Emergenza clima: serve una nuova economia della montagna

Da quando Paolo Cognetti ha vinto nel 2017 il premio Strega (Le otto montagne, Einaudi), l’Italia ha scoperto la montagna. Sino a quel momento i più avevano trascurato di ricordare che tra Alpi e Appennino l’Italia è un Paese prevalentemente di colline e montagne. Lo sarebbe quasi del tutto se non fosse per la pianura padana e il “tavoliere” foggiano. Ora che il clima ha progressivamente mutato le sue naturali caratteristiche, e gli inverni diventati più caldi, questi rilievi accumulano poca neve anche là dove ce ne stava tanta da consentire a montagne di sciatori di trascorrervi settimane non a caso definite bianche. Di conseguenza scoppia un problema perché senza neve non si scia.

montagna, sci

Le dichiarazioni di stato di calamità chieste a cuor leggero

Allora siamo pronti a chiedere la dichiarazione dello stato di calamità. “Naturale”, naturalmente, fingendo di ignorare che per la natura la calamità siamo noi che ne abbiamo modificato usi e costumi. Il famoso “non esistono più le mezze stagioni”, è diventato una regola che, spalmata per 365 giorni consente di chiedersi, ma dove sono finite le stagioni?

In particolare, tornando alla montagna e alla neve che non c’è più o ce n’è sempre meno –  al momento le nevicate tanto attese nell’Appennino centromeridionale (l’Abruzzo soprattutto) hanno consentito di realizzare almeno un fine settimana bianco sulle piste da sci, e speriamo che non duri lo spazio di un mattino –  ci si chiede: come fare? La neve ha due grossi meriti: innanzitutto si trasforma i riserva idrica anche più e meglio della pioggia e, poi, alimenta un grande affare economico. Nel primo e direi più importante caso, lo ha ricordato molto chiaramente Antonello Pasini (fisico climatologo del Cnr e docente di fisica del clima all’Università di Roma Tre e autore, di recente, di L’equazione dei disastri) in una intervista a “Il fatto quotidiano” l’11 gennaio: “Questa stagione è fondamentale per le risorse idriche che consumeremo in estate, non solo sulle Alpi e sugli Appennini ma anche a valle di queste montagne. Per ora la situazione è poco promettente: purtroppo sempre più spesso la persistenza dell’anticiclone africano nel periodo invernale mette a rischio il nostro bilancio idrico. Rischiamo di soffrire un altro anno molto siccitoso come lo scorso. Quello che più ci preoccupa però è il fatto che questa tendenza riguarderà i prossimi anni, al netto della variabilità che il clima ha da un anno all’altro e per la quale in uno di questi potrebbero esserci precipitazioni più abbondanti“.

Insomma è un brutto problema. Al quale si associano le difficoltà per le limitazioni alla attività sportiva che ha importanti riscontri economici. È questa la preoccupazione che prevale nella mediatica interpretazione del problema. D’altra parte è una interpretazione che riporta il malessere dei gestori degli impianti sciistici, degli albergatori e dei ristoratori dei luoghi nei quali la neve consentiva di trarre profitti economici.

Una visione strategica per il futuro

Allora? Allora, suggerisce ancora Pasini, sarà “necessaria una visione strategica per il futuro. Da un lato noi dovremo adattarci alla neve che cade a quote sempre più alte e alla parziale perdita dei ghiacciai alpini, risparmiando acqua, aggiustando i nostri acquedotti colabrodo e cambiando la nostra idea di turismo invernale. Per esempio, al di sotto dei 1800 metri, credo che non sarà più sostenibile sparare la neve artificiale”. Insomma individuate le cause del problema che siamo sempre in meno ad ignorare, e, cioè dando la colpa di tutto questo al clima che abbiamo contribuito a far mutare; individuate le cause occorre mitigare le emissioni di gas serra e andare verso un sistema di produzione diverso, al di là delle temperature allarmanti che registriamo di anno in anno.

sciatoriBen sapendo che se cominciassimo oggi e procedessimo con crescente impegno, non da domani, ma da dopo, dopodomani la situazione comincerebbe a migliorare e magari a ritornare a com’era prima. Naturalmente facendo opportuna giustizia, “politica” naturalmente, di personaggi e affermazioni come quelle del sindaco di Lizzano in Belvedere il quale, intervistato da Repubblica, ha affermato: “Il cambiamento climatico? Io credo poco a questi scienziati che guardano il futuro. Quella che è in atto è una vera e propria guerra alla montagna, questa è la verità. Con tutta questa propaganda vogliono soltanto spopolarla sempre di più”. Ogni giudizio è inutile, ma resta la domanda: Allora? La risposta è che nel frattempo, come si dice, occorre studiare i dovuti adattamenti Quando si dice adattamento non si vuol dire, tanto per fare un esempio, che siccome avremo inverni meno freddi bisognerà adattarvi il guardaroba.

C’è ben altro. Per esempio significa che ci sarà sempre meno neve e bisognerà anche rivedere l’economia della montagna. Se lo zero termico (quello che crea almeno le essenziali premesse per auspicare che vi siano precipitazioni nevose e non piovose), tende a salire al di là dei 1.700/1.800 metri non è possibile trasformare l’Appennino che è più privo di tali altitudini in una realtà artificiale.

Impensabile un “Appennino artificiale”

“Non è possibile e sostenibile pensare un Appennino ‘artificiale’ per prolungare l’agonia di un settore che non potrà essere più redditizio, non solo per il clima mutato, ma anche per l’aumento dei prezzi dell’energia e per la scarsità di acqua. Così come appare insensato, alla luce della attuali condizioni, il rinnovamento e l’ampliamento degli impianti di risalita voluto dalle Regioni Toscana ed Emilia-Romagna (Federico Grazzini, Una nevicata non basterà a salvale l’Appennino, “Internazionale –L’essenziale” 5 gennaio 2023).

Questa di Grazzini mi sembra una giusta e realistica osservazione della realtà e del suo futuro. Di conseguenza è giusto proporsi di guardare avanti riconvertendo o pensando di riconvertire le aree sciistiche di bassa quota e proporre di usufruire dell’alto valore naturalistico della montagna in maniera diversa e continuativa. Per esempio a vantaggio “di camminatori, scialpinisti, mountain bikers o famiglie in gita lungo i sentieri”. Anche considerando e prendendone atto, che “la richiesta di turismo lento è in forte espansione come testimoniato per esempio dal grande successo dei cammini di lunga percorrenza”. Questo comporterebbe una lunga destagionalizzazione del turismo montano con il risultato anche di “frenare lo spopolamento e cominciare a pensare a un ritorno alla montagna come condizione di vita permanente, magari per sfuggire al gran caldo della pianura”.

In sintesi, forse possiamo chiudere con Confucio ricordato da monsignor Ravasi nel suo domenicale breviario sul Sole24ore ( “Per mano”, 15 gennaio 2023): “Un vento glaciale infuria da nord/la neve vien giù a larghi fiocchi./Amici miei, prendiamoci per mano,/ e andiamocene via tutti insieme”.