per calcolare l’importo da versare si deve prendere il saldo fra le operazioni attive e passive ai fini IVA fatte tra ottobre 2021 e aprile 2022 e confrontarlo con il medesimo saldo avuto nel periodo ottobre 2020 – aprile 2021. Se emerge che vi è un incremento fra i due saldi, la tassa da applicare su questo incremento è del 25%.

Operando in questo modo, però, si viola il principio costituzionale della capacità contributiva, che si basa sul concetto di profitto, che viene calcolato come differenza fra i ricavi e i costi, considerati sulla base dell’anno in cui sono stati prodotti o sostenuti, indipendentemente dal fatto che siano stati effettivamente incassati o pagati. La norma criticata, invece, stabilendo una differenza fra operazioni attive o passive ai fini Iva non fa altro che limitarsi a considerare acquisti o vendite per le quali si emessa o si è ricevuta una fattura, indipendentemente dall’anno a cui queste operazioni si riferiscono.

Il concetto di “profitto”

Un esempio senz’altro aiuta. Si prenda un’azienda del settore elettrico, per rimanere in tema, che fa un’unica vendita, pari a mille euro, verso un cliente al quale si è venduta, nel dicembre 2021, dell’energia elettrica. Per avere il consumo effettivo occorre aspettare il successivo mese di gennaio 2022, e fino a tale data non sarà possibile emettere la fattura per richiedere il pagamento di quanto dovuto. Per poter vendere questa energia, l’azienda in precedenza l’ha comprata, sostenendo un costo che si ipotizza pari a seicento euro. In più, per poter svolgere efficacemente la propria attività, ha dei dipendenti assunti che costano all’anno cento euro.

Complessivamente i costi, per l’anno 2021, sono pari a settecento euro. Infine, si ipotizza che nel 2022 non vi sia alcuna vendita, ma che sia necessario solo pagare il personale, il cui costo rimane pari a cento euro. Per il principio di competenza, anche se non si è ancora incassato materialmente il corrispettivo e non è stata ancora emessa la relativa fattura, per l’anno 2021 il profitto dell’azienda, sarà pari alla differenza fra i mille euro di vendita dell’energia e i settecento euro dei costi sostenuti, cioè trecento euro. Per l’anno 2022 non essendoci nessun ricavo, e avendo solamente il costo del personale, stabilito in cento euro, non si ha profitto ma, al contrario vi è una perdita pari a cento euro.
Il calcolo che richiede la norma sugli extraprofitti è completamente diverso, producendo un risultato che in nessun modo, essendo slegato dal principio della competenza dei costi e dei ricavi, può essere definito come “profitto”.

La necessità di fare cassa subito

Utilizzando l’esempio visto sopra, la fattura di vendita viene emessa nel 2022 pur riferendosi a una cessione di energia fatta nell’anno 2021. La fattura di acquisto dell’energia da rivendere, viene ricevuta nel 2021 e in quest’anno viene contabilizzata come rilevante ai fini Iva. Per il costo del personale non c’è manco la fattura, perché nessun dipendente la emette nei confronti del proprio datore di lavoro e, quindi, questa somma non concorre in alcun modo a condizionare la differenza fra le operazioni attive e passive ai fini Iva. Per l’anno 2021 questa sarà negativa per seicento euro, essendo presente solo la fattura per l’acquisto dell’energia elettrica. Per il 2022, invece, vi è un extraprofitto rispetto all’anno precedente pari a mille euro, in quanto la differenza sarà positiva per mille euro ma ciò avviene unicamente perché è stata emessa una fattura che si riferisce a una vendita fatta l’anno precedente.

Il problema sta nel fatto che questo “extraprofitto” è impropriamente tale, in quanto non solo è calcolato in spregio al principio della competenza, ma non tiene nemmeno conto di alcuni costi che non hanno una manifestazione sotto forma di fattura, come quelli del personale. Per assurdo, seguendo lo spirito della norma, un’azienda elettrica che ha assunto più lavoratori nel 2022, è più penalizzata rispetto a un’altra che non ha assunto nuovi dipendenti, o addirittura li ha ridotti, accontentandosi semplicemente di godere della manna dal cielo degli aumenti stratosferici di luce e gas.

L’incostituzionalità della norma sugli extraprofitti è assai fondata, quindi.

Un curioso “esproprio proletario”

Ci si domanderà, a questo punto, perché si è arrivati a una formulazione dell’imposta tanto pasticciata. Difficilmente si può credere all’insipienza o all’incapacità dell’estensore. Probabilmente il motivo è da ascrivere alla necessità di avere, in tempi brevi, soldi da redistribuire, sotto forma di sgravio, agli incolpevoli cittadini vessati dai recenti aumenti dei costi energetici. Se si fosse seguito un rigoroso rispetto del principio di competenza, l’esatta determinazione della tassa avrebbe dovuto aspettare l’approvazione dei bilanci di esercizio del 2022, cioè non prima di giugno 2023. Un po’ tardi, in effetti rispetto all’esigenza pressoché immediata. Facendo come è stato fatto, invece, il conto da pagare per le aziende energetiche si ha molto prima, in quanto i dati delle operazioni attive e passive ai fini Iva si hanno praticamente mese per mese, senza bisogno di aspettare il prossimo anno.

Purtroppo la soluzione al problema appare assai difficile, se non si vuole sacrificare l’immediatezza dell’incasso. Certo è che in uno Stato democratico, anche se per un principio moralmente giusto, non si può avere una sorta di “esproprio proletario” che, nei fatti, realizza una prevaricazione rispetto a dei diritti costituzionali garantiti.